Trump cambierà il “clima”,
l’Europa ruolo centrale

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A Marrakech durante la Conferenza mondiale sul clima rassicurano che l’ascesa di Trump non cambierà nulla sugli Accordi di Parigi. Nonostante le dichiarazioni in campagna elettorale del neopresidente Usa. Di tutt’altro avviso Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente alla Camera, tra i fondatori dell’associazione Legambiente. Lo abbiamo intervistato per Nuovaecologia.it. «Francamente mi sembrano rassicurazioni ardite. Non so se Trump andrà fino in fondo con le sue promesse sul muro del Messico o su altre questioni come la disdetta degli accordi di Parigi. Ma l’impressione è che nulla sarà più come prima. Obama fece figurare la ratifica degli Accordi di Parigi come un atto conseguente a Doha, per non andare al voto in Congresso. In Italia ci siamo mossi in ritardo su Parigi e abbiamo comunque fatto due passaggi in Camera e Senato. Negli Stati uniti la Camera e il Senato e presto anche la Corte suprema saranno tutti controllati dai repubblicani e la distinzione tra democratici e repubblicani sui temi ambientali in America è molto netta. A parte Schwarzenegger e qualche altra eccezione i repubblicani americani sono tutti per i combustibili fossili, petrolio e carbone. Il voto per Trump ha avuto presa proprio nelle zone delle miniere di carbone degli Stati Uniti per la sua promessa di ritornare a puntare su questa risorsa… Che non cambi nulla credo che sia poco probabile. Trump presenta ancora le questioni ambientali come nemiche del lavoro e dell’economia. Anche se, noi lo sappiamo, solo negli Usa gli addetti del solare sono più di quelli del settore petrolio e gas, l’innovazione e la nuova economia passano per le fonti rinnovabili. Una battuta d’arresto a tutto questo processo purtroppo ci sarà».

In questi giorni è in corso appunto la Cop22 a Marrakech. Di tutt’altro tenore rispetto alla Cop21 di Parigi. Che cosa succederà?
La Cop di Marrakech è meno importante di quella Parigi, è di transizione. Per dirne una: un effetto politico importante di Parigi è stato l’accordo sugli Hfc, i gas refrigeranti che tanto effetto hanno sui cambiamenti climatici. Parigi ha soprattutto messo in moto una dinamica molto particolare con Obama. Mi riferisco alla spettacolarizzazione e alla solennità con cui Obama e il primo ministro cinese prima del G20 hanno ratificato l’Accordo. Un fatto impensabile fino a poco tempo fa. Gli Stati Uniti sono stati per anni fuori dagli Accordi di Kyoto. Il terreno del clima e dell’ambiente è sempre stato quello dell’Europa, che “ha fatto l’Europa”. Senza l’Europa Kyoto sarebbe morto. La Cina non faceva proprio parte dei Paesi dell’Accordo di Kyoto. Il fatto che l’abbiano sottoscritto significa tre cose. Primo: il cambiamento climatico c’è e non è più nascosto da nessuno. Prende aspetti diversi: fenomeni meteoreologici estremi, dalla siccità alle alluvioni del clima tropicale. Secondo punto: sia Cina che America hanno capito che si può fare, che si possono calare le emissioni continuando a crescere economicamente. Perché l’abbandono delle vecchie centrali a carbone e processi economici più efficienti danno riduzione delle emissioni. Infine: c’è un problema geopolitico sostanziale alla base. Il 39% delle emissioni del mondo è dato solo dagli Usa e dalla Cina. E allora la ratifica di questi due Paesi segna uno spostamento dell’asse, l’asse del Pacifico. E’ un messaggio, significa: siccome ci facciamo carico dei problemi del mondo, adesso possiamo stabilire, insieme, dove vada il mondo. Mi è dispiaciuto che l’Europa sia arrivata in ritardo con il blocco dei Paesi dell’Est. Tra l’altro i Paesi che frenano sul clima sono gli stessi che mettono i muri, forse siamo stati troppo frettolosi nell’allargare l’Europa all’Est.
Adesso con l’elezione di Trump si ripropone una centralità dell’Europa. L’Europa deve ritornare ad assumere un ruolo guida su queste questioni, è nel suo Dna.

L’ambiente cambia gli stili di vita, decide l’agenda della politica ma sembra non scaldare gli animi verso il voto. Secondo lei per quale motivo?
Da sempre è questo il mio punto di vista: io non ho mai creduto all’”onanismo ambientale”. Se la gente vede il documentario di Di Caprio, non è che poi si riescono a siglare gli accordi sul clima. In mezzo c’è l’insieme delle passioni, delle tensioni che agita il nostro mondo che la politica interpreta o, nel peggiore dei casi, fomenta. Bisogna capire e diffondere l’idea che l’affrontare i mutamenti climatici è utile anche da altri punti di vista. Come ad esempio per limitare le tensioni legate ai flussi migratori. Obama lo ha detto più volte: nella vicenda siriana, oltre ad altri eventi avvenuti nei secoli, prima dello scoppio del conflitto ci sono stati sei anni di siccità. In quei sei anni l’incapacità del regime di garantire una vita dignitosa ha peggiorato la situazione. E poi: il Lago Chad è un lago al confine tra 4 stati, il Chad , Niger, Camerun , Nigeria. Era poco profondo e intorno ci vivevano tantissime persone. Da 25.000 chilometri quadrati di ampiezza, era più grande della Lombardia, si è ridotto a meno di 2.000 chilometri quadrati, ovvero la metà della Val d’Aosta. Una vicenda così alimenta tensioni e flussi migratori. Proprio in quell’area, guarda caso, è più forte Boko Haram…Se non si capisce che la difesa dell’ambiente è una grande sfida anche più competitiva, a misura d’uomo, sull’innovazione, sulla bellezza, una sfida in cui l’Italia tra l’altro può svolgere un ruolo importante, non si andrà da nessuna parte. Se l’ambientalismo diventa invece “devi farlo se no il mondo finisce” non funzionerà perché si rimane scollegati da altre questioni. La pretesa dell’autosufficienza dell’ambientalismo quindi è un ostacolo. Per fare un esempio: dello scontro americano c’è stata una candidata verde, ma che senso ha avuto? Devi farla vivere la questione ambientale in mare aperto, se no diventa la “Fortezza dei tartari”. Nelle grandi organizzazioni ambientaliste questa impostazione sta avanzando, a parte Legambiente che l’ha sempre avuta. Se si vuole rispondere a Trump che dice che l’ambientalismo fa perdere lavoro e danneggia l’economia, dobbiamo dimostrare che invece produce lavoro e economia. Dobbiamo rispondere, guardando “in avanti”.

Ed in Italia qual è la situazione sul fronte della Green economy? Stiamo vincendo la sfida oppure no?
Secondo Symbola le imprese amiche dell’ambiente sono quelle che crescono di più, esportano il doppio, producono posti di lavoro e costituiscono ormai un quarto della nostra economia. Quindi bisogna abbassare le emissioni per migliorare di capacità di produrre. Uno degli interventi più interessanti a Parigi, paradossalmente, è stato quello di Schwarzenegger. Ha detto: “Quando ci sembra di non avere abbastanza peso preoccupiamoci di dove stiamo sbagliando noi”. Ha detto che diamo troppo spazio alle previsione catastrofiche che la gente può credere o non credere ed invece dovremmo far vedere quello che sta già accadendo, ad esempio la siccità in California. Per tornare in Italia, si sta verificando la scomparsa dei ghiacciai italiani: abbiamo perso 2 miliardi d’acqua, 800mila piscine olimpiche, paragonabili alla superficie del lago di Como. E poi: quando i ghiacciai arretrano si ingrigiscono, c’è anche una perdita di bellezza. Ed infine l’ex governatore della California ha ribadito: “Facciamo vedere le opportunità”. La California che ha più spinto sui temi ambientali, è il Paese che cresce di più. Noi in Italia abbiamo grandi possibilità. Siamo un Paese caotico ma abbiamo la chimica verde, le aziende agricole biologiche o, per fare un esempio curioso tra tanti, le nostre giostre consumano il 50% di meno di quelle tedesche. Spostare la produzione dalla quantità alla qualità è una scommessa tutta italiana. La scommessa della bellezza è una scommessa altamente ecologica. Inoltre con “gli schiavi” fai fatica a produrre bellezza, le aziende amiche dell’ambiente sono quelle che più di tutti hanno buoni rapporti con le comunità con i lavoratori. Se l’ambientalismo diventa la sfida del “dover essere”, arriva chi agita le paure che alla fine rimane il più forte. Il sindaco di Firenze La Pira diceva: “Solo gli animali privi di spina dorsale hanno bisogno del guscio”. Basta avere la spina dorsale, ovvero una forte identità e rimanere aperti al mondo per vincere questa battaglia.

Giornalista professionista, da sempre si occupa di questioni ambientali, sociali e di genere. Dal 2003 a La Nuova Ecologia, il mensile di Legambiente, di cui è stata anche coordinatrice, oggi segue la cultura e non solo. Da sempre realizza servizi video (dalle riprese alla post-produzione) per la televisione e per il web. Tra le sue collaborazioni quella con il "Nuovo Paese Sera" e "Left- Avvenimenti". È presidente dell'associazione culturale Marmorata169 che si occupa di "racconto di città". Contatti: galgani@lanuovaecologia.it @eligalgani
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