Vero come l’amianto

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«I nostri sono personaggi di fantasia. Ma tutto quello che succede a loro è successo davvero a Casale Monferrato, la città simbolo della strage provocata dall’amianto. Questa è anche la mia storia: sono cresciuto a Casale, sapevo che mi sarei potuto ammalare, ma non ci ho pensato fino a quando il mio medico mi ha consigliato di fare una radiografia al torace per scoprire la verità, visto che l’asbestosi si può manifestare anche 40 anni dopo la contaminazione. Entrare nella sala degli esami è stato come salire sul patibolo. In quel momento ero sicuro di essere finito. E ho capito cosa ha provato chi si è ammalato veramente». Così Francesco Ghiaccio, regista e sceneggiatore, ha raccontato al Salone del Libro di Torino la nascita del romanzo “Un posto sicuro” (Sperling & Kupfer), scritto a quattro mani con l’attore Marco d’Amore (il Ciro della serie tv “Gomorra”La st) e diventato un film che li vede protagonisti davanti e dietro la macchina da presa.

«Anche se sono di Casale, nemmeno io conoscevo tutti i particolari dello scandalo Eternit – ha detto Francesco Giaccio – Almeno fino al 2009, quando è iniziato il processo per disastro ambientale. Ne ho parlato con Marco, un amico da 15 anni, e insieme abbiamo cominciato a studiare, documentarci, leggere libri, ricerche e articoli di giornale. Sempre insieme abbiamo iniziato a incontrare i cittadini di Casale e ad ascoltare le loro storie, che alcuni non avevano rivelato nemmeno ai figli. Dopo un anno e mezzo di ricerche, abbiamo capito che era il momento di trasformare questa storia in un film. Questo è un problema che riguarda tutti: in Italia ci sono 500 chili di amianto ancora da smaltire per ogni cittadino. Casale è stata bonificata, ma bisogna risanare il resto del paese».

Aggiunge Marco D’Amore: «Tutti mi hanno consigliato di lasciare perdere. Grazie a “Gomorra” la mia carriera era esplosa, e nessuno avrebbe puntato sul successo di questo progetto: molti produttori pensano che il pubblico sia formato da esseri inebetiti che vanno al cinema solo per svagarsi e guardare commediole di terz’ordine. La pellicola invece è diventata un caso, sta ancora girando l’Italia e ha incassato più di 100 mila euro».

L’incontro è stato soprattutto un dialogo con il pubblico. Perché il problema dell’amianto non è ancora stato risolto. E perché per una catastrofe ambientale ormai riconosciuta come questa ce ne sono ancora molte che si preferisce ignorare: dalle esalazioni dell’Ilva di Taranto alle contaminazioni della Terra dei Fuochi. «Oggi – hanno ricordato gli autori – in molti paesi del mondo l’amianto si produce ancora, si lavora e si usa per costruire. C’è chi grazie all’amianto mantiene la famiglia senza sapere che corre il rischio di ammalarsi e morire. Prima o poi queste persone si sveglieranno nello stesso incubo in cui si è svegliata Casale Monferrato».

Riprende D’Amore: «Il nostro ruolo è fondamentale per far cambiare l’opinione pubblica. Il presidente di Legambiente, uno dei partner del film, ci ha detto: “Una pellicola così, grazie alla sua forza emotiva, ha un impatto che le classiche campagne informative non potranno mai raggiungere. Quello dell’attore è un mestiere altissimo, con un forte valore etico e politico, che dovrebbero poter fare in pochi. Spesso però si pratica con sciatteria e dilettantismo. Mi auguro che il pubblico sia sempre più attento ed esigente, e si rifiuti di andare al cinema a vedere dai cani, ma scelga solo pellicole con protagonisti con la dignità necessaria a stare davanti alla macchina da presa».

 

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