lupo

Se c’è una specie della nostra fauna selvatica che più di ogni altra è in grado di sollecitare l’immaginario collettivo, fare breccia nei nostri ricordi fatti di leggende, racconti, storie fantastiche ma anche stereotipi ed una infinità di luoghi comuni, questa è sicuramente il lupo. Tornato al centro del dibattito nazionale ormai da alcuni anni per il suo riaffacciarsi in territori dai quali sembrava essere scomparso e che invece, grazie alla sua grande capacità di adattamento e resilienza è tornato a frequentare, incontrando però anche per questo popolazioni non più abituate alla sua presenza e quindi ad una corretta modalità di convivenza con esso, il lupo è protagonista oggi anche di un ampio dibattito. E’ delle ultime settimane la forte polemica scaturita da ipotesi di “autolimitazione” di individui sul territorio italiano, formulate nella bozza del nuovo Piano d’Azione Nazionale sulla sua Conservazione e Gestione, a diversi anni dal precedente (anno 2002) che è rimasto praticamente inattuato. Le possibili deroghe al vigente divieto di rimozione di lupi in ambiente naturale, sebbene subordinate a prescrizioni piuttosto stringenti e vincolanti in merito anche ad un numero massimo di individui interessabili, calcolato dagli esperti entro una soglia di sicurezza rispetto all’impatto sulla popolazione oggi presente in Italia, vengono motivate nel nuovo documento in maniera piuttosto debole partendo da presupposti di ordine più teorico che tecnico-scientifico, la cui utilità ai fini conservazionistici appare piuttosto dubbia e controversa; la possibilità di deroga al divieto di abbattimenti, in teoria, è già oggi possibile perché prevista nella direttiva Habitat (92/43) ma non è mai stata esercitata in Italia poiché la specie non risulta ancora fuori pericolo ed anzi, essa è ancora a rischio in alcune aree del nostro Paese.

Inoltre la rimozione di individui di lupo proposta nella bozza di nuovo piano innescherebbe anche un meccanismo tale da interrompere le buone pratiche di mitigazione dei danni e dei conflitti, a favore invece di azioni più semplici e dal maggiore clamore mediatico, ma che produrrebbero più danni culturali che reale efficacia concreta. E in effetti, di azioni di successo di questo tipo, spesso complesse e faticose ma dai risultati in alcuni casi sorprendenti, se ne possono raccontare diverse grazie all’impegno che molte aree protette hanno messo in particolare nel cercare di affrontare la problematica della convivenza tra uomo e lupo. Pensiamo ad esempio al Parco Nazionale della Majella che, nonostante abbia un numero di lupi, in proporzione al territorio, addirittura superiore al famoso Parco di Yellowstone, può vantare un modello di gestione della presenza del lupo compatibile con le attività umane tale che i danni recati dal carnivoro al bestiame domestico sono tra i più bassi mai registrati, quindi con un bassissimo grado di conflittualità. Risultato raggiunto grazie anche, e soprattutto, a misure di prevenzione e mitigazione tra le più innovative nel contesto internazionale, come ad esempio il programma sperimentale di “restituzione degli animali predati” (lanciato con l’efficace slogan “Il lupo riporta la pecora”) attraverso la costituzione di veri e propri gregge del parco affidati ad allevatori locali, un caso che, come si direbbe, ha fatto scuola…

Appare evidente quindi che il tema numero uno da porre al centro sia proprio quello della prevenzione del conflitto, quindi condivisone di scelte e strategie con i portatori di interesse come gli allevatori, contrastando però contemporaneamente in maniera concreta, efficace e senza sconti la piaga del bracconaggio, causa principale di rischio cui è sottoposto il lupo, insieme all’ibridazione con i cani vaganti. Del resto, le principali criticità su cui occorre intervenire sono state già individuate dalla Carta di Sulmona, il documento finale scaturito dal progetto Life Wolfnet che ha rappresentato un ottimo esempio di sinergia e collaborazione tra parchi sulla gestione delle problematiche emergenti nell’interfaccia lupo uomo. E tra queste, vanno citate in aggiunta anche le criticità sanitarie cui è sottoposta la specie, il disturbo diretto ed indiretto al lupo nei siti e nei periodi riproduttivi durante le diverse fasi del suo ciclo biologico, la frammentazione delle competenze e la difformità delle diverse istituzioni locali nell’affrontare temi come quelli dei sistemi normativi e procedurali di indennizzo dei danni, e ancora le misure di prevenzione e di mitigazione dei danni oggi in alcuni contesti spesso molto farraginose se non addirittura inesistenti. Si deve intervenire quindi prontamente e con risposte efficaci su queste criticità, al fine di ridurre il livello di conflittualità ed ostilità senza ricorrere a ricette dal solo impatto mediatico ma che rischiano di vanificare anni di impegno su temi tanto delicati quanto importanti.

  • Stefano Raimondi è naturalista dell’ ufficio Aree Protette e Biodiversità
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