Un testimone della devastazione

“Il rischio è costante. Le piccole e grandi corporazioni, i politici corrotti che le appoggiano, osservano tutti i movimenti”

«È una condizione esistenziale che ti porta a percepire la tua vita e quelle delle comunità indigene come legate indissolubilmente. Percepisco il dolore per la perdita della loro cultura come una morte interiore. Un lutto che si rinnova dopo ogni sconfitta». Dario Novellino, 54 anni, antropologo e ricercatore, padre di due gemelle di sei anni, ha scelto di dedicare la propria esistenza a una causa. E prima ancora che in Italia si cominciasse a discutere dei costi umani e ambientali dell’olio di palma, lui era già un testimone della devastazione.

Si definisce un “difensore dei diritti delle popolazioni indigene”.

Si possono difendere i diritti degli indigeni anche lavorando dietro una scrivania per un’ong. Ma generalmente con questa espressione ci si riferisce a chi si batte a fianco delle comunità per la difesa dei loro diritti e la salvaguardia degli ecosistemi. Alcuni sono parte stessa di comunità minacciate, altri le appoggiano mettendo a disposizione le loro conoscenze. Io appartengo a entrambe le categorie. A 23 anni, nel 1986, sono diventato “fratello di sangue” di Timbay, indigeno dell’isola filippina di Palawan. I Batak sono un gruppo di agricoltori e cacciatori nomadi sull’orlo dell’estinzione, ne restano meno di trecento! Il legame con Timbay mi ha permesso di essere accettato dal gruppo, di vivere con e come loro per lunghi periodi. Quando le compagnie del legname hanno iniziato a penetrare le foreste incontaminate ho scelto di iniziare una battaglia che continua. Ho insegnato loro strumenti di difesa legale di cui ignoravano l’esistenza, come preparare una petizione per chiedere al governo la cancellazione delle concessioni nei loro territori. È arrivata così la prima vittoria.

Dopo è stato anche in Malesia e Indonesia.

Nell’89 ho raggiunto Sarawak, nel Borneo Malese, per documentare l’impatto del taglio e della commercializzazione del legname. Vivevo con una comunità di cacciatori nomadi Penan, li aiutavo a lanciare una campagna per convincere i Paesi europei a rinunciare alle importazioni. Avendo saputo della mia attività la polizia si era messa sulle mie tracce, ma i Penan mi hanno portato fuori dalle aree a rischio nascondendomi in una canoa. La campagna poi è partita, senza riuscire a fermare lo scempio. Il governo è andato avanti abbattendo oltre il 70% delle foreste del Sarawak, pregiudicando la sopravvivenza degli indigeni. Dove c’erano foreste oggi c’è il deserto delle piantagioni di palme da olio. Dei miei amici Penan non ho più notizie: la loro vita, come quella di altre etnie, è finita. Nella migliore delle ipotesi sono stati trasformati in lavoratori a cottimo per le piantagioni di palme.

Ha mai temuto per la sua vita?

Il rischio è costante. Le piccole e grandi corporazioni, i politici corrotti che le appoggiano, osservano tutti i movimenti e al momento opportuno, intercettate le “menti” e i leader, cercano di ammazzarli o costringerli a desistere. Una tecnica ricorrente è quella di incriminarti per fatti che non hai commesso. A metà degli anni ‘90, a Palawan, hanno fatto girare la voce che fossi un finanziatore della guerriglia comunista, costringendomi a lasciare le Filippine per non incappare nella trappola. Per questo ho deciso di prendere un titolo accademico (nel 2003 ha conseguito il dottorato di Antropologia ambientale all’università di Kent, Regno Unito, ndr), una carta in più per perorare le mie cause. È andata peggio a due miei amici, uccisi lo scorso aprile a Palawan. Entrambi indigeni, si battevano contro la pesca illegale col cianuro che devasta la barriera corallina. Ogni volta che un “difensore” viene eliminato la lotta subisce uno stop. La gente ha paura, si tira indietro.

Quando rientra in Italia come segue ciò che succede sul campo?

Ho aiutato gli indigeni di Palawan a costituire la “Coalizione contro il furto delle terre”, che si batte per tutelare le comunità contro la deforestazione. Li aiuto a creare collaborazioni con altre associazioni, a cercare fondi e lanciare campagne a difesa dei patrimoni naturali e culturali. L’ultima petizione, lanciata con Rainforest rescue, ha già ottenuto 130.000 firme. Ho inoltre facilitato la nascita di un fondo per sostenere la lotta dei difensori dei diritti umani e ambientali chiamato Safe, che sarà cogestito da Friends of the earth e dal consorzio Icca.

I dati e le storie che abbiamo raccolto confermano come sia in corso il più grande attacco all’identità, ai diritti, alla sopravvivenza stessa di tanti popoli indigeni. Si può vincere questa battaglia?

A livello globale i segnali sono negativi, non esiste più un ordine mondiale al quale fare riferimento. Gli organismi che dovevano garantire la pace, l’Onu e i governi che ne fanno parte, hanno fallito. Trump minaccia di mandare a rotoli qualsiasi accordo sul clima. E l’Europa non sembra in grado di approdare a scelte politiche condivise: siamo ancora lontani da un cambiamento radicale sulle politiche energetiche, in particolare sugli agrocombustibili. Faccio però mie le parole di Edmundo Aray, poeta venezuelano: “Le battaglie non si perdono, si vincono sempre”.

Che ruolo può avere la nostra società civile?

Se ogni cittadino eliminasse l’olio di palma dalla propria dieta potremmo rallentare l’espansione di un’industria che divora ogni anno fra uno e due milioni di ettari di terre. Una scelta giusta anche per la nostra salute visto che uno studio dell’Efsa mette in guardia sui rischi di cancerogenicità. C’è invece poco da fare sul biodiesel, lì ce l’hanno imposto mescolandolo al carburante, rendendoci ignari corresponsabili della distruzione delle foreste. La beffa è che emette il triplo di gas serra rispetto al diesel fossile. Qui la battaglia è politica. Il M5S ha presentato una proposta di legge che mira a vietare l’importazione e l’utilizzo dell’olio di palma in tutte le filiere produttive, dall’agroalimentare ai biocombustibili. Gli altri che fanno?

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