Stato di comunità

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Davanti a un orizzonte segnato dalla precarietà, gli italiani stanno riscoprendo il valore della partecipazione. Stufi di delegare, sempre di più vogliono essere protagonisti di un cambiamento, riprendersi beni che sono patrimonio comune: aree verdi, linee ferroviarie dismesse, case cantoniere, ex cinema destinati a degrado e abbandono possono trasformarsi, come dimostrano le storie di riscatto comunitario raccontate su questo numero di Nuova Ecologia, nella materia prima indispensabile per progettare dal basso attività di riuso e di rigenerazione.
In questo cammino un ruolo fondamentale spetta alle cooperative di comunità, strumento per realizzare quegli investimenti e garantire quei servizi che oggi lo Stato, complice la crisi, non riesce ad assicurare. Ma a differenza di quel che accade nella cooperazione tradizionale, che risponde a bisogni specifici, qui i cittadini sono al tempo stesso fruitori e gestori di spazi e servizi, consumatori, imprenditori, lavoratori. Un progetto, quello sulle Cooperative di comunità, lanciato da Legacoop ed esteso a tutta l’Alleanza delle cooperative italiane – a cui aderiscono anche Confcooperative e Agci – per far crescere una rete diffusa capace di valorizzare le comunità locali, di stimolarne autonomia e organizzazione. Per sostenere le esperienze già attive in tante zone del paese e promuovere la diffusione di un modello d’impresa sociale finalmente 2.0.
Ma che cosa significa nel concreto dare vita a una cooperativa di comunità? Prendiamo il caso della signora Bianchi, 85 anni, residente in un piccolo centro che non raggiunge i trecento abitanti: se non ci fosse chi le consegna la spesa a casa, dal negozio di alimentari di sempre, lei non avrebbe la forza di caricarsi di buste. Poi c’è suo cognato, due anni più anziano, a cui una volta a settimana è garantita l’assistenza domiciliare per effettuare terapie che il settore pubblico non può garantirgli. Nella stessa località vive Giuseppe, 34 anni, che se non avesse trovato lavoro in campo forestale sarebbe dovuto emigrare. Invece non si è allontanato dalla sua compagna, che intanto con due amiche ha trasformato una vecchia masseria in un agriturismo. La figlia della coppia, inoltre, ogni giorno percorre i 15 km che la separano da scuola grazie al servizio bus organizzato per lei e gli altri tre bambini del posto. I nomi sono di fantasia ma il resto è frutto di un esempio fra tanti di un circolo virtuoso innescato dalla diffusione delle cooperative di comunità, che provvedono ai bisogni delle persone più fragili ma anche al potenziamento del turismo lì dove la proloco ha chiuso, riuscendo anche a creare lavoro per le nuove generazioni. Non siamo ancora di fronte a numeri clamorosi ma il successo delle prime operazioni è il segnale che silenziosamente è in atto un piccolo boom.

Tetti per cominciare…

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Una storia esemplare è quella di Melpignano, piccolo comune in provincia di Lecce dov’è nata nel 2011 la prima cooperativa di comunità italiana. «Abbiamo cominciato installando tetti fotovoltaici sulle case dei soci, oggi i miei concittadini hanno l’energia gratis – ricorda il sindaco Ivan Stomeo – Con un investimento di 300.000 euro abbiamo realizzato i primi 34 impianti, di cui 29 di proprietà della cooperativa e cinque venduti ai soci. Gli utili sono stati di circa 21.000 euro, utilizzati nel 2013 per acquistare l’erogatore della Casa dell’acqua, che per 5 centesimi al litro fornisce acqua minerale refrigerata. Oggi ne abbiamo installate cinquanta in altrettanti comuni del Salento, che rendono alla cooperativa 1.500 euro al giorno. Per questa attività – sottolinea – sono impiegate venti persone fra elettricisti, idraulici e artigiani. Solo a Melpignano abbiamo erogato più di 500.000 litri di acqua, generando un bel risparmio, economico e ambientale, in termini di plastica non prodotta e CO2 non emessa». La chiusura del cerchio? Con i ricavi dell’operazione, 23.000 euro nel 2015, 62 famiglie a basso reddito sono state sostenute nelle spese per l’acquisto dei libri di testo dell’anno scolastico in corso, 19 per il pagamento della mensa.
L’habitat naturale di queste nuove imprese sociali è quello delle aree a rischio spopolamento, dove i giovani fuggono per mancanza di lavoro e gli anziani fanno fatica a resistere per la penuria dei servizi. Nei contesti a bassa densità è più semplice per i cittadini organizzarsi per rispondere ai propri bisogni. E l’Italia è piena di centri piccoli: a leggere i dati dell’ultimo rapporto di Legambiente e Cresme, sono 5.683 i comuni con meno di cinquemila abitanti, il 70% del totale, dove vivono più di dieci milioni di persone. Insomma, il bacino potenziale delle cooperative di comunità è enorme. Per sfruttarlo a pieno e replicare il modello Melpignano è però necessario un riconoscimento giuridico a livello nazionale. Al momento infatti solo Puglia, Liguria e Abruzzo hanno varato un provvedimento regionale ad hoc, altre (Basilicata, Emilia Romagna, Toscana e Lombardia) hanno inserito articoli dedicati nelle leggi sulla cooperazione. Col passare del tempo, come spiega bene nell’intervista a pagina 31 Paolo Scaramuccia, responsabile nazionale delle cooperative di comunità di Legacoop, lo Stato dovrà lasciare sempre più spazio all’intervento di altri soggetti nei servizi sociali. E le cooperative di comunità, con una legge nazionale che ne definisca caratteristiche e funzioni, potrebbero essere uno dei pilastri di un nuovo modello di welfare. Non l’unico.

Un altro welfare

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Un altro modello di successo è quello sperimentato dalla Fondazione di comunità di Messina, costituita nel 2010 e con sede in un forte ottocentesco, per anni “lasciato” alla mafia. «Dobbiamo essere capaci di andare oltre quel pensiero unico che ha creato una frattura fra l’economia e le altre dimensioni del sapere e dell’agire umano – spiega il segretario Gaetano Giunta – Stiamo sperimentando modelli di welfare di comunità intrecciati con forme di economia civile: da un lato promuovendo imprese inclusive e sistemi socioeconomici capaci di generare alternative per tutti – lavoro, casa, conoscenza, partecipazione – dall’altro accompagnando i più esclusi ad accedere alle alternative generate». Anche qui, cosa significa concretamente? Tanto per cominciare una parte delle risorse della Fondazione è stata subito investita per creare un “parco fotovoltaico diffuso” fra terreni e tetti di edifici pubblici e privati. Le famiglie che mettono a disposizione il loro tetto vengono “liberate” dalle bollette, in cambio donano il conto energia che deriva dalla produzione elettrica in eccesso alla Fondazione: si realizza così un capitale di circa 600.000 euro all’anno per le diverse attività da realizzare. La più rilevante dal punto di vista sociale è Luce è libertà, programma di reinserimento sociale e lavorativo di 58 ex internati nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto. «Abbiamo costruito per ciascuno di loro un “budget di cura”: una dote economica per dargli la possibilità di riprendere in mano la propria vita», racconta Salvatore Rizzo di Ecosmed, cooperativa che ha fatto da volano per l’intera Fondazione. Vengono poi finanziati programmi come Primi spassi, che coniuga l’importanza dell’allattamento al seno con la lettura precoce a voce alta per i bambini e l’ascolto della musica. «Possono sembrare “cose” scontate – puntualizza Rizzo – Non in un quartiere in cui c’è chi ancora vive in baracche risalenti al terremoto del 1908 o ai bombardamenti alleati del ’43. Alle famiglie si dona un sostegno, l’accesso a servizi e risorse. Bussando letteralmente casa per casa abbiamo intercettato decine di situazioni a rischio». Sempre grazie alla stessa modalità di “autofinanziamento” sono in corso di costruzione quattro appartamenti a Maregrosso, altro quartiere degradato della città: produzione energetica da materiale organico, tecnologie di risparmio energetico, prototipi intelligenti di gestione e condivisione di energia e acqua, materiali ad alta inerzia termica. Gli stessi assegnatari parteciperanno, salariati per farlo, alla costruzione delle loro case. E una volta ultimate sarà il Mit di Boston a verificarne sostenibilità ed efficienza nel risparmio dei consumi.

“La bellezza è generativa”

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Da un quartiere difficile a un altro, la Sanità di Napoli, dove opera la Fondazione di comunità di San Gennaro, nata nel 2014 dopo tredici anni di lavoro nel Rione di un prete illuminato come don Antonio Loffredo, che ha permesso di creare per decine di giovani opportunità professionali e di vita diverse da quelle della strada. Nel 2001, quando diventò parroco di Santa Maria della Sanità, le catacombe erano inutilizzate, oggi il passaggio sotterraneo che va da Capodimonte al cuore popolare di Napoli è invaso di turisti. Intuendo come in quella e in altre bellezze sepolte ci fosse l’occasione per creare lavoro pulito, don Antonio ha promosso la nascita di una cooperativa sociale, “La Paranza”. Una scommessa vinta, che garantisce un reddito a cinquanta ragazzi: oltre le catacombe sono state risistemate una cappella del Seicento, ex case canoniche vincolate, giardini, chiostri, una piazza coperta del quartiere. E ancora diverse chiese, una palestra, un teatro. Negli spazi riqualificati sono via via nati uno studio di registrazione, una casa di accoglienza per madri e bambini, un bed & breakfast, un laboratorio teatrale, uno spazio per il doposcuola e un’orchestra di bambini, la Sanità Ensemble. La Fondazione è nata per far “dialogare” le realtà che da anni operano nel Rione, con l’idea di fare da innesco per un cambiamento dal basso. Ne fanno parte organismi che già operavano sul territorio, supportati da una rete di imprenditori che hanno creduto e sostenuto le attività nella Sanità nel corso degli anni. Nella consapevolezza che Napoli va ricostruita e restaurata nei luoghi e nello spirito. «C’è una cosa che mi preme sottolineare – ha affermato don Loffredo – In Italia la Chiesa ha un immenso patrimonio di bellezza, arte, immobili spesso vuoti o in abbandono. Non dobbiamo venderli ma creare progetti che attirino finanziatori, farli gestire da cooperative sociali che diano lavoro ai nostri ragazzi. Dobbiamo capire che la bellezza è generativa».
Una “traccia di lavoro” seguita da diverse cooperative e fondazioni di comunità, che continuano ad essere, però, soggetti sfuggenti rispetto ai modelli classici della partecipazione e dell’imprenditorialità, come spiega Flaviano Zandonai di Euricse, che a questo fenomeno ha dedicato un Libro bianco (scaricabile dal sito euricse.eu): «Operano lungo le faglie, fra produzione e consumo, mercato e dono, sfera pubblica e privata, lavoro volontario e retribuito, specializzazione e multidisciplinarietà». Zandonai parla di “faglie” perché «per emergere il protagonismo civico ha bisogno di una frattura. A volte può trattarsi di uno choc, un terremoto per esempio, nella maggior parte dei casi è però diluita nel tempo, come la lunga crisi economica che stiamo attraversando». E che è ancora in cerca di risposte.

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