Yazidi, cronaca di un genocidio

I numeri dell’orrore e le testimonianze. Di chi salva donne e bambine dalla furia dell’Isis. E di chi è riuscito a fuggire. Un popolo che resiste, nei campi profughi del Kurdistan iracheno
ICONA_recensioniL’ideologia dello sterminio
ICONA_recensioniIntervista a Hussein Hasood

yazidi anziana prima di cerimonia battesimo
anziana prima di cerimonia battesimo

«La prima che ho salvato è stata mia nipote. Era il 27 ottobre 2014. Da allora non mi sono più fermato». Abdullah parla con una calma disarmante mentre scandisce numeri e date. I suoi famigliari rapiti dall’Isis sono 37. Le persone che ha fatto fuggire, in tutto, sono 318. Tutti yazidi come lui. Tutti catturati nei villaggi ai piedi del monte Sinjar, nel nord dell’Iraq, quasi tre anni fa, quando i miliziani del califfato sembravano inarrestabili. Dietro la determinazione di Abdullah c’è una contabilità dell’orrore. Quella che si è abbattuta sulla comunità yazida non è soltanto la furia del massacro. L’Isis si è accanito su questa minoranza religiosa con la meticolosità del contadino che estirpa la gramigna stelo dopo stelo, radice dopo radice. Finché la terra non produce soltanto quello che lui ha seminato. Ed è dalla terra che iniziano a emergere le prove di quello che per gli yazidi è il loro genocidio, senza mezzi termini. Man mano che l’Isis arretra spuntano fosse comuni. Un’inchiesta dell’Associated press, la più completa mai condotta, stima che siano almeno 72 e contengano tra i cinque e i quindicimila corpi. Quelle scoperte finora sono 35. Ci sono sepolte famiglie intere, interi villaggi. E chi è stato risparmiato, per così dire, è finito a Mosul, a Tal Afar, a Raqqa. Sono in maggioranza donne e bambine. Liberarle è il compito che assorbe Abdullah 24 ore al giorno.

UNA CORSA CONTRO IL TEMPO
«La prima volta è stato molto complesso. Ho vissuto tre anni ad Aleppo, conoscevo una persona che trafficava sigarette. È stato lui il mio primo contatto». Le operazioni sono delicatissime. Bisogna trovare qualcuno che abbia accesso ai territori dove l’Isis ha piantato la sua bandiera. Capire dove sono tenute prigioniere le donne yazide. Comprarle tramite un intermediario. Attendere il momento giusto per farle fuggire. Ogni volta inventare la strategia migliore. «Per un periodo abbiamo usato un fornaio di Raqqa come safe house», spiega Abdullah aggiungendo qualche dettaglio con comprensibile reticenza. Poi squilla il telefono. «Devo andare, ho un incontro che aspettavo da giorni», e sparisce oltre la porta. L’indomani torna con 11 donne e bambine yazide strappate all’Isis. Lui lotta contro un genocidio ancora in corso. Un orrore che continua, capace di cancellare ogni speranza. «Tutte le volte che sentivo arrivare gli aerei americani pregavo che una bomba cadesse sulla casa dove mi tenevano rinchiusa. Pregavo di morire». Sawsen è seduta in una tenda del campo profughi di Shariya, nel Kurdistan iracheno, mentre racconta i suoi tre anni in mano all’Isis. È arrivata solo sei giorni prima insieme alla sorella, Shirin, che non ha più di 4 anni. Anche loro salvate dalla famiglia, che ha pagato il riscatto a uno smuggler, un trafficante. I genitori, quattro sorelle e due fratelli sono ancora a Raqqa. «All’inizio mi tenevano a Tal Afar, poi mi hanno spostata in Siria. Sono stata venduta dieci volte in tutto. Era un inferno. Mi picchiavano con scope e cavi elettrici. Dormivo per terra. Se provavo a ribellarmi era peggio. Una volta mi hanno chiuso in una stanza minuscola per cinque giorni senza cibo. Quando mi facevano mangiare mi davano cibo marcio e acqua in cui avevano pisciato». Sawsen ha provato a suicidarsi, ma per tre volte l’hanno bloccata. Costretta a cucinare, fare il bucato, badare ai figli dei suoi aguzzini. In completo isolamento. Per mesi non ha saputo che fine avesse fatto Shirin. Per riaverla con sé ha fatto l’impossibile. «Ho smesso di mangiare per protesta. Hanno minacciato di uccidermi, ma a me non importava. Alla fine me l’hanno fatta vedere. Ho insistito per restare con lei fingendo che fosse mia figlia. Ci hanno creduto». Ma ha dovuto pagare un prezzo ignobile. «Mi hanno detto: ogni volta che ti chiederemo qualcosa dovrai dire di sì». Il disegno dell’Isis non si ferma qui. Gli yazidi devono essere estirpati. La loro identità negata. Non solo convertendoli all’islam. Shirin, quando è stata catturata, non parlava ancora. Ma a Sawsen è stato impedito di insegnarle la loro lingua, il curdo. La bambina ha imparato l’arabo, un misto di dialetto siriano e iracheno. E se fosse stata un maschio avrebbe dovuto frequentare le scuole del califfato, dove sarebbe stata indottrinata e addestrata. L’Isis trasforma i bambini yazidi in corpi perfettamente obbedienti e pronti al sacrificio. Non esita a imbottirli di esplosivo e a usarli come attentatori suicidi. Shirin, invece, ha imparato a odiare la sua comunità. Nella tenda del campo di Shariya è circondata dai suoi famigliari ma è come se fosse accerchiata da nemici. Solo un fratello riesce a tenerla in braccio. Lei si muove con scatti nervosi. Lancia occhiate cariche di cattiveria a tutti mentre si caccia il pollice in bocca. Sembra impossibile che possa provare, così piccola, emozioni e istinti del genere. Di aiuto ne avrà ben poco: nel campo profughi non c’è nessun servizio di sostegno psicologico che possa affrontare una situazione così complessa. Le priorità nell’immediato, d’altronde, sono altre. Per avere una medicina bisogna fare code interminabili. L’elettricità arriva solo qualche ora al giorno. E quando dal cielo scende un temporale il campo diventa un pantano.

yazidi Lalish notte di Sersal famiglia accende lumini
Lalish notte di Sersal famiglia accende lumini

QUALE RICONCILIAZIONE
Quello che succederà dopo, quando l’Isis sarà sconfitto, resta un’incognita. Nei campi profughi gli yazidi sono decine di migliaia. Delle due aree dove tradizionalmente la comunità è più presente, Sheikhan e Sinjar, solo la prima viene considerata sicura. A Sinjar, dove convivevano con arabi musulmani, molti vorrebbero tornare, ma hanno perso ogni fiducia. Quando i miliziani di al-Baghdadi li hanno travolti, nell’agosto del 2014, tra gli aguzzini c’erano anche i loro vicini di casa. «Non ci sarà alcuna riconciliazione. Come puoi riconciliarti con chi ha stuprato tua sorella e ucciso tuo padre?». La voce più pessimista è quella di Mamou Farhan Othman, ex ministro per la Società civile nel primo governo iracheno dopo la caduta di Saddam, poi consigliere della presidenza del Kurdistan iracheno. Da yazida – uno dei pochi che abbia ricoperto una carica politica dal 2003 a oggi – è convinto che non ci sia nessuna speranza senza un forte impegno della comunità internazionale. «Primo, serve una sorta di piano Marshall con aiuti per il Sinjar – elenca – Secondo, deve essere garantita la sicurezza della zona da forze internazionali. Terzo, bisogna creare una provincia autonoma, riconosciuta da Baghdad e da Erbil, entro i confini del Kurdistan». È un progetto che circola ormai da qualche mese. Oltre a una provincia yazida si parla anche di un’area autonoma per le altre minoranze nella piana di Ninive, la campagna attorno a Mosul. Il governo curdo potrebbe appoggiare l’iniziativa visto che sono tutti territori contesi con Baghdad da anni e i politici curdi vogliono indire un referendum per la secessione dall’Iraq. Ma a Sinjar la situazione è più intricata. La parte ovest è controllata dal Pkk, lo storico movimento di guerriglia curdo, che ha creato una sua milizia yazida. L’altra metà invece è presidiata dai peshmerga di Erbil, che sono alleati della Turchia e sono visti con favore anche da una parte della comunità yazida. Nessuno cede e Ankara ha provato a forzare la mano bombardando il Pkk alla fine di aprile.

yazidi cimitero yazida a Sheikhan
cimitero yazida a Sheikhan

LA TERZA VIA
«Il fatto che ci siano milizie di parte, allineate con vari partiti locali, sottolinea che c’è un problema di sicurezza per gli yazidi», afferma Matthew Barber, docente all’università di Chicago e uno fra i massimi esperti della questione yazida. La soluzione migliore, spiega Barber, è proprio l’autonomia, ma con una forza di polizia svincolata dai partiti politici. «Sarebbe una terza via fra il governo di Erbil e il Pkk. Ma affinché gli sfollati possano tornare nella loro terra, la competizione politica esterna che sta tormentando la regione deve finire». Il Pkk ha salvato migliaia di yazidi nel 2014. Quando l’Isis li aveva assediati a Sinjar, i miliziani curdi hanno aperto un corridoio sicuro per farli fuggire. Anche le autorità del Kurdistan iracheno li hanno accolti, dopo lo stallo iniziale, e i loro peshmerga hanno respinto l’Isis. Ma tutti e due, oggi, stanno difendendo i loro interessi sulla pelle di quella stessa minoranza che dicono di voler proteggere. È un braccio di ferro che non finirà tanto presto. Le conseguenze più profonde e gravi si ripercuotono proprio sulla fragile comunità yazida, divisa e frantumata più che mai. A darle una parvenza di coesione restano, com’è da secoli, la religione, che fa da collante e scolpisce la loro identità. Baba Sheik siede davanti al tempio principale di Lalish, la minuscola città sacra degli yazidi incastonata in una valle nei pressi di Dohuk. Una processione senza sosta lo omaggia, chiede consigli e benedizioni. È la massima autorità religiosa ed è la notte del Capodanno, la festa più importante, che cade a metà aprile. Migliaia di persone si accalcano per le viuzze e i sentieri che circondano i templi dai caratteristici tetti appuntiti. Le ragazze indossano l’abito migliore. Le mamme fanno battezzare i fi gli con l’acqua della fonte Zamzam. Tutti accendono lumini, scherzano, rivedono i parenti disseminati nei campi profughi di tutto il Kurdistan. Quella del Capodanno a Lalish sembra davvero una grande festa, tra abbuffate di riso e pecora, fuochi d’artificio e troupe della Bbc a immortalare l’evento. Ma canti e risate nascondono un futuro grigio. «Andrò in Germania, spero di riuscire a ricominciare laggiù». Mahmud ha scelto di emigrare, come tanti altri giovani yazidi. A Sibha, il suo villaggio vicino a Sinjar, non vuole proprio tornarci. Sta studiando medicina nel college dell’ospedale Azadi di Dohuk e spera di poter lavorare in Europa. Anche se la sua famiglia non lo seguirà. «Preferiscono restare qui, vicino ai templi, dove dicono che ci sono le nostre radici». Lui ha deciso di cercarle altrove.

[twitter-timeline id= username=]
Ultimi articoli di

Parliamone

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *