Zone morte

Philip Lymbery

In Indonesia la foresta e i suoi elefanti scompaiono di fronte all’avanzare delle piantagioni di palma, in Brasile distese di soia divorano l’habitat dei giaguari. Ovunque le api sono in pericolo. Animali un tempo comuni nelle nostre campagne, come il barbagianni e moltissimi altri uccelli, ormai non ci sono più. Tutto questo ha molto a che fare con la produzione di carne, latte e uova a basso costo. Lo dimostra Philip Lymbery nel suo ultimo libro, Dead zone, appena uscito in Italia per Nutrimenti: un reportage sorprendente e inquietante, alla scoperta del legame tra allevamenti industriali e perdita di biodiversità. Lymbery è il direttore generale di Compassion in world farming (Ciwf), la più importante ong per la protezione e il benessere degli animali da allevamento. Con Ciwf Italia, Legambiente ha siglato alcuni mesi fa un protocollo d’intesa per chiedere un cambiamento nel mondo della zootecnia a livello nazionale.

Il libro comincia con il suo viaggio a Sumatra e con una domanda: che cosa c’entra il manzo con le palme? Ce lo spiega?
Il nesso, in effetti, non è scontato. La foresta si riduce sempre più e lascia spazio alle piantagioni per la produzione dell’olio di palma ma anche per il palmisto, il nocciolo commestibile usato come fonte di proteine negli allevamenti industriali di tutto il mondo, soprattutto in Europa. Prima di scrivere questo libro, nemmeno io, che sono sempre stato un amante della natura e lavoro nel settore da trent’anni, ero consapevole di quanta biodiversità distruggiamo per produrre carne economica, mettendo in pericolo la nostra stessa sopravvivenza. È stato shockante scoprire che le conseguenze degli allevamenti industriali si possono vedere nei luoghi più impensati. Il bestiame, costretto nei capannoni, sparisce dalla campagna assieme a tutto il resto: non ci sono più alberi, arbusti, siepi, fiori selvatici. Con loro scompaiono semi e insetti. Gli uccelli, i pipistrelli, le api non trovano più cibo. Nel terreno mancano i vermi e altri organismi viventi, resta solo la pianta che si coltiva. Questo è ciò che sta accadendo in territori sempre più ampi ed è una vera emergenza ambientale.

Un’emergenza che si estende anche sott’acqua, nelle dead zone, cioè le zone morte che danno il titolo al libro, così inquinate da non permettere alcuna forma di vita…
Sì, l’utilizzo eccessivo di fertilizzanti chimici in agricoltura ha un impatto enorme per i nostri mari, ma non ce ne rendiamo conto, perché gli effetti sono invisibili. Secondo gli scienziati, il numero di dead zone nel mondo è raddoppiato negli ultimi dieci anni, arrivando a oltre 400. Significa che si sta facendo davvero poco per tutelare le acque. Ho voluto nuotare nella seconda più grande dead zone del mondo, nel Golfo del Messico. Lì, dove non c’è vita, ho visto con i miei occhi cosa accade quando si superano certi limiti, come il quantitativo di nutrienti immessi in ambiente e la perdita di biodiversità.

Si dice però che per sfamare una popolazione crescente a prezzi contenuti, l’unica soluzione sia l’agricoltura industriale. È vero?
No, al contrario. Questo sistema è inefficiente e mette in competizione uomini e animali per il cibo. Mi spiego: è vero che gli animali allevati dentro capannoni, nascosti alla vista, occupano meno spazio. Ma per sfamarli servono grandi estensioni di terreno agricolo a monocoltura, coltivate perloppiù con pesticidi e fertilizzanti chimici. E il suolo fertile è una risorsa scarsa, globalmente. In tutto il mondo, per coltivare campi di cereali come il mais o la soia per gli animali da allevamento, si usano terreni agricoli estesi come l’intera Unione Europea. La verità è che stiamo già producendo cibo sufficiente per il doppio dell’attuale popolazione mondiale, ma la gran parte è persa nella fase di trasformazione in carne, uova, latte. Dimezzando la quantità di colture destinate alla zootecnia industriale, si potrebbe sfamare la popolazione di 9 miliardi di persone prevista per la metà del secolo, senza bisogno di occupare neanche un ettaro in più di terreno agricolo. Quindi l’allevamento intensivo spreca cibo e non lo produce.

Nel suo libro fa molti esempi di agricoltori e allevatori illuminati che stanno andando nella direzione della sostenibilità, ma come si fa a produrre un cambiamento di sistema?
Bisognerebbe valorizzare di nuovo i pascoli, che permettono agli animali di trasformare ciò che noi umani non mangiamo, cioè erba, in qualcosa di commestibile. In questo modo la popolazione umana non entra in competizione con gli animali per il cibo. I pascoli sono diffusi in tutto il mondo, coprono circa un quarto della superficie terrestre e possono produrre cibo in modo molto più efficiente che utilizzando i terreni agricoli. Non c’è nessun risparmio di spazio e nessun vantaggio nel mettere gli animali dentro i capannoni industriali per poi portare loro il cibo, spesso attraversando migliaia di chilometri. Servono nuove politiche, non agricole, ma del cibo. I governi devono incentivarne la produzione sostenibile, di buona qualità e nel rispetto del benessere animale. Anche chi produce può fare la differenza, garantendo il rispetto di determinati standard. E poi ci siamo noi consumatori: abbiamo tutti il potere di contribuire al cambiamento, tre volte al giorno, riducendo il consumo di carne, latte e uova e scegliendo prodotti che rispettano l’ambiente e gli animali.

La soluzione che lei propone non è quella di diventare tutti vegetariani o vegani, ma di ridurre il consumo di carne, latte e uova, assicurandosi che siano di migliore qualità.
È importante offrire soluzioni pratiche: la gran parte delle persone mangia carne regolarmente. Non chiediamo alle persone di stravolgere il loro stile di vita, cosa che non vorrebbero fare o non sarebbero pronti a fare. L’imperativo è salvare il pianeta, il cambiamento è urgente, per questo servono soluzioni da adottare subito.

Eppure, a livello politico, questa presa di coscienza sembra ancora lontana. Per esempio, nel libro racconta di come in Polonia l’ingresso nell’Unione Europea abbia messo in ginocchio l’agricoltura locale, che si fondava proprio sulla sostenibilità e il benessere animale…
Tristemente la Pac, la Politica agricola comune, incentiva l’agricoltura industriale, spendendo decine di miliardi di euro di contributi dei cittadini per alimentare un modello che sta rovinando il pianeta. Dovrebbe essere riformata in modo urgente. Nel Regno Unito la Brexit ha reso evidente che l’agricoltura britannica, senza i sussidi europei, non è strutturalmente adatta a competere con i prodotti che arrivano da Paesi dove la manodopera è molto meno cara e il costo della terra è più basso. Allo stesso tempo, più di due terzi del paesaggio è fatto di pascoli. Dovremmo ripartire da qui e sviluppare un’agricoltura di qualità. Non so se questa visione prevarrà o se continueremo a puntare sugli allevamenti intensivi, di certo l’organizzazione che dirigo, Ciwf, sta facendo pressione perché le politiche agricole, non solo nel Regno Unito ma in Europa e globalmente, siano riformate.

Il capitolo di “Dead zone” dedicato all’Italia non solo ci mette in guardia sui rischi ambientali e per la salute umana degli allevamenti intensivi, ma anche sui possibili danni di immagine ed economici. L’agroalimentare made in Italy rischia di essere svalutato se non si cambia il modo di produrre?
Sono rimasto molto sorpreso, viaggiando in Pianura padana per diversi giorni, di non vedere nemmeno un animale al pascolo. In questa meravigliosa terra della gastronomia, la qualità del cibo è a rischio a causa dell’allevamento industriale. Credo che molti consumatori rimarrebbero shockati se scoprissero che gran parte delle vacche allevate in Italia, anche per produrre formaggi biologici, passano la loro vita nei capannoni.

Eppure il fatto che non ci siano animali nelle nostre campagne è sotto gli occhi di tutti: come mai non ce ne accorgiamo e non ci sembra strano?
È quella che chiamiamo sindrome dello shifting baseline: di generazione in generazione, c’è uno spostamento del punto di riferimento su cui si confrontano le trasformazioni. La conseguenza è che si sottostimano eventuali processi di degrado in atto. L’assenza di animali al pascolo è diventata la nuova norma, per questo nessuno nota il cambiamento. La biodiversità che abbiamo sempre dato per scontata è in declino e ce ne accorgiamo solo ora che la situazione è molto grave. A lungo andare, l’allevamento intensivo non è sostenibile e minaccia la nostra stessa sopravvivenza. È una follia gestire la campagna come se fosse un’industria. Ma quello che sottolineo nel mio libro è che non deve necessariamente essere così. C’è un modo per cambiare, ed è quello di tornare all’allevamento estensivo, basato sulla terra e sul pascolo, in cui anche gli animali ristabiliscono la loro nicchia ecologica, le vacche e le pecore tornano al pascolo, i maiali e le galline ricominciano a fare parte di un sistema di rotazione in fattorie diversificate. In questo modo, il beneficio è per tutti: gli animali vivono meglio, il cibo è di qualità molto più alta e la biodiversità rinasce nelle campagne. Dobbiamo guardare al futuro, perché credo che siamo l’ultima generazione ancora in tempo per fare qualcosa.

Laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste, con una tesi sull’Islam nell’isola di Mauritius. Scrive di immigrazione e ambiente dal 2006, collaborando con Vita non profit, La Nuova Ecologia, Repubblica.it. Nel 2010 ha curato "G2 e giovani stranieri in Italia. Politiche di inclusione e racconti", edito da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Vita non profit. Come fotografa, nel 2009 ha partecipato alla mostra intitolata “They won’t budge” (“Non si muoveranno”, da una canzone del cantante maliano albino Salif Keita), sugli immigrati africani in Europa, presso la New York University.
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