Un mare di rifiuti

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Oltre otto milioni di tonnellate di plastica si riversano ogni anno negli oceani. È come se, per ciascun minuto che passa, un intero camion di immondizia si rovesciasse nelle acque del pianeta. L’80% dei rifiuti ha origine terrestre, viaggia lungo fiumi, fossi, canali, proviene dalle città costiere, dalle industrie, sfugge ai sistemi di depurazione. Per la gran parte è fatto di plastica. A volte naviga per lunghe distanze, trasportato dal vento e dalle correnti, verso i cinque principali vortici oceanici e lì forma concentrazioni galleggianti, le cosiddette “zuppe di plastica”. Milioni di oggetti di diversa grandezza si addensano in chiazze enormi. La più estesa è quella del Pacifico settentrionale, che si allarga tra le Hawaii e la California, ricoprendo un’area pari alla Turchia. Al centro del vortice gli scienziati hanno trovato più plastica che plancton.
Un incubo, anche perché ormai sappiamo che la plastica è ovunque. «È presente dai Poli all’Equatore, in superficie, sulle coste e depositata sui fondali, fino a migliaia di metri di profondità – afferma Richard Thompson, biologo marino dell’università di Plymouth, nel Regno Unito – vediamo oggetti a noi familiari, come bottiglie e sacchetti, ma di tanti altri non ci accorgiamo: sono le microplastiche, risultato della frammentazione dei pezzi più grandi a causa dell’azione del sole, della temperatura, del vento. Sappiamo ancora poco di come si comportano, si muovono, si sedimentano sui fondali ed entrano nella catena alimentare. In base alle conoscenze attuali, possiamo dire che hanno un impatto su circa 700 specie marine».
Il gruppo di ricercatori coordinato dal professor Thompson è stato il primo a usare la parola “microplastica” nel 2004, studiando frammenti anche più piccoli del diametro di un capello, e da allora l’attenzione al problema ha cominiciato a crescere. «Nei miei esperimenti trovavo sempre plastica e mi accorgevo che, dopo la pulizia delle spiagge, molti piccoli oggetti non venivano raccolti né registrati, restavano lì – racconta il biologo britannico – ed è per questo che abbiamo iniziato ad analizzare campioni di sabbia, trovando frammenti colorati. Abbiamo capito così che la plastica era ovunque. Da questi pezzi è impossibile risalire a cosa fossero all’origine, si può identificare solo il polimero».
Una delle principali cause dell’invasione della plastica nei mari è l’aumento vertiginoso della sua produzione: siamo passati da un milione e mezzo di tonnellate del 1950 alle attuali 300 milioni di tonnellate. Negli ultimi dieci anni ne abbiamo prodotta più che in cinquant’anni del secolo scorso. E il 40% è packaging ha vita brevissima, diventa rapidamente solo qualcosa da gettare. Un rifiuto. I sacchetti di plastica servono in media per quindici minuti e ne vengono utilizzati 500 miliardi all’anno, un milione al minuto.
Oggi quella della plastica negli oceani è riconosciuta come una delle maggiori minacce ambientali del nostro tempo, simbolo di un’economia inefficiente, in cui materiali che potrebbero essere riutilizzati inquinano le spiagge e i mari. Se non si farà nulla per la prevenzione, nel 2025 la quantità di plastica negli oceani sarà tre volte quella di oggi. E nel 2050 nei mari ci sarà più plastica che pesce.
Nel 2008 la direttiva quadro europea sulla Strategia marina ha imposto come obiettivo per gli Stati membri quello di raggiungere il buono stato ambientale per le acque marine, dedicando particolare attenzione alla prevenzione dell’inquinamento da plastica e spingendo a trovare una soluzione nell’economia circolare (il cui pacchetto di direttive è stato approvato lo scorso 14 marzo dal Parlamento europeo). I costi per la pulizia delle spiagge in Europa sono stimati in circa 630 milioni di euro l’anno, mentre i danni per il settore della pesca pesano per 60 milioni di euro, pari all’1% dei ricavi. Oltreoceano, la sola California spende mezzo miliardo di dollari per la pulizia delle coste e l’Onu stima che il danno globale sia quantificabile in 13 miliardi di dollari all’anno. «Le conseguenze negative sono anche psicologiche, come abbiamo provato con un recente studio – aggiunge Thompson – in cui abbiamo mostrato a un campione di persone una serie di foto, alcune con spiagge pulite, altre sporche a gradi diversi. Abbiamo chiesto quale stato d’animo suscitavano le immagini ed è risultato che una spiaggia con l’immondizia provoca tristezza, e quindi ha una capacità rigeneratrice inferiore rispetto a una pulita, che invece dà felicità a chi la guarda».
Anche l’Onu ha previsto tra gli obiettivi dello sviluppo sostenibile quello della conservazione e di un uso sostenibile di oceani e risorse marine. Uno dei traguardi da raggiungere entro il 2025 è la riduzione degli inquinamenti di ogni tipo, in particolare quello delle plastiche. Dal 5 al 9 giugno, in corrispondenza della Giornata mondiale degli Oceani, che si svolgerà l’8, proprio le Nazioni unite organizzeranno a New York un’importante conferenza in cui definire strategie e azioni per raggiungere concretamente l’obiettivo fissato nei cosiddetti Millenium goal. Parteciperà anche Legambiente, forte dell’esperienza delle campagne di citizen science (vedi articolo a pag. 42) come Spiagge e fondali puliti, che coinvolgono in prima persona semplici cittadini nelle attività di ricerca, raccolta dati, azioni di sensibilizzazione e pressione politica. L’associazione ambientalista ha già portato, peraltro, il proprio contributo alla conferenza preparatoria del summit di giugno, che si è svolta sempre a New York nello scorso mese di febbraio.

Mediterraneo a rischio
«All’Onu chiederemo di adottare con urgenza politiche e azioni decisive per contrastare il grave fenomeno dei rifiuti nel Mediterraneo – afferma Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente – Un problema reso ancora più complesso dalla morfologia chiusa del bacino e dalla elevata antropizzazione delle sue coste». Anche l’Unep, il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, ha riconosciuto il Mediterraneo come una delle aree più a rischio a causa dei rifiuti marini, una discarica per i ventidue paesi costieri, con una popolazione di 450 milioni di persone e una produzione di immondizia pro capite tra le più alte al mondo.
Secondo i dati raccolti nell’ambito del progetto europeo DeFishGear, l’Adriatico e lo Ionio risultano particolarmente a rischio. La densità di rifiuti sulle coste di Albania, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Grecia, Italia, Montenegro e Slovenia è molto alta, con una media di 658 oggetti ogni cento metri di litorale. Il 16% delle spiagge sono state classificate come “molto sporche” o “sporche”, il 32% come “abbastanza pulite”, il 39% “pulite” e il 13% “molto pulite”. Il golfo di Venezia e Cesenatico risultano tra le aree con le più grandi quantità di rifiuti, data la vicinanza di centri urbani e turistici e del delta del Po. Anche se si considerano i fondali, la ricerca dimostra che quelli adriatici e ionici sono molto sporchi, con una media di circa tre rifiuti ogni cento metri quadri e quantità dalle due alle cinque volte superiori rispetto a quelle ritrovate in altri mari. I paesi dove l’impatto è più forte sono la Grecia, la Croazia e l’Italia.
In base alle attività di monitoraggio della campagna di Legambiente Clean up the Med, le buste di plastica rappresentano il 16% dei rifiuti scaricati in mare da otto paesi del Mediterraneo. Secondo altre stime, ci sarebbero 25 milioni di sacchetti ogni mille chilometri di costa. Per questo, in occasione dell’ultima conferenza internazionale sul clima a Marrakech, Legambiente ha lanciato un appello per estendere a tutti gli Stati del Mediterraneo il bando delle buste di plastica non biodegradabili e compostabili, già in vigore in Italia, Francia e Marocco. Nel nostro paese, il primo in Europa ad adottare questa misura nel 2011, nonostante il divieto non sia del tutto rispettato, c’è stata una riduzione del consumo di sacchetti del 55% in cinque anni, da 200.000 a 90.000 tonnellate all’anno.

Stop all’usa e getta
A tutti i livelli, oggi, dal mondo scientifico alla politica, dalle organizzazioni internazionali alla società civile, si sta prendendo coscienza di un problema enorme, che rischia di travolgerci. Il packaging usa e getta permea ogni aspetto della vita quotidiana e ora, improvvisamente, ci accorgiamo che non c’è un luogo in cui buttare via una sostanza indistruttibile come la plastica. Lo mostra un documentario appena uscito negli Usa e Regno Unito: Plastic oceans, dedicato in parte alle ricerche dell’ecotossicologa Maria Cristina Fossi nel Santuario Pelagos (vedi intervista a pag. 41). Il film, che ha l’obiettivo di sensibilizzare i cittadini sull’ampiezza del problema, sarà disponibile a breve anche con i sottotitoli in italiano, per i gruppi e le associazioni che volessero organizzare una proiezione pubblica.
Del problema si è occupato di recente la stessa Unep, con l’Economist world ocean summit di Bali, in Indonesia. In quell’occasione il programma Onu per l’ambiente ha lanciato l’iniziativa per la salvezza degli oceani #CleanSeas. Tutti sono chiamati all’azione: i governi, che dovrebbero limitare per legge l’immissione della plastica, per esempio vietando i sacchetti usa e getta o le microsfere nei prodotti di bellezza, e con norme che ne incentivino la raccolta; le industrie, perché riducano e ridisegnino il packaging; i cittadini, che devono cambiare le proprie abitudini di consumo. Alcuni Stati hanno già aderito. Tra questi l’Indonesia, che si è impegnata a ridurre del 70% i rifiuti marini entro il 2025.
C’è poi chi si muove nel suo piccolo, come l’associazione di canoisti “Open canoe open mind”, che ogni settimana da due anni porta via sacchi di immondizia a bordo delle canoe lungo il Sile, il fiume che attraversa Treviso e sbocca nel golfo di Venezia, proprio uno dei luoghi che risultano più inquinati secondo i dati raccolti dal progetto DeFishGear. Raccolgono 18 tonnellate all’anno, in convenzione con la società locale di gestione dei rifiuti Contarina spa. «Troviamo di tutto, dalle bottiglie di plastica agli pneumatici. Sul fondo ci sono oggetti fermi lì da decenni – racconta Cristian Bertolin, portavoce dell’associazione – l’immondizia arriva da dove non te lo aspetti, non solo dalle discariche abusive, ma anche dai cestini troppo pieni lungo la pista ciclabile, dai bidoncini della plastica portati via accidentalmente dal vento».
In Scozia, dal 2005, l’ong Kimo coordina un’iniziativa per la raccolta di rifiuti marini da parte dei pescatori, che con 210 barche e 17 porti coinvolti a inizio 2017 hanno raggiunto l’obiettivo delle mille tonnellate raccolte, abbastanza per riempire di immondizia tre piscine olimpioniche. Ad Haiti invece è nata la prima “Plastic bank”, un sistema che rende la plastica troppo preziosa per lasciare che finisca in mare: viene infatti raccolta e utilizzata come moneta. Nel 2017 la banca della plastica ha aperto una filiale nelle Filippine e presto sbarcherà in Indonesia e Brasile.

Prevenire e pulire
Per Fabio Fava, ordinario di Biotecnologie industriali e ambientali presso la Scuola di ingegneria dell’università di Bologna, è necessario agire su due fronti, in modo da iniziare una transizione lunga e graduale: a terra si deve lavorare sulla prevenzione, in mare bisogna raccogliere il più possibile i rifiuti già presenti. «È importante migliorare i sistemi della raccolta differenziata, in modo da permettere più utilizzi della plastica, usando tecnologie avanzate, ma anche facendo formazione con i cittadini – afferma Fava – Inoltre la plastica tradizionale va gradualmente affiancata dalle cosiddette bioplastiche compostabili, producendo allo stesso tempo materiale organico utile all’agricoltura, che ha il bisogno di fertilizzare i terreni, sempre più poveri a causa dei cambiamenti climatici».
Ma i tempi dell’inversione di rotta saranno lunghi e, intanto, l’immondizia in mare va raccolta. «Lo si può fare trasformando il problema in opportunità, con l’impiego delle attuali flotte da pesca, che troverebbero uno sbocco in un momento di crisi – continua Fava – Una volta raccolti e stoccati, i rifiuti marini potrebbero essere valorizzati, ma al momento non ci sono soluzioni soddisfacenti perché il materiale è mediamente molto eterogeneo e parzialmente degradato. Potrebbe essere trattato con agenti chimici, fisici o biologici destrutturanti per ricavarne materiali e molecole da riutilizzare, oppure si potrebbe produrre energia con la combustione, ma le attuali soluzioni tecnologiche vanno adattate».
«Le diverse iniziative in campo, che coinvolgono il mondo accademico, quello produttivo, le istituzioni, la società civile – conclude Fava – vanno messe a sistema perché tutti questi sforzi diventino efficaci. E bisogna far conoscere il problema: una società civile informata e attenta favorisce la ricerca di soluzioni». Non c’è davvero tempo da perdere.l

Laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste, con una tesi sull’Islam nell’isola di Mauritius. Scrive di immigrazione e ambiente dal 2006, collaborando con Vita non profit, La Nuova Ecologia, Repubblica.it. Nel 2010 ha curato "G2 e giovani stranieri in Italia. Politiche di inclusione e racconti", edito da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Vita non profit. Come fotografa, nel 2009 ha partecipato alla mostra intitolata “They won’t budge” (“Non si muoveranno”, da una canzone del cantante maliano albino Salif Keita), sugli immigrati africani in Europa, presso la New York University.
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