Tutti i sì dei No Tav

no-tav-2

L’affermazione dell’autore può spiazzare: «I No Tav non sono contro le infrastrutture: la Val di Susa è una valle di ferrovieri, dove tutti hanno un parente ferroviere e dove tutti sono cresciuti grazie alla ferrovia. Come potrebbero essere contro in una valle naturalmente vocata al valico, da sempre luogo di scambio transfrontaliero?». Ma è tutto il libro che scardina certezze. Un viaggio che non promettiamo breve (pp. 650, 21 euro, Einaudi), narrazione ibrida di Wu Ming 1, al secolo Roberto Bui, su “venticinque anni di lotte No Tav” mette insieme militanza e complessità, reportage e inchiesta, analisi ed epica popolare. Un libro che probabilmente dividerà, come ha sempre diviso l’argomento. E che allo stesso tempo, come ha scritto Daniele Giglioli sul Corriere della Sera, paradossalmente “unisce, connette, mette insieme, dà a chiunque lo legga, comunque la pensasse prima di leggerlo, la possibilità di passare dall’altra parte della barricata. Se poi qualcuno, davanti a un’opera tanto ben argomentata e documentata, decide di restare in buona fede della sua idea è nel suo diritto, ma sarebbe interessante sapere come fa”. Wu Ming 1 parte da una premessa: «Loro sono contro questa versione post moderna delle infrastrutture rappresentata dalle “grandi opere inutili”, che servono soltanto a drenare denaro pubblico basandosi su stime per il futuro infondate, campate in aria, smentite di anno in anno. Lì dovevano passare milioni e milioni e milioni di tonnellate di merci, che non si sono mai materializzati né si materializzeranno mai».

“Nessuno era riuscito a spazzarli via”, scrive all’ultima riga del libro. Come continua questa storia?

no-tav-nicoletta-dosio

Nei “titoli di coda”, dove racconto il dietro le quinte del mio lavoro, la data è “settembre 2016”. Ieri praticamente. Ho rincorso l’attualità il più possibile ma a un certo punto bisognava chiudere. E uno dei miei problemi era proprio dettato dal fatto che stavo facendo storia del presente: le cose continuavano a succedere. Mi chiedevo: dove cavolo lo metto sto paletto? Ho pensato che il festival “Alta felicità” (una tre giorni gratuita di musica, spettacoli e incontri a Venaus, dal 22 al 24 luglio, organizzata grazie al contributo di centinaia di volontari, ndr) potesse essere un ottimo finale. Chiaramente interlocutorio. In tutte le pagine precedenti tendo però dei fili, destinati a proseguire ben oltre la stampa del libro: la disobbedienza alle misure cautelari della storica attivista No Tav Nicoletta Dosio, per esempio, diventata un caso di scuola perché non ci sono precedenti e neanche la procura di Torino sa come comportarsi… È un finale programmaticamente aperto nel senso che mentre tutto continua a succedere dovevo fare in modo che il libro non uscisse “vecchio”. Io racconto i primi venticinque: le nozze d’argento del territorio col movimento. Resto però convinto che tutto continuerà a succedere: vogliono fare il tunnel di base per poterci lucrare sopra il più possibile, perché l’opera non è trasportistica ma edilizia, nel senso che non ha alcuna razionalità sotto il punto di vista dei trasporti ma fa mangiare ditte che fanno movimento terra, posano asfalto, tirano su cemento armato. È quello il settore dell’economia a cui serve questo progetto, che continua ad essere chiamato “Torino-Lione” anche se non collegherà mai Torino con Lione.

Nel suo libro afferma che quella contro le grandi opere inutili è una delle lotte del secolo, insieme a quelle contro il riscaldamento globale, i trattati internazionali di libero scambio e il land grabbing. Qual è il denominatore comune?

no-tav-cantiere

Il futuro di tentativi di trattati di libero commercio come il Ttip o il Ceta non è roseo, la tendenza del capitalismo oggi è quella di un ritorno ai protezionismi. Un po’ in tutti i paesi si stanno moltiplicando leggi con questa impronta, gli scambi commerciali mondiali sono inoltre in diminuzione, basti pensare che grandi multinazionali della logistica stanno fallendo. La Hanjin Shipping, prima compagnia di trasporto di container sudcoreana e settima a livello mondiale, è fallita: la scorsa estate le sue portacontainer non potevano approdare in nessun porto perché sarebbero state sequestrate, per un mese hanno navigato senza meta con a bordo la bellezza di 14 miliardi di dollari di merce. Un’immagine che meglio di altre mostra come il tipo di globalizzazione liberista che abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni stia rinculando. La stessa elezione di Trump, con una piattaforma protezionista e isolazionista, fa capire che la retorica sta cambiando. Non so come sarà la governance internazionale in futuro, certamente riscaldamento globale, grandi opere inutili e land grabbing continueranno, a prescindere che il paradigma sia liberista o protezionista. A cambiare sarà soltanto la retorica con cui si giustificano.

C’è un soggetto politico capace di unire queste lotte?

No, non ancora. Dovrebbe nascere un movimento planetario adeguato alla sfida, quello insomma che si è cercato di fare a inizio secolo, fallendo come sappiamo bene. Qui in Italia, sconfitto a Genova nel 2001, si è diviso in mille rivoli. Ma la sfida per me resta quella: l’internazionalismo.

E in Val di Susa, invece, com’è possibile mettere assieme i “discepoli” di don Milani, i cattolici del dissenso, con il Black bloc?

no-tav

È la peculiarità di come si è evoluta la lotta in Valle ad aver reso possibile una cornice che contiene tutti. Parliamo di un movimento che rivendica apertamente il sabotaggio facendo proprie le parole di Aldo Capitini: “L’importante è non colpire le persone, ma quella contro le cose non è mai violenza”. Nel momento in cui non hai finti nonviolenti da salotto, che usano la nonviolenza come clava per colpire i movimenti, ma un nonviolento vero, che ti dice che nella storia della nonviolenza il sabotaggio si è sempre praticato, ecco, con questa dinamica includi anche il Black bloc… che poi quello che c’è in Valle non è mica il Blocco nero, ma ai media piace così (ride). Diverse tradizioni sono riuscite a trovare una cornice comune anche per specifiche caratteristiche storiche e geografiche, che nel libro tento di spiegare. Nella metropoli è certamente più difficile replicare certe dinamiche.

Ma davvero possiamo ridurre lo scontro sul Tav alla volontà dei “soliti noti” di drenare fondi pubblici? Realizzare l’opera non è un obiettivo reale?

Il piccolo cabotaggio è scroccare sempre più denaro pubblico per far lavorare le ditte amiche eccetera eccetera. Ma c’è anche un problema ideologico di base, e cioè  l’amore per l’asfalto e per il cemento: l’assoluta incapacità di concepire uno sviluppo diverso da quel paradigma. Un limite soprattutto della classe dirigente dell’ex Pci, che in buona sostanza continua a ragionare come se fossimo negli anni Sessanta. Illuminante l’aneddoto dei sindaci dell’Appennino tosco-emiliano: prima erano contrari al Tav Bologna-Firenze, poi li hanno portati in blocco a Roma dai dirigenti nazionali del partito e quando sono tornati a casa dicevano l’esatto contrario di quanto avevano sostenuto fino al giorno prima. Hanno permesso uno scempio ambientale (si parla del Mugello, ndr) per guadagnare 18 minuti. Una roba incredibile.

C’è un’espressione che lei usa spesso: “Abitare la rottura”.

no-tav-alta-felicita

Bisogna interrompere i tempi che ti impone l’avversario. E in quella interruzione far vedere che il tuo “no” all’opera è un “sì” a tante altre cose. Per poter mettere in pratica questo, per far vedere che il tuo “no” è un “sì” ad altro, bisogna abitare la rottura. È quello che succede quando blocchi l’autostrada e chiami i musicisti classici, organizzi un pic-nic, ti metti al casello e fai passare gratis la gente… Sono venticinque anni che il movimento No Tav rallenta i tempi di quell’opera, li sabota, costringe a modificarli. Non bisogna dimenticare che il primissimo progetto era molto più impattante di quello attuale, e che hanno dovuto rinunciare per via di quello che è successo nel 2005 a Venaus (l’8 dicembre il movimento “liberò” il cantiere, ndr). Sono i proponenti stessi a dirti che “il progetto del 2005 era sbagliato”, ma non fanno mai il passo successivo: ringraziare i No Tav. Interrompere i tempi dell’avversario, interferire col suo cronoprogramma, rallentare l’iter dell’opera: è grazie a questo che le magagne sono venute fuori, altrimenti sarebbe finita come in Mugello. Prima avrebbero fatto l’opera, poi sarebbero venuti fuori i problemi, si sarebbero fatti i processi. Ma troppo tardi, a devastazioni ormai compiute. Invece nel caso della Val di Susa tutte le problematiche, processo sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nel cantiere incluso, stanno venendo fuori prima della realizzazione dell’opera.

In molti, scrive ancora, cercano in Val di Susa quello che non trovano a casa loro. Ma questa non è più una “rinuncia” che una “presa d’impegno”?

È il valsusismo, e sì, il rischio è non fare nel proprio territorio quello che sei pronto a fare in Valle. L’aspetto positivo è che andando là si vede che cosa succede se un movimento funziona, che non si fa dividere in buoni e cattivi innanzitutto. Tutto ciò che ha distrutto i movimenti negli ultimi cicli di lotte, là sono riusciti a evitarlo. Non bisogna ripetere a pappagallo quello che fanno in Valle, perché la Val di Susa è la Val di Susa, puoi però trarre ispirazione, quanto meno esistenziale. Ma prima andrebbe fatto un passaggio fondamentale, e che non mi stanco di ripetere: bisogna capire le peculiarità di quel territorio, come il movimento si è sviluppato grazie a quelle peculiarità, per poi studiare quelle dei nostri territori e capire come sfruttarle. Nessun territorio è uguale a un altro: ognuno ha la sua storia, la sua geografia, le sue lotte del passato da recuperare per metterle nel calderone delle lotte di oggi. Anche nelle metropoli ogni quartiere ha una sua storia, un suo sviluppo particolare, se arrivi a conoscerlo puoi capire quali sono i punti su cui lavorare per sviluppare delle lotte. Ricordandoti che non puoi fare a Magliana (quartiere di Roma, ndr) quello che fai al cantiere in Val Clarea.

La questione Tav è ancora uno spartiacque politico?

Lo spartiacque è il no radicale dei No Tav, il non proporre tracciati alternativi ma soltanto l’opzione zero. “Non proponete niente” gli rimproverano, ma loro ribattono che è una trappola: “Vi abbiamo dimostrato che il Tav è inutile, perché dovremmo suggerire un modo alternativo di fare qualcosa di inutile?”. Hanno tracciato un solco molto netto: “Questo, no”. Ed è a partire da quel “no” che si tengono uniti tutti in un movimento per forza di cose inclusivo, ovviamente con la discriminante antifascista. È chiaro che quel no divida trasversalmente, crei conflitto. Si può essere soltanto con o contro i No Tav, e va detto che la maggior parte di quelli contro sono completamente disinformati. Questo è un movimento radicale ma anche radicato e competente.

Qual è la prossima sfida che aspetta il movimento?

Adesso i No tav sono in una fase di mexican stand off – come nei film di Tarantino quando si puntano le pistole uno contro l’altro – con Chiara Appendino. Le hanno appena spedito una lettera per ricordarle che è stata eletta anche grazie a loro, con un programma No Tav, ma ancora non ha fatto nulla (l’intervista è stata realizzata lo scorso 19 novembre, prima della decisione del sindaco di Torino di uscire dall’Osservatorio, ndr). Perché se il Comune esce dall’Osservatorio tecnico sulla Torino-Lione, come aveva annunciato sei mesi fa, allora si manda davvero un segnale importante. Non dico che siano già ai ferri corti con la Appendino ma le hanno dato un appoggio laico e chiaramente tattico. In tutti i Comuni No Tav gli amministratori sono stati eletti in liste civiche, nessuno è stato eletto con i Cinque stelle: sono liste del movimento No Tav. Tutte le volte hanno convinto il M5S a non presentarsi per non “disturbare”. Così si è creata un’opzione netta: da una parte loro, dall’altra parte centrodestra e centrosinistra insieme. Non è un caso se le prime prove del Partito della Nazione siano andate in scena ad Avigliana, il comune più grande della Valle, già alle elezioni amministrative del 2012, quando in chiave esplicitamente contraria ai No Tav il Pd si presentò insieme al Pdl, per essere poi sconfitto dalla lista civica “Avigliana città aperta”.

Ultimi articoli di

Parliamone

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *