Verde speranza

La vittoria sul filo di lana di Alexander Van der Bellen nel ballottaggio delle elezioni presidenziali austriache – 50,3% dei voti contro il 49,7% del candidato dell’estrema destra Norbert Hofer – è stata vista dalla gran parte degli osservatori come un evento di portata storica, il cui valore va ben al di là dei confini dell’Austria e riguarda l’Europa intera. Grazie alla rimonta del tutto inattesa di Van der Bellen, che nel primo turno era sotto a Hofer di quasi 15 punti percentuali e che tutti i sondaggi lo davano largamente indietro anche nel ballottaggio, non è successo ciò che quasi tutti prevedevano, moltissimi temevano e il variegato fronte della destra populista europea – dal Front national di Marine Le Pen alla Lega di Salvini – pregustava: che un esponente di un partito di estrema destra anti-europeista e dai tratti indiscutibilmente xenofobi diventasse capo dello Stato in uno dei paesi simbolo dell’Europa democratica.

Ma il voto austriaco contiene un altro dato di grande, probabilmente storica novità, legato al fatto che a fermare il “pericolo” Hofer non è stato un classico rappresentante del centrodestra o del centrosinistra, ma un Verde, cioè l’esponente di una cultura politica non solo minoritaria ma dai contenuti non meno “radicali”, sebbene del tutto diversamente radicali, di quelli che contraddistinguono i partiti europei di estrema destra.

La storia dei Verdi in Europa è ormai abbastanza lunga: comincia tra gli anni ‘70 e gli ‘80 del secolo scorso, con l’ingresso dei primi eletti Verdi nei Parlamenti di Svizzera, Germania, Belgio, Austria, Italia (1987, 13 deputati). Tra i suoi luoghi di incubazione vi fu il Tirolo, regione di confine fra Austria e Italia, con al centro il valico del Brennero, dove il governo austriaco (non di destra: lo guida un socialista) minaccia di alzare un muro per chiudere la strada ai migranti che arrivano da sud. È cresciuto e si è formato in Tirolo Van der Bellen, per oltre dieci anni presidente dei Verdi austriaci, ed era sud-tirolese, cioè altoatesino, Alex Langer, tra i fondatori dei Verdi italiani.

Dai loro primi passi i Verdi europei hanno collezionato vittorie e sconfitte. In Germania, Austria, Belgio, Olanda, Francia, Danimarca, Svezia, Finlandia si sono affermati come una presenza stabile, sebbene minoritaria, nel paesaggio politico, con percentuali di voto intorno al 10%. Quasi sempre inseriti in schieramenti e coalizioni di centrosinistra, hanno avuto ruoli di governo in molti paesi e tuttora sono alla guida di città e regioni importanti: sono Verdi i sindaci di Valencia, Stoccarda, Grenoble, è Verde il presidente del Baden-Württemberg, uno dei più ricchi e popolosi land tedeschi.

In Italia invece i Verdi sono di fatto scomparsi, più precisamente si sono autodissolti: dopo anni di galleggiamento fra vuoto antagonismo, scivolate folkloristiche e piccoli carrierismi personali, dal 2008 non hanno più eletti in Parlamento né, con rarissime eccezioni, consiglieri regionali.

Certo è che a quasi cinquant’anni dal loro battesimo politico, i Verdi in Europa non sono ancora riusciti a rappresentare agli occhi dell’opinione pubblica una convincente alternativa ai partiti tradizionali. Non ci sono riusciti, bisogna dire, innanzitutto per propri limiti, per non avere saputo, in tanti casi voluto, liberarsi dall’immagine assai diffusa che li racconta, non del tutto infedelmente, come una costola dell’estrema sinistra. Insomma, per non avere saputo e spesso voluto proporsi come ciò che erano nati per essere: un’alternativa politica, certo vicina alla sensibilità e alle aspirazioni progressiste e libertarie dell’elettorato di sinistra ma ideologicamente estranea alla mentalità, all’idea del mondo, al linguaggio di tutte le culture politiche del Novecento, sinistra compresa; un’alternativa che dall’economia ai diritti, dalla nozione di progresso allo sguardo su individuo e società, si pone né di qua né di là ma semplicemente altrove rispetto alle declinazioni novecentesche di sinistra e destra.

Per questo le elezioni austriache, con l’affermazione del Verde Van der Bellen alternativo all’estrema destra anti-europea e lontanissimo dall’establishment socialista-popolare, è una buona dimostrazione di quale debba essere la via strategica da battere per i Verdi: presentarsi come una forza legata ai valori di apertura, di inclusione, di solidarietà connaturati da sempre alla sinistra e quindi radicalmente alternativa agli Hofer come ai Salvini, ai Farage come alle Le Pen e ai Wilders, ma al tempo stesso rivendicare la propria estraneità alla sinistra com’è oggi, del tutto omologata alle larghe intese conservatrici nella sua versione riformista e incapace di rinnovarsi superando analisi e proposte fuori dal tempo in quella radicale.

Non solo in Austria ma in Europa – davanti al confronto sempre più desolante fra un’estrema destra che avanza e minaccia di vincere cavalcando le ansie e le paure di comunità sempre più sfiduciate e una sinistra che ha rinunciato ad ogni progetto di vero cambiamento di sé e del mondo – i Verdi hanno l’occasione di imporsi come portatori credibili e magari pure vincenti di un’altra storia, che dia futuro sia all’Europa che a loro stessi.

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