Una ragione in più

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Molte sono le speranze, ma anche le preoccupazioni, verso la Cop21: il vertice internazionale sul clima che aprirà i suoi lavori proprio a Parigi, all’indomani dei tragici attentati, il 30 novembre. L’obiettivo è ambizioso: approvare un nuovo accordo autorevole, giusto ed efficace per contenere il progressivo avanzamento del cambiamento climatico. Secondo quanto emerge dal quinto rapporto dell’Ipcc, il panel dell’Onu che vigila sul riscaldamento globale, senza adeguate politiche di mitigazione l’aumento della temperatura media terrestre avrà conseguenze drammatiche sulla condizione umana, così come sulla tenuta dei sistemi economici, sociali, istituzionali e ambientali nel nostro territorio, in Europa, nel mondo. Se questo avverrà, la generazione attuale sarà allora ricordata non solo per non aver saputo e voluto attuare risposte adeguate all’annunciata tragedia socio-ambientale globale, ma per un vero e proprio fallimento etico che coinvolge le nostre istituzioni, le nostre teorie morali e politiche, ma anche ognuno di noi quale agente morale.

La crisi climatica interpella l’etica nel segno di una triplice dimensione di giustizia: verso chi vive oggi sul pianeta e in particolare i poveri e i più vulnerabili che maggiormente subiscono gli impatti negativi del riscaldamento globale; verso le future generazioni che rischiano di pagare un prezzo molto alto in termini di condizioni e opportunità di vita buona a causa dell’aumento della temperatura; verso le altre specie con cui condividiamo il pianeta e la stessa struttura ecosistemica che supporta la possibilità della vita. Il riscaldamento globale pone, insomma, la famiglia umana in una condizione di minaccia assolutamente inedita che interessa tutte le sue componenti, seppur in forme differenziate. E alla quale rispondere è un imperativo.

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In questa situazione ogni scelta in materia di clima, anche quella di non scegliere, ha una forte valenza morale, come evidenzia efficacemente un rapporto congiunto della Royal society e dell’Accademia delle scienze degli Stati Uniti: “I cittadini e i governi possono scegliere tra diverse opzioni (o un mix di tali opzioni): possono cambiare le loro modalità di produzione e uso dell’energia per limitare le emissioni di gas serra e quindi la grandezza dei cambiamenti climatici; possono aspettare che i cambiamenti accadano e accettare le perdite, il danno e le sofferenze che ne vengono; possono adattarsi ai mutamenti attuali e attesi per quanto possibile; o possono ricercare inedite soluzioni di geoingegneria per contrastare alcuni cambiamenti climatici che altrimenti accadrebbero. Ognuna di queste opzioni ha rischi, attrattive e costi”.

Dalle scelte che assumeremo da qui ai prossimi anni, dipenderà dunque gran parte del percorso futuro: scelte politiche (proseguire con un agire egoistico e competitivo dove prevale l’interesse nazionale o attuare reali percorsi di sostenibilità e di cooperazione?); scelte tecniche (continuare nello sfruttamento incontrollato delle fonti fossili o potenziare le energie rinnovabili e l’efficienza energetica?); scelte di vita personali e comunitarie (andare avanti nella strada del consumismo fine a se stesso o intraprendere comportamenti e nuovi stili di vita nel segno della sobrietà e della condivisione?). Tali scelte interessano tutti, perché tutti siamo chiamati ad agire, ma esse pongono una responsabilità particolare sui decisori politici, ai quali è affidato l’impegnativo compito di promuovere una cooperazione che deve necessariamente essere globale. Per questo la Cop21 è un appuntamento cruciale, da essa ci aspettiamo vengano segnali e indicazioni nella direzione di una riduzione importante delle emissioni di gas serra, disegnando un percorso virtuoso per progredire più speditamente verso una società a basse emissioni di carbonio.

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Non ci sono certezze sul raggiungimento di un (buon) accordo, grandi sono le resistenze di molti Stati e di molte lobby economiche, così come si avverte nelle nostre società, impoverite e incattivite dalla crisi economica, una percezione ancora inadeguata delle questioni legate al mutamento climatico, che non ne coglie appieno la drammatica consistenza politica e morale. Eppure, in mancanza di un’incisiva azione di mitigazione del mutamento climatico, come ben documenta il quinto rapporto dell’Ipcc, nessun obiettivo di promozione sociale ed economica può essere perseguito in modo efficace e duraturo. Al contrario, l’adozione a Parigi di un nuovo patto per il clima darebbe una accelerazione ai processi di riforma dell’attuale modello di sviluppo nella direzione di un’economia circolare, decarbonizzata, condivisa indirizzando intelligenza e creatività nella ricerca e attuazione di azioni che riducono il peso delle attività umane sull’ambiente a livello locale e globale, riducendo le disuguaglianze e migliorando la qualità di vita.

In questa prospettiva, l’etica rappresenta un contributo importante e indispensabile per favorire il superamento di un’idea troppo ristretta di benessere, di una comprensione troppo particolaristica della politica, di una visione troppo antropocentrica del futuro. Vanno in questa direzione le esortazioni di papa Francesco, che nell’enciclica “Laudato si’” afferma la necessità di ridefinire l’idea stessa di progresso, che è tale solo se migliora in modo integrale la qualità della vita delle persone e delle comunità e lascia in eredità alla future generazioni un ambiente migliore. Non si tratta di “fermare irrazionalmente il progresso e lo sviluppo umano”, ma di indirizzare l’intelligenza e la creatività “per trovare forme di sviluppo sostenibile ed equo, nel quadro di una concezione più ampia della qualità della vita”. Di ripensare la stessa idea di politica, che deve aprirsi al dialogo, alla trasparenza, alla partecipazione. Abbandonando la difesa di interessi particolari e la ricerca di risultati immediati. Una politica con lo sguardo lungo perché “non si possono modificare le politiche relative ai cambiamenti climatici e alla protezione dell’ambiente ogni volta cha cambia un governo. I risultati richiedono molto tempo e comportano costi immediati con effetti che non potranno essere esibiti nel periodo di vita di un governo”. Di risignificare il nostro stesso sguardo sulla natura per passare da un’arroganza dominatrice alla tenerezza che sa contemplare la bellezza, presupposto per costruire un nuovo umanesimo ecologico solidale, responsabile e relazionale, capace di futuro.

Il successo dei negoziati di Parigi, e soprattutto il successivo avvio di un agire condiviso a tutela del clima bene comune, richiederà inevitabilmente che la politica si intrecci con le ragioni di un’etica della cura e della responsabilità perché, per richiamare ancora le parole di papa Francesco, “l’interdipendenza ci obbliga a un solo mondo e a un progetto comune”.

Coordinatore del Progetto etica e politiche ambientali, Fondazione Lanza
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