Tutto si trasforma

foto di installazione Nodump

Freschi di studi, imbottiti di teorie architettoniche dalla A di Alberti alla V di Vitruvio, infarciti di formule apprese per anni su una lavagna accademica hanno deciso, come sottolineano con ironia toscana, di “disintossicarsi” dandosi alle buone pratiche. Così il gruppo di giovani architetti e designer autodenominatosi “Nodump”, reduce dalle proficue esperienze del collettivo Ark di Firenze, ha dato vita a una lunga stagione di iniziative, a volte anche clamorose, all’insegna della creatività, della valenza sociale e soprattutto della sensibilità verso l’ambiente. «Abbiamo iniziato nel 2010, adottando la sentenza di De Lavoisier che nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma», esordisce l’architetto Antonio Bagni, 31 anni, toscano di Bagno a Ripoli, con un’invidiabile manualità maturata nella fabbrica di ceramiche del nonno. «La scintilla è scoccata alla Casa degli studenti – continua – dove ci siamo resi conto di quanti materiali, ormai inutilizzati, in realtà non finiscono il ciclo vitale. Abbiamo cominciato a recuperarli. È stato un crescendo. Quando ci siamo imbattuti in una sessantina di computer buttati fuori da una scuola di Massaciuccoli e siamo riusciti a riutilizzarne tutti i pezzi, non abbiamo avuto più dubbi». Da qui è partito un percorso fatto di originali installazioni artistiche realizzate con materiali riciclati, ma anche di interventi di arredo urbano, oggettistica ottenuta dal riutilizzo del packaging, servizi sostenibili ed eventi rivolti all’infanzia.

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«La principale caratterizzazione delle nostre opere è la riconoscibilità dei materiali – aggiunge Bagni – Noi poniamo in bella vista il legno ricavato dalla cassetta di frutta o il sacco di iuta perché la loro valenza sociale, congenita nel riutilizzo, sia immediatamente percepibile. Un altro importante fattore è la temporaneità delle nostre strutture, che hanno insito il valore della trasformazione e del riuso. Noi recuperiamo, non aggiungiamo…». Nei processi di lavorazione dei materiali, che impegnano tutto il gruppo, emergono le diverse specializzazioni. Alessandro Schiavoni, 28 anni, laurea in comunicazione visiva con tesi un progetto di guerrilla marketing, è il mago dei pennelli. Nella street art è noto come “Askal”, dove ha affinato il design esperienziale. Diego Detassis, 26 anni, è esperto di geometrie tridimensionali. La coetanea Cristina Setti ama l’architettura parametrica. Sara Barbieri, 27 anni, è laureata in interior design. Giulia Pagliacci, 31 anni, è la bandiera del problem solving. I ragazzi di “Nodump”, particolarmente affiatati, si muovono sostanzialmente su due fronti. Da una parte promuovono “rumorose” azioni di sensibilizzazione pubblica, come l’installazione di mascherine d’emergenza alle fermate degli autobus fiorentini per stimolare riflessioni sul problema dell’inquinamento (“02 Mask”) o la trasformazione di celebri quadri in pubblicità commerciali per denunciare la mercificazione dell’arte (“Cash stroming”) o ancora l’affissione di cartelloni in nove lingue per abbracciare gli alberi durante la Giornata mondiale dell’Ambiente (“Tree hugs”) fino alla gigantesca scritta “Crisi” realizzata con migliaia di “Gratta & Vinci” (valore complessivo di 38.742 euro) per criticare il modello economico dominante. Nel contempo realizzano arredi con materiali di recupero, con il “Basket case”, cestino in legno truciolato per la raccolta differenziata, o il “Bar counter”, bancone da bar con pneumatici, iuta, pancali, tubi di cartone, camere d’aria di bici e imballaggi, presentato con successo a Lastra a Signa (Firenze) in occasione della Fiera di mezz’agosto. Un’attività che s’estende alle scenografie per concerti, sempre con materiali riciclati, alle campagne di promozione non convenzionale, tra cui detonatori in cartone come dispenser per i flyer, fino alle performance durante i festival, è il caso del mega-acquario realizzato con computer abbandonati presso la rassegna “Ri-generazioni” di Massarosa, in provincia di Pisa o il megamostro “Urban hydra” costruito con tubi di forassite, legno e pezzi di motorini al “D!Day” di piazza Santissima Annunziata a Firenze.

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Per la zona relax del BPM Festival hanno invece costruito una serie di sedute reclinabili fatte di pancali e sacchi di iuta. Allo “Zion festival” di Gambulaga, in provincia di Ferrara, come area di aggregazione e di riparo dal sole, nel 2012 hanno installato una sfera geodetica in tubi di cartonato, camere d’aria e iuta, mentre nel 2014 hanno realizzato punti d’illuminazione grazie a contenitori per il trasporto di birra, iuta, paglia e bamboo. Nel curriculum del gruppo anche l’organizzazione di un proprio festival dall’anima ambientalista, “Icché ci vah ci vole!”, giornata di performance artistiche da parte di realtà giovanili emergenti. «Si tratta di un’iniziativa nata dalla collaborazione tra varie realtà giovanili per richiamare l’attenzione sulle pessime condizioni del Parco della Carraia di Firenze», continua Bagni, il quale sottolinea come dai pochi ragazzi della prima edizione si sia arrivati ai sessanta promotori dell’ultima. Un’altra originale specializzazione del gruppo è la creazione di giochi in legno per manifestazione collettive, come il minigolf (“Fa le buhe”) realizzato in bancali e materiali di scarto, tetrapack, lattine, scatole di uova. Onorando il “tutto si trasforma” di De Lavoisier.

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