Ultima spiaggia

Cementificazione, fiumi imbrigliati, porti di troppo, “pennelli” di calcestruzzo lungo le coste. Da Capo d’Orlando, in Sicilia, un sito racconta in diretta lo stravolgimento dei litorali italiani

Capo d'Orlando Prima
PRIMA. La spiaggia di Capo d’Orlando prima della costruzione delle barriere rigide a mare negli anni ‘80

Era il 1963 quando sulla spiaggia di San Gregorio di Capo d’Orlando, in provincia di Messina, Gino Paoli scriveva la sua celebre “Sapore di sale”, ispirato dalla bellezza di quel tratto di costa. Oggi quelle spiagge, a distanza di poco più di 50 anni, sono in molti tratti irriconoscibili, stravolte dall’erosione. Un fenomeno di cui soffre circa un terzo delle coste italiane. «Non è il mare che inghiottisce la sabbia. E non sono le mareggiate a distruggere le spiagge. Anzi, le mareggiate le creano perché portano sabbia e altri detriti», spiega Enzo Bontempo, presidente del circolo Nebrodi di Legambiente. Insieme a Salvatore Granata, altro storico esponente di Legambiente Sicilia, ha realizzato il sito erosionespiagge.eu per denunciare con metodo come siano state le opere dell’uomo a terra, consumo di suolo in testa, a innescare l’erosione. Una memoria visiva in cui il confronto tra le foto attuali e quelle d’epoca è impietoso: tanti e meravigliosi sono i paesaggi costieri ormai cambiati per sempre. Come quello di Capo d’Orlando e di Sant’Agata di Militello, dove la cementificazione dei porti turistici, in costruzione dal 1974 il primo e dal 1978 il secondo, ha modificato per sempre la linea di costa. Facendo sparire le spiagge.

Capo d'Orlando Dopo
DOPO. Le scogliere rigide hanno intrappolato la sabbia lasciando priva di alimentazione la spiaggia davanti al paese

ARENILI DI CEMENTO

SANT’AGATA DI MILITELLO. Prima della costruzione del porto (Iniziato nel 1978 ed ancora in costruzione) le numerose barche della marineria locale, venivano tirat
PRIMA. Il litorale di Sant’Agata di Militello (Me) prima della costruzione del porto iniziata nel 1978

«Darsene e pontili, nati dalla smania da diporto degli anni ‘70, hanno bloccato il trasporto litoraneo di sabbia da ponente verso levante, creando così da un lato un deposito delle dighe foranee, dall’altro un deficit di sabbia», spiega Buontempo. E pensare che almeno fino al 1830 le coste siciliane erano pressoché deserte. Solo dopo che la Francia conquistò Algeri, mettendo freno ai pirati, si cominciò a urbanizzare la fascia costiera, prima abitata da pochi pescatori in piccoli borghi non esposti alle mareggiate. «Dal dopoguerra in poi con la crisi delle aree interne siciliane, c’è stata emigrazione verso la costa e si è costruito dove prima il mare era libero e non faceva danni – riprende Buontempo – Per non parlare dell’impatto causato dal boom delle seconde case, che ha richiesto ingenti quantità di sabbia da costruzione escavata dai corsi d’acqua, generando un mancato apporto di detriti dalle fiumare. Un problema aggravato anche dagli interventi fatti negli anni ‘80 e ‘90 su tutti i corsi d’acqua, che sono stati imbrigliati diminuendo l’apporto di materiale al mare. Così adesso abbiamo un’unica città lungo chilometri di costa. Prima le mareggiate venivano smorzate da profonde spiagge di sabbia, oggi le onde arrivano, sbattono contro le opere di cemento e scavano. E la risacca, infine, porta via la sabbia».

STIVALE IN FRANTUMI
Ma la cementificazione non è fenomeno solo siciliano: il 51% delle coste italiane è stato trasformato dall’urbanizzazione. Su 6.447 chilometri, da Ventimiglia a Trieste, isole maggiori comprese, 3.291 sono stati trasformati in modo irreversibile: 719,4 occupati da industrie, porti e infrastrutture, 918,3 da centri urbani, 1.653,3 da ville e villette sparse (Ambiente Italia 2016, Presente e futuro delle aree costiere in Italia. Edizioni Ambiente). Dal 1988 ad oggi, malgrado fosse in vigore la legge Galasso a tutela delle aree entro i 300 metri dal mare, sono stati trasformati da case e palazzi ulteriori 220 chilometri di coste, con una media di 8 km all’anno, ben 25 metri al giorno. Una crescita che continua, incurante degli incessanti allarmi di ricercatori e ambientalisti, come confermano gli ultimi dati dell’Ispra. La fascia da 0 a 300 metri dal mare, quella più tutelata, è anche quella più costruita di tutto lo stivale, con il 23% a fronte del dato medio nazionale del 7,6% di suolo occupato. Da 300 metri a un chilometro l’impatto è ancora altissimo, con un 20% di aree artificiali, mentre da un chilometro a 10 km scende al 9%. In soli sei mesi, novembre 2015-maggio 2016, la crescita di aree artificiali nella fascia dai 300 metri a un chilometro è stata dello 0,7%, mentre sul territorio nazionale è stata dello 0,22%. Gli effetti in termini di erosione sono ormai evidenti: tra il 1960 e il 2012, dicono i dati del ministero dell’Ambiente, la costa ha subìto lungo 1.921 km un arretramento complessivo di 93,7 chilometri quadrati. Con conseguenze anche economiche: per proteggere gli oltre 1.000 chilometri di costa in cui beni e infrastrutture sono a rischio servono tra i 4 e i 6,8 miliardi di euro.

DOPO. La diga foranea ha determinato un accumulo di sabbia nella zona sopraflutto e un ammanco sulla spiaggia antistante l’abitato
DOPO. La diga foranea ha determinato un accumulo di sabbia nella zona
sopraflutto e un ammanco sulla spiaggia antistante l’abitato

SPAZIO ALLA RISACCA
«Fino ad oggi si è quasi sempre risposto al fenomeno dell’erosione con la costruzione di scogliere aderenti alla costa che hanno, di fatto, solo spostato il problema – spiega Enzo Pranzini, professore di Geografia fisica e geomorfologica all’Università di Firenze – Il risultato è che oggi abbiamo interi tratti di costa coperti da scogliere artificiali, che non permettendo il ricambio idrico e la sedimentazione delle sabbie, contribuiscono all’abbassamento dei fondali e a possibili crolli, a cui si tenta di rispondere con strutture sempre più massicce e impattanti». Dagli anni ’70 ad oggi le difese costiere sono passate da 400 km a circa 1.200 e le spiagge in erosione da circa 600 a 1.400 km, nonostante una spesa per le opere di protezione di quasi 4,5 miliardi di euro. «Ancora non si è trovata una soluzione al problema – aggiunge Pranzini – Si sperava nei ripascimenti ma poi si è tornati a progettare interventi rigidi. Sono i fiumi che devono ricominciare a portare la sabbia al mare. In molti casi va progettato l’arretramento delle aree edificate, ma nonostante lo suggeriscano diversi studi internazionali nessuno si decide a farlo».

TAVOLO VISTA MARE
Una speranza viene dal Tavolo nazionale sull’erosione costiera istituito dal protocollo d’intesa dell’aprile 2016 fra il ministero dell’Ambiente e le Regioni rivierasche. Il primo risultato del Tavolo è stata la stesura delle linee guida nazionali per la difesa delle coste dall’erosione e dagli effetti dei cambiamenti climatici. «Fino ad oggi ogni realtà interveniva senza le opportune valutazioni delle conseguenze che i propri interventi potevano avere altrove, sui tratti di costa adiacenti – spiega Silvia Velo, sottosegretario all’Ambiente – con una frammentazione che produceva risultati diversi sui singoli tratti di costa. Il Tavolo socializza e condivide le buone pratiche pur rispettando le competenze sul tema, che sono regionali. Con le linee guida, poi, si tiene conto dei progressi e si fissano monitoraggi uguali su tutto il territorio nazionale. Il prossimo passo, imminente, è la creazione di un Osservatorio permanente sull’erosione e la salvaguardia delle coste, che farà capo al ministero». Sperando che l’impegno per salvare le nostre spiagge prosegua davvero, con lungimiranza, negli anni. Senza voltare mai le spalle al mare.

LE CIFRE
51% delle coste italiane trasformato dall’urbanizzazione
719,4 km occupati da industrie, porti e infrastrutture
918,3 km occupati da centri urbani
1.653,3 km trasformati da ville e villette

(fonte: Ambiente Italia 2016, Presente e futuro delle aree costiere in Italia. Edizioni Ambiente)

 

Giornalista ambientale, per La Nuova Ecologia cura le sezioni inchiesta e storie. Per il canale video LanuovaecologiaTV realizza dirette streaming, video interviste e il montaggio di video servizi. Contatti: loiacono@lanuovaecologia.it @francloia
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