Trivelle, diffida al Mise per 61 concessioni scadute

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Sono complessivamente 61 le concessioni per lo sfruttamento di idrocarburi su terraferma e mare scadute da tempo e mai rinnovate. Eppure le compagnie petrolifere continuano a estrarre. Questo il motivo per cui il Coordinamento nazionale No triv, A Sud, MareVivo, Lipu, Italia che Cambia, Forum Ambientalista, Cdca, Primalepersone, Fondazione UniVerde, Adusbef e Comitato abruzzese per la difesa dei beni comuni hanno inviato al Ministero dello Sviluppo economico una diffida, illustrata il 10 maggio in conferenza stampa alla Camera dei deputati, per chiedere la decadenza di tali autorizzazioni. «Abbiamo atteso che venisse reso noto il nome del nuovo Ministro dello Sviluppo economico per presentare questa iniziativa – ha dichiarato Marica Di Pierri di A Sud – Si tratta di una azione autonoma rispetto al referendum del 17 aprile, che tocca il piano della legittimità e non del merito della questione petrolifera nel nostro Paese. Nessuno può dirsi sopra la legge, neppure le società petrolifere o chi dovrebbe controllarle».

A spiegare i contenuti della diffida è stato il costituzionalista Enzo Di Salvatore, già estensore dei quesiti referendari sulle trivelle. «La diffida riguarda 61 concessioni: per tre di esse – ha detto Di Salvatore – le società petrolifere interessate non hanno mai presentato richiesta di proroga; per quindici la richiesta di proroga è inammissibile, in quanto presentata nel periodo di vigenza dello Sblocca-Italia, che aveva abrogato le norme della legge n. 9 del 1991 sulle concessioni e, quindi, tacitamente, anche la durata riferita alle stesse e la disciplina delle proroghe; per tutte le altre, e dunque, per ulteriori quarantatré concessioni, per le quali era stata presentata la richiesta di proroga, si applica sì una norma ad hoc del 2012, approvata dal governo Monti, che proroga ex lege e automaticamente le concessioni, ma in questo caso la norma è fortemente sospetta di illegittimità costituzionale. Il dubbio – ha proseguito il giurista – riguarda la violazione degli articoli 3, 97, 117, comma 1, e 113 della Costituzione. In quest’ultimo caso, in particolare, il problema è dato dal fatto che, in assenza di un provvedimento amministrativo di proroga ad hoc, i cittadini, gli enti locali e le Regioni verrebbero privati della possibilità di ricorrere al Tar». In caso di silenzio o diniego del Mise, le associazioni e i comitati porteranno la questione di fronte al Tar e, successivamente, di fronte alla Corte Costituzionale.            

Enrico Gagliano del Coordinamento Nazionale No Triv ha chiesto invece, a nome di tutti i soggetti presenti, l’istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta che faccia luce sulla regolarità dei controlli nel settore dell’estrazione degli idrocarburi: «Occorre verificare con la massima sollecitudine e urgenza lo stato di salute dei sistemi di controllo tecnico, legale-amministrativo e ambientale delle concessioni. Ci sono troppe opacità e sintomi di irregolarità». Richiamato, come esempio, il caso Vega di Edison: «Lo scorso novembre – ha aggiunto – dopo il giudizio positivo sull’impatto ambientale del progetto avutosi il 15 aprile 2015, il Mise ha concesso la proroga per “buona gestione del giacimento” fino al 2022. Eppure, Il Ministero dell’Ambiente si è poi costituito parte civile e ha richiesto un risarcimento di 69 milioni di euro a Edison per aver iniettato illegalmente in un pozzo sterile enormi quantità di rifiuti petroliferi tra il 1999 e il 2007, nell’ambito delle attività collegate alla piattaforma Vega A – ha spiegato Gagliano – Tradotto: il Ministero dell’Ambiente ti chiede un risarcimento milionario perché inquini, mentre il Mise ti fa continuare a estrarre per “buona condotta”. Ma è solo un esempio tra i diversi possibili».

A chiudere la conferenza, Roberta Radich di Primalepersone che ha sottolineato gli effetti della consultazione pubblica sulle trivellazioni nei nostri mari: «A seguito del referendum del 17 aprile si è creato un ampio fronte di associazioni e comitati, volto a tutelare la legalità in materia ambientale ed energetica e deciso a portare avanti una proposta alternativa allo sfruttamento delle fonti fossili al fine di promuovere una politica energetica sostenibile – ha spiegato Roberta Radich – Gli stessi soggetti potrebbero anche convergere nella campagna di contrasto alla riforma costituzionale, specie per la parte che interessa il Titolo V della Costituzione. La riforma, infatti, proprio in materia energetica (ed anche ambientale), finisce per espropriare le collettività regionali e locali della possibilità di esprimersi sulle scelte che lo Stato compie al riguardo».

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