Sos Isonzo

apertura isonzoL’ultima pagaiata, dopo quattro giorni sul fiume, è tra i canneti della Riserva naturale foce dell’Isonzo, paradiso del birdwatching, a pochi chilometri da Trieste. «È stato un viaggio straordinario », dice Rok Rozman, dell’iniziativa transfrontaliera “Salviamo l’Isonzo, Save the Soča”, nome del fiume in Slovenia. Mentre parla, Rozman è ancora a bordo del kayak che lo ha portato a percorrere i 137 chilometri del fiume, dalle sorgenti sulle Alpi Giulie all’Adriatico. «Nel primo tratto l’acqua è così pura che si può bere – racconta – I problemi ambientali iniziano a Tolmino, ancora in Slovenia, e in Italia si accentuano, con ben dieci chilometri di fiume in secca, dalla diga di Sagrado al mare». La sua non è stata una discesa qualsiasi: Rozman e altri 34 sportivi e ambientalisti di nove diversi Paesi hanno portato a termine questa impresa sotto la bandiera di “Salviamo l’Isonzo”, di cui fa parte anche Legambiente del Friuli-Venezia Giulia, per lanciare un messaggio forte in difesa di questo fiume europeo, ricco di biodiversità e storia. Un fiume che attraversa una grande varietà di ambienti, dalle gole montane dove è chiamato la “Regina di smeraldo delle Alpi”, fino al Mediterraneo.

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Lungo il suo corso, cent’anni fa, si sono combattute feroci battaglie nella Prima guerra mondiale, fino alla celebre disfatta di Caporetto, nell’ottobre del 1917. È la storia che ancora ne segna il destino, a partire dal trattato di Osimo del 1975, quando furono definiti i confini tra Italia ed ex Jugoslavia, rimasti in sospeso dalla fine della Seconda guerra mondiale. Fu istituita allora una commissione mista per l’idroeconomia e si stabilì che la regolazione del regime delle acque doveva essere fatta in funzione dello sfruttamento idroelettrico, dell’irrigazione e di altri usi civili. «Ci chiediamo se ciò oggi sia coerente con i principi e i metodi imposti dalla direttiva quadro sulle acque – commenta Luca Cadez di Legambiente Gorizia – visto che la norma europea è incentrata invece sui concetti di tutela, protezione, uso sostenibile della risorsa, miglioramento».

Negli anni ‘80 a Salcano, poco prima che il fiume passi il confine con l’Italia, è stata costruita una diga per la produzione di energia idroelettrica. Trattiene l’acqua durante la notte e la rilascia di giorno, provocando notevoli oscillazioni della portata a valle: è il fenomeno dell’hydropeaking, molto evidente nei periodi di magra, con ripercussioni sul deflusso minimo vitale (la quantità d’acqua che deve essere garantita per preservare l’ecosistema acquatico, ndr), sulla capacità depurativa e sulla vita nel fiume. In particolare, la sopravvivenza della trota marmorata, specie autoctona e tutelata, è sempre più minacciata da questi sbalzi di portata, che lasciano in secca nel giro di poche ore i luoghi di riproduzione e i letti con gli avannotti, cioè i pesci appena nati. Oltre alla trota marmorata, qui si trovano molte altre specie ittiche, tra cui il temolo e lo scazzone. In base al trattato di Osimo, a Salcano la Jugoslavia si impegnava a rilasciare la quantità d’acqua necessaria per il fabbisogno irriguo dell’Italia, stabilendo una portata massima di 120 m³ al secondo e una minima di 12,5, in media 25 m³ al secondo. Questi valori non sono mai stati rivisti. La scarsità d’acqua in alcuni periodi è dovuta anche al prelievo in Italia, gestito dal Consorzio di bonifica, per rispondere soprattutto alla forte richiesta idrica in agricoltura, legata alla coltivazione del mais.

«Da quarant’anni si tarda a raggiungere un accordo tra l’Italia e quella che oggi è la Slovenia – commenta Cadez – Intanto è sempre più evidente l’impatto del cambiamento climatico, che sta variando il regime fluviale». Le portate medie, infatti, si sono ridotte: tra il 1961 e il 1990 la portata a Salcano era in media di 96 m³ al secondo, tra il 1995 e il 2010 è scesa a 87 m³ al secondo. E si accentua il fenomeno dell’hydropeaking. Il caso della diga di Salcano rende evidente la difficoltà di dialogo tra Italia e Slovenia nella gestione dell’Isonzo. In Friuli Venezia Giulia, per cercare una soluzione, nel 2011 l’Autorità di bacino dell’Alto Adriatico aveva organizzato un percorso partecipato, il “Laboratorio Isonzo”, con lo scopo di definire le linee guida per la gestione del fiume. Sono emerse alcune proposte, come quella di rivedere il valore minimo rilasciabile dalla diga. Ma nulla di concreto è stato fatto, anche perché manca la comunicazione ai cittadini: i lavori della commissione mista italo-slovena sono poco trasparenti. «Pensiamo che un corso d’acqua debba essere considerato nella sua interezza, come se fosse un organismo vivente – afferma Neža Posnjak, slovena, del Wwf Adria – per questo abbiamo organizzato questa discesa della Soča-Isonzo in kayak, in rete con le associazioni italiane. La salute di un fiume non può essere misurata a pezzi ma vista nel suo insieme. Da tempo chiediamo un incontro transfrontaliero, se i nostri appelli resteranno inascoltati, interpelleremo l’Unione Europea sul mancato rispetto della direttiva acque, che appunto assegna la priorità alla tutela ambientale. Vogliamo smontare il mito dell’idroelettrico, che non può essere considerato verde a ogni costo e in qualsiasi condizione». Posnjak pensa anche alle minacce che incombono sulla parte montana del fiume, quella rimasta più naturale. Sin dal 2011, nell’ambito della discussione sul nuovo piano energetico nazionale sloveno, sono trapelate ipotesi di nuovi impianti proprio nel tratto montano della Soča e dei suoi affluenti, come l’Uccea. Scenari che suscitano una grande preoccupazione tra gli ambientalisti, le associazioni sportive e di pescatori in Slovenia.

diga salcano isonzo

In tutto l’arco alpino, anche in Italia, sono pochissimi i corsi d’acqua che conservano un elevato grado di naturalità: ecco perché il tratto montano dell’Isonzo rappresenta un gioiello raro, da preservare. La sua grande attrattività turistica ed economica, soprattutto in quei territori montani, è data proprio dalla bellezza di un ambiente ancora integro. «Abbiamo fatto questa discesa del fiume per dire no a qualsiasi nuovo progetto di derivazione idroelettrica, ancor prima che venga reso pubblico», sottolinea Rozman, pronto a ripartire per un altro tratto in kayak dove l’Isonzo incontra il mare. Anche la foce andrebbe preservata, per la sua bellezza. E invece, pur essendo Riserva naturale dal 1996, vedrà presto la nascita di una darsena da 208 posti barca in località Punta Barene, una delle aree di maggior pregio. I lavori sono già iniziati. L’obiettivo dichiarato era quello di regolarizzare una situazione di abusivismo, offrendo un posto barca a chi qui aveva già un’imbarcazione ormeggiata in modo irregolare, ma queste limitazioni oggi sembrano rimanere sulla carta. «Paradossalmente si risolve un’irregolarità con un’altra irregolarità», commenta Valentina Tortul del circolo Legambiente di Monfalcone, che spiega: «Viste le dimensioni della darsena e l’assenza di regole su chi abbia diritto di accedervi, l’intervento si configura più come una speculazione nel campo della nautica da diporto. E, proprio perché siamo convinti dell’importanza della fruizione sostenibile nelle aree protette, restiamo perplessi per questa forzatura dei reali obiettivi di tutela. Un esempio di ciò che non si dovrebbe fare in un’area protetta». In Italia come in Slovenia, la mancanza di una cultura fluviale non permette di abbassare la guardia, a chi chiede una gestione rispettosa, oltre i confini, dell’Isonzo – Soča, fiume d’Europa.

Laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste, con una tesi sull’Islam nell’isola di Mauritius. Scrive di immigrazione e ambiente dal 2006, collaborando con Vita non profit, La Nuova Ecologia, Repubblica.it. Nel 2010 ha curato "G2 e giovani stranieri in Italia. Politiche di inclusione e racconti", edito da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Vita non profit. Come fotografa, nel 2009 ha partecipato alla mostra intitolata “They won’t budge” (“Non si muoveranno”, da una canzone del cantante maliano albino Salif Keita), sugli immigrati africani in Europa, presso la New York University.
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