Coworking

Valore d’insieme

Che cosa sta accadendo alla nostra economia? Sono quasi dieci anni ormai che la parola più utilizzata è “crisi” e continuiamo a rincorrere una ripresa che, quando va bene, è senza lavoro (jobless recovery) oppure, quando va male, semplicemente non è. L’Italia continua a mostrare una crescita molto rallentata, vicina allo zero, un debito molto alto che inibisce e blocca le possibilità d’intervento del settore pubblico con forti misure anticicliche. Oltre a un tasso di disoccupazione preoccupante che non sembra reagire agli interventi di riforma del mercato del lavoro. A conferma che una virata verso l’economia circolare e low carbon sarebbe quanto mai necessaria nel segno del green act (vedi il servizio nelle pagine a seguire, ndr) tanto annunciato dal governo. Tutto ciò per di più si verifica proprio nel momento storico in cui l’innovazione tecnologica offre sempre migliori possibilità di produzione e di benessere, i cittadini possono utilizzare strumenti di coordinamento che abilitano la condivisione e la collaborazione rendendo sociale quell’innovazione e modificando in modo radicale la relazione fra produzione e consumo.

Ma se non fosse semplicemente una crisi? Se fossimo davanti a un cambiamento del capitalismo, a una transizione senza precedenti che ci sta facendo abbandonare “un mondo che non è più” conducendoci verso “un mondo che non è ancora”? Questa domanda potrebbe farci cambiare ogni prospettiva e per dare una risposta adeguata occorre modificare il nostro punto di vista, mutare approccio e aprire a soluzioni nuove e diverse rispetto a quelle che abbiamo conosciuto nel ‘900. La divisione in settori, distinti e ordinati fra Stato, mercato e società civile, fondava il suo equilibrio nella capacità delle imprese di generare profitto, offrire lavoro stabile ai cittadini e valore aggiunto al paese, consentendo allo Stato di prelevare una parte di quel valore attraverso l’imposizione fiscale e praticare politiche redistributive e investimenti. Il combinato disposto di globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia però, insieme agli effetti di un’innovazione tecnologica dirompente, ha ridotto il profitto delle imprese e ha spiazzato sia il lavoro, sia il settore pubblico. Creando per di più un gap fra crescita dei bisogni sociali e riduzione delle risorse utili a soddisfarli. Non a caso l’Ocse ha raccomandato to do more with less, fare di più con meno, chiedendo ai governi di ripensare la propria organizzazione e le modalità di produzione ed erogazione dei servizi.

Eppure questo sembra non bastare, i cittadini che non trovano risposte ai propri bisogni cominciano a utilizzare quelle tecnologie abilitanti per costruire da sé le soluzioni in modo collaborativo. Nascono un po’ ovunque spazi di coworking, fablab, hub urbani e rurali, incubatori e progetti di rigenerazione territoriale. Una cittadinanza attiva di nuova generazione, connettiva e resiliente, che usa piattaforme digitali per muoversi, visitare la città, informarsi e creare impresa dimostrando che si può generare valore anche senza massimizzare il profitto, che il benessere collettivo non può essere misurato unicamente con un parametro finanziario e che l’ecosistema può evolvere se si mettono in atto processi circolari di generazione e condivisione del valore.

In un quadro tanto complesso c’è un elemento di vitalità che potrebbe offrire enormi opportunità: la consapevolezza di aver accumulato inefficienze. Sembra un paradosso, ma osservando da vicino i modelli di business più interessanti si può notare che laddove le inefficienze s’incrociano con le soluzioni innovative possono nascere nuove opportunità, nuovi mercati e nuove prospettive occupazionali. È questo il segreto della sharing economy, ad esempio, che consente di condividere asset dormienti o sotto utilizzati per farne un uso più efficiente grazie a un costo di coordinamento che si è quasi azzerato per effetto delle innovazioni tecnologiche: offrire una parte della propria abitazione che non viene utilizzata ai turisti attraverso una piattaforma online, comunicare a una community un proprio viaggio per condividere il mezzo di trasporto e ottimizzare i consumi, recuperare energia con nuove tecnologie utilizzando software intelligenti che consentono di rendere smart il nostro ambiente di vita sfruttando le reti come sistemi informativi aperti.
 
Quando questi processi passano dalla linea (input – trasformazione – output – consumo – scarto) al cerchio, quando le comunità sono al centro dei processi decisionali e produttivi, il valore è co-generato e redistribuito con una governance inclusiva e democratica. È questo il senso dell’economia circolare, rigenerare valore a partire da ciò che un modello di sviluppo obsoleto considera scarto e offrire nuove soluzioni attraverso la collaborazione fra soggetti che non sono più divisi rigidamente in settori, ma che tendono a ibridarsi per rispondere in modo sempre più efficace ai bisogni sociali. Da questa nuova prospettiva potrebbe nascere non una politica di nicchia ma una nuova politica economica, che affronta le inefficienze con la consapevolezza che abbiamo a disposizione le soluzioni per trarre valore da esse. Stupefacente, per fare un esempio, è la possibilità di generare energia dagli scarti agricoli ottenendo effetti win win: maggiore sostenibilità economica per gli agricoltori, energia pulita e miglioramento degli impatti ambientali, maggiori prospettive occupazionali e quindi migliori impatti sociali. Perché non utilizzare questa soluzione per le terre da bonificare? Potremmo ottenere un modello di business sostenibile per le bonifiche in grado di recuperare i 100mila ettari di nostro territorio contaminato.

Lo stesso potrebbe valere per l’integrazione fra efficientamento energetico e internet delle cose, potendo utilizzare i lampioni come rete di informazioni sul traporto pubblico, per la sicurezza dei cittadini, per il controllo dei livelli di inquinamento e molto altro. E la logica è sempre la stessa: recuperare efficienza riducendo i costi di un modello obsoleto e remunerando nuove filiere attraverso una quota del recupero di valore ottenuto. Daremmo una nuova mission alla finanza, che si riconfigurerebbe come partner della rigenerazione del paese supportando questi modelli di business per rendere fluidi i flussi di cassa e dare credito ai progetti di recupero di valore.

Tutto ciò darebbe il senso a una nuova ecologia, che abbraccia ambiente e territorio, acqua ed energia, servizi pubblici e iniziative imprenditoriali, rigenerazione di città e aree interne, con uno sguardo sistemico e un potenziale in grado di ridare all’Italia una grande sfida collettiva, che richiede l’interazione fra governo, imprese e cittadini. Un patto per la rigenerazione del paese all’insegna della sostenibilità e del benessere diffuso, che riuscirebbe a dare slancio anche alle regioni più in difficoltà e che quindi si potrebbe ben integrare con i patti per il Sud e le strategie di utilizzo dei fondi europei. Il governo, lo dicevamo, non sembra in sintonia con questa impostazione e ciò rende più complessa la sfida. È passato un anno e mezzo dal gennaio 2015, quando ha annunciato un forte interesse verso questo approccio con il green act, ma ancora non c’è nulla di concreto con cui potersi confrontare. Eppure quando si costruisce una comunità operosa e riflessiva, quando questa comunità crede nei valori di fondo di questo approccio e si pone in modo aperto, dialogante e inclusivo, non c’è governo che tenga. Il cambiamento può essere rallentato, ostacolato o reso meno dirompente, ma avverrà. E il pianeta ne ha un estremo bisogno.

Luigi Corvo è ricercatore e professore di Social entrepreneurship and innovation presso la facoltà di Economia di Roma Tor Vergata. Da sei anni lavora in progetti di modernizzazione della Pubblica amministrazione, collaborando col dipartimento Funzione pubblica della presidenza del Consiglio. Nel 2016 ha co-organizzato il Forum europeo dell’economia sociale e solidale. Si interessa di Social innovation e beni comuni.
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