(L’editoriale è stato scritto prima del caso Tempa Rossa e pubblicato sull’edizione cartacea della Nuova Ecologia di aprile 2016)

Il 17 aprile si vota e dobbiamo essere in tanti a votare “sì”. Si vota per ristabilire un limite di tempo alle concessioni per estrarre petrolio nei nostri mari. Si vota per dare un segnale al governo Renzi: come intendono portare l’Italia fuori dai fossili? Quando sapremo come dar seguito agli accordi sul clima sottoscritti alla Cop 21? Quando avremo un piano energetico che parli di risparmio, efficienza, rinnovabili, economia circolare? Come faremo a ridurre le emissioni?

Domande inevase, di fronte alle quali l’esecutivo continua a mostrare i muscoli a colpi di decreti, senza mai mostrare una strategia, una visione, una competenza politica e progettuale.
Il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, ha definito “ideologico” il referendum e annunciato il suo voto contrario. Anche noi di Legambiente pensiamo che doveva essere evitato, anche noi pensiamo che sia uno sperpero di risorse, tanto che ne avevamo chiesto l’accorpamento con le amministrative. La differenza è che il ministro Galletti, il premier e tutto l’esecutivo avrebbero potuto evitarlo davvero! Bastava approvare una norma per stabilire un limite temporale alle concessioni, riportando le lancette al giorno precedente l’approvazione del decreto “SbloccaItalia”.

In questi giorni s’è mosso anche il Comitato per il no, composto da tanti volti noti e tante vecchie idee. Di tutte le argomentazioni che ci vengono mosse, trovo che due siano particolarmente disoneste. Quella sulla perdita di posti di lavoro innanzitutto. Se vincesse il “sì”, nessun operaio “scenderebbe dalle piattaforme”. Si tornerebbe alle previsioni occupazionali previste nei piani industriali del 2012. Il premier ha invece “sparato” la perdita di diecimila posti di lavoro. Un’affermazione irresponsabile, tanto più insopportabile visto che le politiche energetiche degli ultimi anni hanno portato in Italia alla perdita di diecimila posti di lavoro nel settore delle rinnovabili. L’altra argomentazione utilizzata è quella relativa all’“indipendenza energetica”. Le piattaforme interessate dal referendum garantiscono una produzione risibile sul piano delle esigenze energetiche del paese, pari al 3% dei consumi di gas e meno dell’1% di petrolio, quota questa già oggi sostituibile da fonti rinnovabili.

Insomma, se c’è qualcosa di ideologico è l’accanimento con cui i governi degli ultimi anni hanno voluto colpire le rinnovabili, il disinteresse dimostrato verso le misure di risparmio ed efficienza energetica, la mancanza di visione sui temi ambientali. Il 17 aprile abbiamo l’occasione di dare un segnale potente: il paese ha bisogno di cambiamento, non di conservazione. Un cambiamento che abbia il segno dell’autoproduzione energetica, della generazione distribuita e democratica, della creazione di nuovo lavoro legato alle rinnovabili, della rigenerazione urbana, della messa in sicurezza del territorio. Un cambiamento nel segno dell’innovazione e della modernità, che ci renda liberi dal petrolio. Da sempre fonte di inquinamento, conflitti territoriali e guerre sanguinose.

Presidente nazionale di Legambiente, e-mail: presidente@legambiente.it
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