Spezzare le catene

di Flavia Giannoni*

L’associazione “In Migrazione”, impegnata nell’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati e al supporto ai migranti, ha avviato un importante progetto sperimentale: il centro polifunzionale Bella Farnia. Partito a gennaio per concludersi a fine luglio, prende il nome da una frazione di Sabaudia (Lt) dove vive una parte importante della comunità indiana insediatasi nel corso degli anni Ottanta nel pontino, area a forte vocazione agricola, dove a lavorare sono quasi tutti braccianti di origine indiana. Un progetto nato, anche grazie alla Regione Lazio, per garantire alla comunità indiana un accesso guidato ai servizi per l’inclusione sociale, da sempre carenti nella provincia di Latina. L’obiettivo è spezzare l’isolamento e la ghettizzazione culturale, evidente concausa delle condizioni di sfruttamento che si consumano nei campi agricoli. Una nuova tipologia di centro servizi, dunque, dedicato alle zone rurali e che grazie alla sua ubicazione incontra la comunità nei luoghi che abita.

La struttura è situata nel residence “Bella Farnia Mare”, centro residenziale costruito negli anni Novanta come seconde case per le vacanze. Una delle tante speculazioni immobiliari italiane, lasciata al degrado e rivitalizzata dalle famiglie indiane. Nella sede del centro – aperto martedì, venerdì e sabato – è sempre presente un mediatore culturale indiano, Sarbjit Singh, che accoglie gli utenti indirizzandoli e orientandoli al servizio adatto, raccogliendo le loro storie, prestando loro l’aiuto richiesto. Un altro mediatore, Harbhajan Singh, accoglie invece le richieste di informazione sul progetto nel Gurudwara di Sabaudia, tempio sikh dove ogni domenica si riversa la comunità. Le lezioni di italiano si svolgono il sabato, ma la scuola è già piena e al più presto si deve trovare una soluzione per soddisfare l’alta richiesta. A oggi la classe è composta da 15 studenti, fra i quali cinque donne con bimbi al seguito. Alcune sono residenti da poco in Italia, altre vivono qui da anni e hanno vinto la timidezza anche grazie al fatto che la sede del progetto è all’interno della comunità. Il progetto prevede inoltre, ogni martedì, un servizio di consulenza legale tenuto da un avvocato: dal rinnovo del permesso di soggiorno al ricongiungimento familiare, dall’orientamento professionale alle vertenze per contrastare lo sfruttamento nei campi e il caporalato. Insomma, il centro sta diventando un luogo di aggregazione dove i lavoratori indiani possono trovare professionisti capaci di supportarli nella fruizione dei servizi per una corretta inclusione sociale e un’efficace promozione e tutela dei diritti e dei doveri. Passaggi obbligati per costruire una vita più dignitosa e un lavoro che non sia caratterizzato dal bieco sfruttamento. In altre parole, il progetto vuole migliorare il livello di inclusione sociale dei migranti indiani nella provincia di Latina.

Del resto, quella pontina è la comunità sikh più grande d’Italia dopo quella di Novellara (Re). Stime ufficiali contano 12mila persone, ma è verosimile che le presenze si aggirino intorno alle 30mila. Una presenza che si caratterizza per il grande rispetto nei riguardi dell’intero genere umano – indipendentemente da estrazione sociale, genere, origine e religione professata. Nonostante ciò la comunità è costretta a vivere una condizione di pesante disagio: sono all’ordine del giorno episodi di razzismo, per non dire di uno sfruttamento sul lavoro che nega sistematicamente i diritti umani. Una situazione ancora più preoccupante in un’area in cui la criminalità organizzata è particolarmente attiva. L’attività di ricerca sul campo di In Migrazione, avviata nel 2013, ha svelato le condizioni di lavoro di una realtà fino a poco tempo fa ignorata: uomini piegati sui campi 12 ore al giorno come minimo per guadagnare in media 3,50 euro all’ora. Non esistono domeniche, ferie o malattie: si lavora con qualsiasi tempo, in ogni stagione. Dall’indagine del 2014, Doparsi per lavorare (disponibile su inmigrazione.it/dossier), è addirittura emersa la pratica adottata da alcuni lavoratori indiani per sopportare l’inferno quotidiano: l’autosomministrazione di sostanze dopanti per non sentire i dolori di giornate intere passate nei campi, con la complicità silente o meno del datore di lavoro. Un’eccezione, certo, anche perché l’assunzione di droghe e alcol è bandita dall’osservanza del culto sikh, ma allo stesso tempo un campanello d’allarme da non sottovalutare. L’indagine ha avuto il merito di accendere un faro sulla qualità della vita di migliaia di uomini e donne che arrivano in Italia già vittime di una perversa triangolazione fra trafficanti indiani e imprenditori italiani. In pochi mesi si sono succedute le visite di alcuni parlamentari e numerose interrogazioni parlamentari. È stato aperto un tavolo con la Regione Lazio e anche la commissione Antimafia ha effettuato un’ispezione. Ancora molto è però da fare per rompere il sistema di sfruttamento in cui si ritrova la maggior parte dei lavoratori stranieri. A cominciare dall’introduzione del reato di caporalato nel 416 bis, l’articolo del codice penale che individua l’associazione di stampo mafioso. Il centro polifunzionale Bella Farnia è un buon inizio, sperando che il progetto trovi “gambe per camminare” dopo la scadenza di luglio.

www.inmigrazione.it

 

* responsabile comunicazione Inmigrazione onlus 

La testata è nata nel 1978 con il nome di Ecologia (diventerà La Nuova Ecologia l'anno successivo) insieme ai primi gruppi ambientalisti... Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia
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