ANTICIPAZIONI. Su La Nuova Ecologia di settembre l’inchiesta sulle armi chimiche prodotte durante il fascismo che oggi avvelenano gli ecosistemi del Belpaese
Il sopralluogo al porto di Molfetta
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Avvelenano da decenni i nostri mari, i laghi, le falde idriche e i terreni. Dopo aver seminato terrore durante il fascismo in Libia, Somalia ed Etiopia. Sono l’iprite, il fosgene, l’arsenico e il cianuro contenuti nelle armi chimiche prodotte dall’industria bellica italiana dagli anni ‘20 fino alla Seconda guerra mondiale. Un arsenale inquinante sulla cui esistenza, due anni fa, ha rotto il silenzio Gianluca Di Feo con il libro Veleni di Stato. Il giornalista ha portato alla luce quanto contenuto negli archivi militari inglesi, tedeschi e americani: lungo le coste italiane, durante e dopo la guerra, sono state affondate tonnellate di armi a caricamento chimico. Per non parlare dell’eredità tossica dei terreni intorno alle industrie e ai depositi bellici sparsi sulle Penisola: la Chemical city sul lago di Vico, l’ex Saronio di Melegnano, a pochi passi da Milano, e a Colleferro, per citarne alcuni. Una battaglia per la sicurezza ambientale, insomma, di cui si parla da poco. E che vale la pena di rilanciare: su La Nuova Ecologia di settembre l'inchiesta di Francesco Loiacono.
09 agosto 2011 - TAG: Inchiesta | Armi | Chimica |