Veleni di Stato

Ottomilatrecentosettantuno giorni, quasi ventitré anni. È il tempo trascorso dal 2 marzo 1994 – quando Legambiente portò la prima denuncia alla procura presso la pretura di Reggio Calabria sui traffici di rifiuti tossici dal Nord Europa verso l’Aspromonte, seguita da altre segnalazioni e dai dossier sulle “navi dei veleni” – al 30 gennaio 2017, giorno in cui sono stati desecretati sessanta documenti, in mano ai servizi segreti militari, su richiesta della commissione parlamentare d’inchiesta sul Ciclo dei rifiuti, presieduta da Alessandro Bratti (vedi intervista a pag. 24). Sono finalmente pubbliche analisi, note e rapporti informativi dal 1992 fino al 2009.

«A 23 anni dall’inchiesta-madre partita, su nostra denuncia, dai magistrati di Reggio Calabria, esce ulteriormente confermato e rafforzato il quadro già allora conosciuto. Che andava dall’intreccio perverso tra traffici di rifiuti e di armi al ruolo della ‘ndrangheta, dal “peso” della Somalia al disegno e alla caratura “criminale” di Giorgio Comerio, fino al ruolo ambiguo dei servizi segreti», commenta Nuccio Barillà di Legambiente, che firmò quell’esposto del 1994 insieme a Enrico Fontana, allora responsabile dell’Osservatorio Ambiente e legalità dell’associazione e oggi direttore di Nuova Ecologia. «A differenza dei magistrati – prosegue Barillà – proprio i servizi segreti hanno avuto la disponibilità di tanti soldi per operazioni nei settori dei rifiuti radioattivi e delle armi senza che si sappia come li abbiano utilizzati né quale utilità abbiano assicurato alle istituzioni le “fonti” foraggiate per anni con quei soldi pubblici». Un documento del Sismi del 5 settembre 1995, indirizzato al Cesis (Comitato esecutivo per i servizi di informazione e di sicurezza) e al ministro della Difesa, Franco Frattini, riporta l’elenco delle navi affondate, dal 14 aprile 1989 al 22 luglio 1995, nel Mediterraneo. Sono ben 90, con tanto di coordinate, carico, dati dell’armatore, percorso e motivi apparenti del naufragio. Tutti avvenuti negli anni successivi all’entrata in vigore, nel 1989, della Convenzione di Basilea sul controllo dei movimenti oltre frontiera di rifiuti pericolosi e sul loro smaltimento, rafforzata nel marzo del 1994 con il divieto di esportazione verso i paesi non Ocse. Traffici denunciati da Legambiente proprio negli stessi anni, con le denunce sulle navi dei veleni e il “Libro bianco sull’eredità avvelenata del nucleare”, che figura persino tra i documenti desecretati.

L’uomo dei misteri
Quelle descritte negli atti finalmente pubblici sono attività complesse da organizzare, a cui lavoravano personaggi perlomeno ambigui. Come Giorgio Comerio, che figura in ben 17 documenti desecretati dalla commissione. Per i servizi di sicurezza, il faccendiere “risulterebbe contiguo o organico ad una serie di traffici clandestini con particolare riferimento allo smaltimento di scorie nucleari e rifiuti tossici, riciclaggio di denaro, contrabbando di armi”. Comerio, uscito indenne dalle inchieste giudiziarie, avrebbe partecipato tra gli anni ‘70 e ‘80 al progetto europeo Dodos (Deep ocean data operating), che studiava lo smaltimento in mare di scorie radioattive dentro le testate di siluri ribattezzati “penetratori”. In una nota del Sismi alla presidenza del Consiglio (Cesis) e al ministero della Difesa, datata 19 luglio 1995, si legge il collegamento fra Comerio e la motonave “Rosso”, appartenuta alla società Ignazio Messina e spiaggiata ad Amantea il 14 dicembre 1990. “Doveva essere destinata – si legge nella nota – a nave laboratorio, presso un cantiere navale maltese, per la realizzazione di mine teleguidate a lenta corsa ad opera di Comerio Giorgio […] La nave non venne più prescelta per le fi nalità di cui sopra in quanto dovette ormeggiare nel porto di La Spezia per oltre un anno e mezzo con un carico di rifi uti tossici di origine industriale prelevati in Libano dove li aveva fatti scaricare illecitamente la società italiana Jolly Wax”. Il traffi co di rifi uti tossici, da e per il Libano, è stato confermato, si legge in un documento del 2 febbraio 1995, anche dal governo di Beirut. Insomma, un intreccio di rotte e di veleni con al centro Giorgio Comerio, la cui fi gura spunta anche nel caso dell’assassinio della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hrovatin a Mogadiscio, in Somalia, il 20 marzo 1994. A casa di Comerio, secondo gli atti raccolti durate le indagini dall’allora procura presso la pretura di Reggio Calabria, era stato trovato il certifi cato di morte della giornalista. «Ilaria Alpi – ricorda Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente – aveva avuto un’intuizione, trovando una pista che portava alla Somalia come punto di arrivo del traffi co di armi che servivano alle fazioni in guerra civile, che venivano “ripagate” del servizio che quel territorio somalo garantiva per smaltire illegalmente i rifi uti. Il lavoro e il sacrifi cio di Ilaria Alpi continuano a raccontare il fenomeno dei traffi ci di rifi uti. E noi continueremo a ricordarla con iniziative in sua memoria, ma chiediamo anche alle istituzioni il ripristino della verità».

Indagini da riaprire
A riaccendere le speranze, nel febbraio scorso, è stata la procura di Roma, che ha aperto un’inchiesta contro ignoti per falso in atto pubblico, calunnia e favoreggiamento, dopo l’esposto presentato dalla madre di Ilaria, Luciana Alpi. L’ennesima denuncia nata questa volta da una sentenza clamorosa, quella con cui la corte di appello di Perugia aveva annullato la condanna a 26 anni di Hashi Omar Hassan, indicato come uno dei killer di Ilaria e Miran da un altro somalo, Ahmed Ali Rage, detto Gelle. Il presunto “supertestimone” ha ritrattato tutto, denunciando le pressioni ricevute e le promesse di denaro in cambio delle accuse fatte ad Hassan. L’ennesimo depistaggio, insomma. Non a caso alla vigilia dell’anniversario della morte di Ilaria e Miran, proprio Luciana Alpi ha denunciato, pubblicamente, l’inerzia delle istituzioni, che l’ha spinta a rinunciare a qualsiasi altra iniziativa. Una disillusione profonda, che ha dato ancora più vigore alle motivazioni con cui Legambiente e il comitato di redazione del Tg3, hanno promosso l’appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella (vedi box a pag. 25), affinché sia fatto ogni sforzo possibile per raggiungere la verità. «Resta il timore che le “carte” desecretate – commenta Barillà – si aggiungano alla montagna di carte accumulate in anni d’inchieste giudiziarie, di commissioni d’indagine, di nostri dossier, destinate a restare per sempre spezzoni di verità e mai una verità compiuta». Nel caso Alpi-Horvatin, come in quello di un’altra morte avvolta ancora oggi nel mistero: quella del capitano di corvetta Natale De Grazia, che indagava sulla navi dei veleni. «Eppure – conclude Barillà – se si volesse basterebbe riaprire per omicidio il caso di Natale De Grazia, morto “per causa tossica”, oppure andare a cercare quella nave che con certezza giace con il suo carico inquietante in fondo al mare Ionio: si chiama Rigel». Perché chi cerca davvero, prima o poi, trova. 

Giornalista ambientale, per La Nuova Ecologia cura le sezioni inchiesta e storie. Per il canale video LanuovaecologiaTV realizza dirette streaming, video interviste e il montaggio di video servizi. Contatti: loiacono@lanuovaecologia.it @francloia
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