Una notte da lupi

Non c’è nebbia, il cielo è pulito. Ma la luna è nuova , quindi stanotte ci sarà il buio più assoluto. Non potevamo aspettarci condizioni migliori per la nostra prima notte sull’altopiano della Lessinia, dove il bosco di Folignani è diventato dal 2012 “territorio del lupo”.

Un gruppo di volontari del progetto di Legambiente Verona Notti da lupi ogni sera si riunisce davanti al bar di Bosco Chiesanuova per partire in direzione delle malghe. Un progetto nato per aiutare gli allevatori e i lupi, perché la presenza stabile di questo intelligente predatore significa anche un aumento delle predazioni. E il compito dei volontari, che abbiamo accompagnato in una notte di luglio, è proprio questo: “convincerlo” a cacciare soltanto animali selvatici e dissuaderlo dall’idea di cacciare bovini. Come? Trascorrendo la notte fra i pascoli, seguendo le vacche, controllandole e battendo quei sentieri che potrebbero essere usati dal branco per avvicinare le mandrie.

La storia dei lupi in Lessinia preoccupa gli allevatori ma ha un grande valore scientifico perché dopo più di un secolo la popolazione appenninica si è nuovamente incrociata con quella dei Balcani. Slavc, un maschio arrivato dalla Slovenia nel 2012 dopo un sorprendente viaggio di oltre 1.000 km attraverso le Alpi, e Giulietta, lupa appenninica, si sono incontrati in questo particolare e ricco territorio e si sono riprodotti. Non si conosce per certo il numero dei lupi nel branco, se ne stimano otto o dieci compresi i nuovi cuccioli, ma manca ancora una produzione scientifica a riguardo. «La Lessinia – racconta Renato Semenzato, biologo del comitato scientifico nazionale di Legambiente – è un altopiano dolce e facile da studiare, si potrebbe fare un buon lavoro e raccogliere dati importanti. È un evento che sia tornato il lupo, e che sia tornato unendo due popolazioni diverse dando alla luce dei cuccioli».

Gli allevatori non la pensano così, non tutti almeno. Loro perdono le vacche, non vengono risarciti e non hanno gli strumenti per affrontare il problema, né concreti né culturali, non avendo da secoli il predatore nella loro area. «Non siamo stati aiutati dalla Regione, nonostante 98.000 euro di fondi europei dati per il progetto Life Wolf Alps – spiega Silvana Fasoli, la malghera che ci ospiterà il giorno dopo la notte di veglia, che fa parte della associazione “Tutela della Lessinia – allevatori e proprietari di malghe” – Abbiamo chiesto un prezzario che sia stabilito sulla vacca da latte piuttosto che su quella da carne (che ha un valore inferiore, nda) e che venga attivato un numero verde da chiamare in caso di predazioni. Sono passati tre anni e finora l’unico ad averci aiutato con proposte concrete è Legambiente». Silvana fa da portavoce agli allevatori del luogo, quando arriviamo ci accoglie con un planning delle ultime predazioni e delle malghe da sorvegliare, fa un punto della situazione insieme ad Angelo Mancone della segreteria di Legambiente Verona, poi apre sul tavolo la cartina della zona per ipotizzare il percorso da fare. «I lupi non mangiano da tre giorni – dice – stanotte cacceranno sicuramente»

Dopo aver raccolto i volontari ci dirigiamo con le macchine alla malga Cornesel. Sono le 21.30 ma c’è ancora luce, tre ragazzi sono incaricati di sorvegliare i pascoli attorno alla malga e di illuminare con le torce per disturbare l’evenutale passaggio dei lupi. Poi ci spostiamo verso ovest al lago Boar. Per arrivare alla malga c’è una camminata di trenta minuti, si potrebbe arrivare in macchina ma sulla strada c’è una sbarra a cui l’allevatore ha messo un lucchetto, così siamo costretti a prendere l’indispensabile e lasciare il resto nella vettura. Ancora non tutti apprezzano il lavoro dei volontari. «La proposta di Legambiente era stata presa in giro all’inizio – spiega ancora Silvana –  Ma finora in tutte le proposte che ci ha fatto la Regione siamo noi a dover anticipare i soldi, a montare le recinzioni… I volontari invece ci aiutano davvero, hanno trovato un modo per dialogare con gli allevatori, anche quelli più restii».

La malga Lago Boar è molto grande. Ci accoglie un cavallo irrequieto che galoppa avanti e indietro per poi sparire nel buio. Non vediamo le vacche, né sentiamo il tintinnio dei campanacci. Così ci incamminiamo verso la parte bassa del terreno. Si sente solo il grido di qualche uccello notturno e il suono dei nostri passi sull’erba. Nient’altro. Dopo circa quaranta minuti, all’imboccatura del bosco, la luce della torce illumina tre paia di occhi grandi in mezzo all’erba: le vacche sono là, immobili. Lasciamo due volontarie alla malga e ci spostiamo verso la contrada Costeggioli, sopra la foresta di Folignani, dove dimora il lupo. Sono le due di notte, le vacche dormono quasi tutte sdraiate nell’erba, ma contrariamente a quanto ci aspettavamo, non sono riunite in gruppi numerosi, molte sono isolate, da sole dell’erba alta: prede facilissime. Continuiamo la perlustrazione verso il rifugio “Podesteria”, in lontananza si sente muggire molto forte. «Alcune vacche sono gravide e partoriscono qui da sole, – dice Lorenzo Albi, presidente di Legambiente Verona – probabilmente questo è il muggito di qualcuna che ha iniziato il travaglio, così da sole sono molto a rischio, molti vitellini vengono predati subito dopo il parto, quando le condizioni sono più che favorevoli per il lupo».

Arriviamo a Bocca di Selva e prendiamo il sentiero che porta al bosco di Folignani di sotto. L’atmosfera è surreale. Sono le tre di notte passate, è talmente buio che senza torcia non si riesce a distinguere il cielo dal terreno, è calata l’umidità, non ci sono più le stelle per via della foschia. Improvvisamente non si sentono più rumori. Né i campanacci della mucche né gli uccellli notturni, nessun movimento. Abbiamo l’impressione di essere seguiti, ci voltiamo spesso e illuminiamo dappertutto. «Negli ultimi duecento anni di storia – rassicura Lorenzo Albi – non è stato documentato nemmeno un caso di attacco del lupo all’uomo: è timido, schivo e ha paura di noi. È quasi impossibile anche solo da intravedere».

La mattina tornati alla malga Brancon di Silvana si fa di nuovo il punto della situazione. Veniamo informati che non lontano da dove eravamo, a Camporotondo di sotto,  è stato predato un vitellino. Probabilmente il nostro passaggio ha disturbato e deviato il percorso dei lupi che si sono spinti più a sud, in una zona dove ancora non c’erano stati attacchi. «Nessuno si aspetta che il progetto sia risolutivo – puntualizza Semenzato – questo è impossibilie, ma già ridurre il numero delle predazioni è un traguardo importante. Inoltre, piano piano si fa opera di educazione alla presenza del lupo. La gestione del carnivoro – continua – è compito dei biologi, non degli allevatori. Ma la Lessinia è un territorio particolare, con un numero di bovini che raggiunge i settemila capi. Bisogna agire su più fronti, aiutare i malgheri a fronteggiare l’emergenza con misure di prevenzione studiate apposta per un territorio geograficamente particolare: mettere il radiocollare ai lupi per monitorarli e trasformare in opportunità culturale la presenza di questo animale in un territorio di così grande ricchezza ecologica».

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