Un milione di firme
per salvare il suolo

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Il suolo è cibo, natura, salute. È vita, grazie alla sua sostanza organica in cui si accumula gran parte del carbonio della biosfera. Eppure è una risorsa finita, che l’uomo sta asfaltando, cementificando, contaminando e consumando con troppa disinvoltura. In Europa ogni giorno spariscono 300 ettari di suolo, che tradotto significa consumare in un anno un’area grande come Roma. Dopo paesi come Olanda, Belgio e Germania, il nostro è uno degli Stati europei che più ha sacrificato territorio all’urbanizzazione. Nel solo triennio 2012-2015 il suolo “sigillato” nel Belpaese è aumentato dello 0,7%, invadendo le sponde di fiumi e laghi (+ 0,5%), coste (+ 0,3%) e aree protette (+ 0,3%), avanzando addirittura in zone ad elevato rischio sismico (+ 0,9%), da frana (+ 0,3%) e idraulica (+ 0,6%), come fotografa l’ultimo rapporto Ispra: Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici.

Per tentare di frenare questa deriva, al Salone del gusto di Torino una rete europea di ong, istituti di ricerca, associazioni di agricoltori e gruppi ambientalisti ha lanciato la campagna People4Soil. L’obiettivo è raccogliere un milione di firme in tutta Europa affinché venga adottata una legislazione specifica in materia di tutela del suolo, che fissi principi e regole valide per tutti gli Stati membri. «Vogliamo che l’Europa riconosca il suolo come un bene comune essenziale per la nostra vita e assuma la sua gestione sostenibile come impegno prioritario – spiega Marzio Marzorati, vicepresidente di Legambiente Lombardia – Quando nel 2014, durante la Conferenza della custodia del territorio a Barcellona, lanciammo l’idea di un movimento europeo per la terra non sapevamo a cosa saremmo andati incontro, ma avevamo chiaro che le forme istituzionali di tutela del territorio non bastano a fermare il consumo di suolo. Per questo serve una chiamata di cittadini e proprietari, a vario titolo custodi del territorio, con regole chiare che ne premino le condotte responsabili anziché i comportamenti speculativi».

Stivale sprecone

In Italia il consumo di suolo viaggia alla velocità di 4 metri quadrati al secondo, circa 35 ettari al giorno. La maggior parte del territorio perso, rende noto Ispra sulla base di uno studio condotto in Abruzzo e Veneto, è di buona qualità, quello con la maggiore potenzialità produttiva. Con l’aggravante che la copertura artificiale non deteriora solo il terreno direttamente coinvolto ma produce impatti notevoli anche su quello circostante. Un danno che costa all’Italia una cifra che si avvicina al miliardo di euro all’anno. È infatti di 800 milioni il prezzo che gli italiani potrebbero pagare, dal 2016 in poi, per fronteggiare le conseguenze del consumo di suolo degli ultimi tre anni. Si tratta di costi occulti, quelli non percepiti ma dati dal servizio ecosistemico che il suolo non può più fornire per via della trasformazione subita: 400 milioni di euro per la produzione agricola, 150 per lo stoccaggio del carbonio, oltre 120 per la protezione dall’erosione, quasi 100 per la mancata infiltrazione d’acqua, ma anche i 3 milioni per l’assenza di impollinatori. Per la regolazione del microclima urbano – a un aumento di 20 ettari di suolo consumato per km2 ne corrisponde uno di 0,6° C della temperatura superficiale – è stato stimato un costo che si aggira intorno ai 10 milioni di euro. A pagare di più, in tutti i sensi, sono le città metropolitane: Milano con 45 milioni, Roma con 39 e Venezia con 27.

«Quando consumiamo suolo – dice Michele Munafò, responsabile del rapporto Ispra – perdiamo la capacità del terreno di produrre alimenti, di filtrare l’acqua, di mitigare gli eventi alluvionali o l’erosione, l’acqua si inquina di più, l’aria peggiora e aumentano le temperature in città. Possiamo quantificare la perdita dei servizi ecosistemici sia dal punto di vista biofisico che economico sui costi di sostituzione, su quanto cioè dovremmo spendere per mantenere lo stesso livello di benessere. Il danno calcolato – continua – sottostima il valore complessivo della perdita di suolo, visto che considera solo una parte dei cambiamenti avvenuti e una parte dei servizi ecosistemici che il suolo ci offre. Alcuni di questi sono difficili da valutare e quantificare: se perdiamo paesaggio, ad esempio, andrebbe calcolato anche quanto perde il turismo».

Malgrado ciò, e nonostante gli anni di crisi, l’Italia consuma suolo anche dove la popolazione non cresce. E i piccoli comuni, quelli con meno di cinquemila abitanti, sono i meno efficienti: per ogni nuovo abitante divorano mediamente fra i 500 e i 700 m2 di suolo contro i 100 di quelli con più di 50mila abitanti. L’Italia ha insomma urgente bisogno di invertire la rotta. A maggio la Camera ha approvato un disegno di legge che riconosce il suolo come bene comune e con l’obiettivo di azzerarne il consumo entro il 2050, ora il testo è al Senato. «È positivo che l’Italia si doti di una norma per riconoscere il suolo come bene comune – commenta Munafò – Ma ci sono alcune criticità da tenere in considerazione». Ad esempio, nell’attuale formulazione della legge i terreni interessati dalle attività legate all’agricoltura restano fuori, col risultato che il consumo di suolo dato dalla realizzazione di un agriturismo o di un capannone agricolo non verrebbe conteggiato. «Non esistono suoli di serie A o B – riprende il responsabile dell’Ispra – Tutto deve essere tutelato».

Una questione europea

Se l’Italia piange, col suo 7% di territorio nazionale “consumato”, l’Europa non ride. Olanda, Belgio, Lussemburgo, Germania, Svizzera, Gran Bretagna e Danimarca precedono il Belpaese in termini di superficie urbanizzata. Nel Vecchio continente le aree urbanizzate arrivano a quasi 200.000 km2, più o meno la grandezza della Gran Bretagna. «La Commissione attende una chiara indicazione dagli Stati membri su cosa intendono fare – racconta Luca Montanarella, portavoce del Panel intergovernativo sul suolo della Commissione europea – Nel 2014 la presidenza Barroso decise di ritirare una proposta di direttiva quadro in materia perché nel Consiglio europeo c’erano cinque Stati che si opponevano sostenendo che il loro ordinamento già protegge il suolo».

La Germania, fra i paesi contrari insieme a Francia, Gran Bretagna, Olanda e Austria, è un grande consumatore di suolo, ma ha limitato la perdita di terreno dai 120 ettari al giorno del 2006 agli 80 di oggi. Un successo delle politiche tedesche o un effetto della crisi? Più probabile la seconda ipotesi, e in ogni caso quegli 80 ettari/giorno continuano ad essere un dato elevatissimo e – anche considerando la maggior popolazione – ben più alto di quello italiano. «In Europa c’è una situazione disomogenea per le norme che tutelano il territorio – riprende Montanarella – Ci sono paesi che non hanno norme nazionali e altri che le stanno discutendo. Il 5 dicembre (data internazionale per il Soil day, ndr) presenteremo a Bruxelles uno studio sulle legislazioni esistenti nei 28 Stati membri. Uno strumento per decidere cosa fare. Non bisogna dimenticare che il consumo di suolo è legato alla pianificazione e questa è esclusa dalle competenze dell’Ue, che può solo dare linee guida, consigli». Ma ai ritmi attuali d’urbanizzazione, fa sapere la Commissione, molto prima di fine secolo avremo consumato un’altra fetta di territorio europeo, grande come l’Ungheria. È tempo di adottare strumenti dedicati e giuridicamente vincolanti.

Giornalista ambientale, per La Nuova Ecologia cura le sezioni inchiesta e storie. Per il canale video LanuovaecologiaTV realizza dirette streaming, video interviste e il montaggio di video servizi. Contatti: loiacono@lanuovaecologia.it @francloia
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