Trivelle alle urne

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C’è una speranza in più per i nostri mari da quando la Corte costituzionale, lo scorso 19 gennaio, ha dichiarato ammissibile il quesito referendario sull’articolo 35 del decreto “Sviluppo”, che vieta le attività di ricerca, prospezione e coltivazione degli idrocarburi entro dodici miglia dalla costa, con l’eccezione però di quelle in corso e dei titoli già rilasciati. «Con questo quesito si interviene sull’unico spiraglio lasciato aperto dagli emendamenti del governo alla legge di stabilità, che hanno lasciato incerta la durata dei permessi già concessi per le trivellazioni nei mari italiani», spiega Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente.

Il quesito, che verrà sottoposto agli italiani in una data ancora da definirsi, è infatti il solo sopravvissuto dei sei presentati nel settembre del 2015 da dieci Regioni – diventate successivamente nove col dietrofront dell’Abruzzo – contro le estrazioni degli idrocarburi entro le 12 miglia marine e l’accentramento delle politiche energetiche nelle mani dello Stato, a danno delle amministrazioni locali. I quesiti erano stati ritenuti ammissibili dalla Corte di Cassazione, tanto che il governo Renzi aveva deciso di correre ai ripari con tre emendamenti alla legge di stabilità, stabilendo il divieto di perforare entro le dodici miglia dalla costa e fermando, di fatto, le trivellazioni in corso non autorizzate definitivamente che erano state sanate dall’esecutivo guidato da Mario Monti. Fra questi il famigerato progetto “Ombrina Mare” a largo delle coste abruzzesi e molisane.

Negli emendamenti non si parla però della durata delle trivellazioni già autorizzate. Proprio per questo, alla luce delle modifiche normative, la Corte Costituzionale ha riesaminato i quesiti, dichiarando ammissibile soltanto il sesto, quello che chiede che siano fissati termini di durata precisi per le trivellazioni già autorizzate e che sia istituito il divieto assoluto di farne altre in futuro nei nostri mari. «A questo punto si aprono due possibilità – riprende Giorgio Zampetti – o il governo Renzi decide di emendare ulteriormente l’emendamento già fatto, oppure si andrà a votare. Tenendo ben presente che quest’ultima strada è complicata, perché bisogna raggiungere il quorum, ma è la soluzione migliore perché la modifica normativa ottenuta con un referendum è più vincolante».

Non dobbiamo sottovalutare, infatti, l’importanza che il referendum potrebbe avere per il nostro ecosistema marino. Secondo le elaborazioni di Legambiente sugli ultimi dati resi noti dal ministero dello Sviluppo economico, i fondali marini italiani custodiscono circa 10 milioni di tonnellate di petrolio su cui tredici compagnie petrolifere – sei italiane e sette straniere – vorrebbero mettere le mani. Si tratta di ben 127mila chilometri quadrati a rischio trivellazioni, che vanno dal mare Adriatico al Canale di Sicilia, passando per lo Ionio. Ad oggi i permessi di ricerca rilasciati sono 16, a cui se ne aggiungono 38 in attesa, 8 istanze di permesso di prospezione e 5 richieste di concessione per l’estrazione. Fra i permessi già rilasciati per trivellazioni future, uno è quello concesso a fine 2015 alla società petrolifera irlandese Petroceltic per attività di ricerca su un’area di 373 km davanti alle Isole Tremiti. Una decisione che ha scatenato le polemiche da parte delle numerose associazioni ambientaliste e anche dalla stessa Regione Puglia, anche se dal ministero dello Sviluppo economico hanno fatto sapere che l’area interessata dalla ricerca si trova ben oltre le 12 miglia.

Ecco perché è così importante raggiungere il quorum, se si andrà alle urne. «Vogliamo creare un coordinamento fra comitati, associazioni ambientaliste e società civile per fermare tutto questo e per portare avanti la campagna referendaria – conclude il responsabile scientifico di Legambiente – Sono battaglie come queste che possono dare un senso ai negoziati della Cop21 perché rendono più consapevoli le persone dell’importanza di dare impulso a una nuova economia “green”, non più basata sulle energie fossili ma sulle rinnovabili».

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