Bhopal, un silenzio avvelenato

Uno stabilimento incustodito. E tutto intorno baracche, bambini che giocano, animali. Trentatré anni dopo la strage che ha fatto migliaia di vittime, l’ex fabbrica della Union Carbide è un rudere. Mai bonificato

bhopalEccomi qui, nascosto nella fabbrica che la notte tra il 2 e 3 dicembre 1984 ha ucciso migliaia di persone. Dentro un rudere industriale mai dismesso. Con incollata sul viso la maschera antigas che ho portato, nascosta nello zaino, dall’Italia. Eccomi in mezzo a un terreno mai bonifi cato, dove a distanza di 33 anni si possono nascondere ancora sacche o particelle di gas letali. Inspirarle ti può uccidere o creare danni permanenti. L’isocianato di metile (in sigla Mic), col suo caratteristico odore di cavolo lesso, ti rende cieco all’istante, ti blocca i polmoni e brucia i pigmenti. Il cianuro dice al tuo cervello di smettere di respirare. Il fosgene, ti uccide facendoti soffocare nel tuo stesso sangue. Sono sul luogo del più grande disastro chimico della storia: a Bhopal, in India, dentro la fabbrica della Union Carbide. Greenpeace, nel 1999, ha fatto analizzare le falde acquifere nei terreni intorno alla fabbrica, dove ancora vivono migliaia di persone nelle baracche: tetracloruro di carbonio ben 672 volte più alto del limite accettato, 260 volte il cloroformio e 50 il tricloroetilene. Quando, alcuni anni fa, mi parlarono per la prima volta della tragedia di Bhopal rimasi allibito. Mi chiesi perché nessun media ne parlasse più. Fermate una persona a caso: chiedetele di Chernobyl e saprà di cosa si parla. Chiedetele di Bhopal e nella maggior parte dei casi vi guarderà interdetto. Forse la risposta, vista da qui, è più semplice. A causare il disastro di Bhopal fu una multinazionale, leader mondiale della chimica, fi ore all’occhiello degli Stati Uniti; a subirlo povera gente che viveva nelle baracche e una nazione, allora, del cosiddetto Terzo mondo. Ho deciso allora di venirci, a Bhopal, perché chi fa il i giornalista,quando può dovrebbe parlare di ciò che ha visto, non di ciò ha letto. Sono partito “leggero”: uno zaino grande da spedire e uno più piccolo come bagaglio a mano. Nello zaino grande, ben nascosta, la maschera antigas. In quello piccolo il libroinchiesta Mezzanotte e cinque a Bhopal degli scrittori e giornalisti Dominique Lapierre e Xavier Moro. In mente, lo spettacolo Bhopal di Marco Paolini e Francesco Niccolini.

IL BUSINESS DEL SEVIN
Quando fu messo fuorilegge il Ddt, iniziò la gara a trovare il suo sostituto: chi avesse creato lo spray cattivo con gli insetti ma buono con gli uomini avrebbe fatto bingo. Arrivò prima la Union Carbide, che nel 1957 realizzò il Sevin, che per gli standard di allora, era innocuo per l’uomo. Peccato che per produrlo fosse necessario trattare gas estremamente letali: fosgene, cianuro e sopratutto il Mic, l’isocianato di metile. Questo ultimo, oltre che letale, è un gas “diffi cile”: reagisce con l’acqua, con le impurità e la sporcizia ed è altamente instabile. I manuali degli apprendisti stregoni della Carbide consigliavano di non stoccarlo mai e qualora fosse stato strettamente necessario di tenerlo a temperature prossime allo zero. I risultati della sperimentazione del Mic su (poveri) topi furono così terrificanti che la Carbide ne vietò la pubblicazione. Dopo aver venduto il Sevin in tutto il Sudamerica, nel 1966 la Carbide iniziò “l’attacco” commerciale all’India, che con 500 milioni di contadini era un mercato favoloso; poco dopo decisero di produrre il Sevin direttamente in loco, a Bhopal, ben posizionata nel centro dell’India e con una moderna ferrovia.  

SICURA, COME LA CIOCCOLATA
Nel progetto esecutivo della fabbrica parte degli impianti di sicurezza, previsti come standard negli stabilimenti americani, furono tagliati per ragioni di budget. La Carbide non ritenne però importante informare i suoi interlocutori indiani. Anzi, l’ufficio studi della multinazionale dichiarò allora che quella realizzata a Bhopal sarebbe stata “sicura come una fabbrica di cioccolata”. La produzione di Sevin viene avviata il 4 maggio 1980 dallo stesso amministratore delegato del gruppo, Warren Anderson. Impianti e capannoni vennero posizionati nella spianata nera, dove sorgevano le tre baraccopoli più popolose di Bhopal e, vicinissima, la stazione. I dirigenti della Carbide che pure sollevarono il problema di un’attività così pericolosa in una zona densamente popolata non furono mai ascoltati. Ci furono da subito problemi ambientali: acqua contaminata nei pozzi, animali morti e gente che stava male. Agli abitanti delle baraccopoli bruciavano spesso occhi e gola. Ma come protestare? La Carbide dava lavoro, era gentile, regalava dolci nelle feste comandate e se moriva una mucca per colpa loro ne rendeva indietro tre. La prima vittima tra gli operai ci fu nel 1981: Mohammed Asharaf, operaio capoturno al fosgene. Una goccia di gas gli cascò sulla maglia e lui per lavarlo via, si tolse un attimo la maschera antigas. Gli scappò un solo respiro, e gli costò la vita. La “rivoluzione verde”, nel frattempo, era fallita e il Sevin non si vendeva più. Iniziarono licenziamenti e tagli, specie alla sicurezza. Nell’autunno del 1983 dalla sede centrale decisero la sospensione della produzione e gli impianti di sicurezza furono staccati del tutto, nonostante ci fossero ancora stoccate, in tre cisterne sotterranee, 63 tonnellate di isocianato di metile, il famigerato Mic. Secondo i manuali Carbide non sarebbero certo dovuto rimanere lì, e in ogni caso andavano assolutamente mantenute a una temperatura prossima allo zero. Invece venne staccata anche la refrigerazione degli impianti di stoccaggio. Per risparmiare ancora qualche rupia, fu spenta anche la fiamma pilota della ciminiera, che avrebbe dovuto bruciare eventuali perdite inaspettate di gas. 

LA NOTTE MALEDETTA
Per scegliere la data per celebrare un matrimonio hindù vengono consultati gli astrologi. La notte dell’incidente, secondo gli aruspici, sarebbe stata una notte benedetta dagli astri. Quella notte furono celebrati decine di matrimoni, la gente era in strada a festeggiare e i parenti arrivavano dai paesi vicini. Il destino sembrava farsi beffa dei poveri abitanti di Bhopal. Doppiamente. Infatti il giorno dopo era anche la data dell’Ishtema, il grande raduno religioso annuale musulmano che si sarebbe svolto nella bellissima moschea Taj-Ul-Masjid. Così dalla sera del 2 dicembre iniziarono ad arrivare alla stazione, adiacente alla fabbrica, migliaia di fedeli da tutta l’India. A mezzanotte era previsto l’ennesimo treno colmo di passeggeri. Nel frattempo nello stabilimento non lavorava più nessuno. Saltuariamente veniva fatta un po’ di manutenzione, perché la Carbide voleva venderla a pezzi per recuperare parte dell’investimento. Il 2 dicembre 1984 furono mandati degli operai del tutto inesperti, che lavoravano in un altro stabilimento della multinazionale, dove si producevano pile. Non erano formati per trattare un gas pericoloso come l’isocianato di metile. Forse nemmeno erano stati informati della sua presenza. L’operaio Mohal Lal Verma mentre lavava le tubazioni non si rese conto che l’acqua stava andando dritta dritta verso le tre cisterne del Mic. Un tecnico preparato, appena si fosse iniziato a spandere l’odore di cavolo lesso, avrebbe subito capito cosa stava succedendo. Lui non se lo immaginava nemmeno. L’isocianato era stoccato in 3 cisterne, una piena con 42 tonnellata, una con 21 tonnellate, l’ultima con una sola tonnellata. La malasorte si era condensata su quella città: nella notte “benedetta” dagli astri, l’acqua entrò in una sola cisterna: quella piena di 42 tonnellate di isocianato. Il gas fuoriuscì e non c’era nessuna fiamma pilota a bruciarlo. Una nube tossica avvolse la città, come in un fi lm dell’orrore. Testimoni raccontarono di morti all’istante, moribondi nelle strade che si contorcevano dal dolore, persone che vomitavano sangue, molte diventate cieche all’istante. C’è chi pensò a un attacco nucleare, tale era l’ecatombe. 

STORIE DI EROI E DI VIGLIACCHI
Un coraggioso capostazione sfidò la nube tossica per urlare al macchinista del treno appena arrivato: “Vai via, riparti subito o le persone moriranno”. Il treno riparti, salvò molte vite, ma non la sua. Il rettore dell’università di medicina svegliò tutti gli studenti: “Venite subito in ospedale, stanno morendo a migliaia per una tube tossica”. Uno studente vide un bambino soffocare. Senza pensarci due volte si gettò su di lui per fargli la respirazione bocca a bocca. Lo salvò aspirandogli il gas dai polmoni. Fu lui a morire. Il medico di guardia, dottor Gandhé, chiamò subito la Carbide, chiedendo la composizione del gas, per capire quali protocolli medici si potevano usare. Ci dispiace, non possiamo rivelarvi questa informazione”, fu la risposta. “Qui la gente muore, diteci cosa fare”, ribattè il medico. “Dite di respirare il meno possibile”. Eppure una semplice iniezione di tiosolfato di sodio avrebbe potuto salvare migliaia di vite. La Union Carbide non subì mai alcun processo. Nel 1989 all’annuncio dell’accordo col governo indiano per 460 milioni di dollari, in cambio della cessazione di ogni azione legale, il titolo crebbe di 2 dollari. Era una cifra 6 volte inferiore alle richieste iniziali. L’amministratore delegato Warren Anderson annuncerà agli azionisti che l’incidente di Bhopal era costato “solo” 43 cents ad azione. Quanta gente morì quella notte? I bollettini ufficiali parlarono prima di tremila, poi di ottomila persone. Ma nessuno poteva calcolare le migliaia di persone non censite che vivevano nelle baracche. Le strade erano così piene di cadaveri che furono fatti roghi giganti per bruciare gli hindù e fosse comuni per gli islamici. Lapierre e Moro, nel loro dettagliato libro-inchiesta, affermano che la notte dell’incidente morirono tra le sedici e le trentamila persone; duecentomila furono gli intossicati, molti dei quali riportarono danni permanenti. Nel 2006 il governo indiano stimava in 558.125 le persone con danni rilevabili dovuti all’incidente del 1984. Tanti bambini nascono ancora oggi con deformità più o meno gravi. Una strage dimenticata. Soprattutto dai media (occidentali). Quando sono riuscito a entrare di nascosto nella fabbrica, ormai lasciata in mezzo a un piccolo bosco abbandonato da tutti, il silenzio di morte che ancora vi aleggiava era inquietante. Nessuno ha mai bonificato i terreni e la falda acquifera. Eppure, a meno di un chilometro di distanza, ci sono baracche abitate, la stazione, i mercati e i bambini che giocano. Io avevo la maschera antigas e una bottiglia d’acqua ben chiusa. Loro né l’una né l’altra.

È autore e divulgatore televisivo, web e giornalistico. Attivista ed opinion leader del mondo Vegan, si occupa anche di ecologia e altromondismo. Lo trovi su fb: Lorenzo Lombardi (Veg)
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