progetto cernobyl

Solidali e vigili

Quando siamo arrivati in ­Bielorussia nel 1992 per un progetto con i giovani studenti universitari­ di Minsk,­ coordinato da Michela Presta, giovane attivista di Legambiente, non eravamo ancora coscienti di scoperchiare una pentola così densa di minacce e pericoli. Erano passati sei anni dall’incidente nucleare di Cernobyl e in Italia non se ne parlava quasi più dopo lo storico referendum che aveva sancito, ­anche sotto la spinta emotiva della drammatica esplosione nucleare avvenuta in Ucraina, l’abbandono di ogni strategia legata all’assurdo utilizzo del nucleare nel nostro paese.­

Eppure, quando i giovani bielorussi ci dicevano “sta piovendo, meglio ripararsi perché l’acqua è contaminata. Attenzione ai prodotti del mercato e soprattutto ai funghi e ai frutti di bosco che sono pieni zeppi di cesio 137” eravamo ­stupiti e attoniti. Poi, informandoci e recandoci in prima persona nelle zone contaminate, con l’altissima radioattività ancora presente nel terreno e nei prodotti agricoli, ci rendemmo conto dell’estrema gravità della situazione. Nelle aree­ a rischio di Russia, Ucraina e soprattutto Bielorussia, risiedevano cinque milioni di persone costrette a nutrirsi di cibo radioattivo, bere acqua contaminata e soprattutto a fare i conti con un nemico invisibile. Chi aveva potuto era andato via da parenti, amici o conoscenti. ­Intere famiglie si erano trasferite in altri paesi dell’Est, in Europa, lasciando le proprie ­case, la propria terra, le proprie radici e i tanti ricordi. Una piccola parte della popolazione era stata trasferita in aree meno contaminate nella stessa Bielorussia, visto che la nube radioattiva ­era ricaduta a macchia di leopardo, ma la maggior parte doveva condividere la propria quotidianità con i radionuclidi nel piatto e i rischi connessi.­ Primi tra tutti i tumori tiroidei, che proliferavano con i più alti tassi al mondo proprio perché lo iodio 131, che ha un tempo di dimezzamento minimo di otto giorni, aveva colpito moltissime persone nei primi giorni dopo l’esplosione. Un pericolo passato sotto silenzio e senza informazione adeguata da parte dell’ex Unione Sovietica per non generare panico. Sarebbe bastato, infatti, distribuire tavolette di iodio per evitare la moltiplicazione di numerosi casi di tumore.

Tornammo in Italia e cominciammo a organizzarci per cercare innanzitutto di aiutare concretamente questo popolo sfortunato. In secondo luogo iniziammo un’intensa campagna di denuncia e informazione sulle conseguenze di Cernobyl, che come avviene purtroppo­ per tutte­ le catastrofi era stata completamente dimenticata in Italia e in Europa. Per Legambiente, che era nata come associazione ambientalista schierata contro il nucleare, era scontato impegnarsi con caparbietà per denunciare il dramma di Cernobyl e al tempo stesso rimarcare la nostra ferma contrarietà ­all’utilizzo del nucleare. Cominciammo sin da subito a organizzare una campagna, chiamata Progetto Cernobyl, per ospitare in Italia i bambini che provenivano dalle zone più contaminate. Era chiaro infatti che l’infanzia avrebbe pagato il prezzo più caro della catastrofe. Pianificammo periodi di soggiorno di 30 giorni con un indubbio vantaggio anche dal punto di vista sanitario per l’abbassamento della quantità di radioattività presente nell’organismo, grazie a un’alimentazione basata su cibo non radioattivo e ricco di elementi nutritivi. Inoltre venivano effettuati ai piccoli ospiti una serie di esami medici che ci consentivano di verificare la presenza di eventuali patologie latenti come il tumore tiroideo, oltre a controllare lo stato generale di salute.

Questo mare di solidarietà, oltre 25mila bambini ospitati, è stato possibile grazie a un gigantesco sforzo organizzativo di Legambiente, unito alla collaborazione dell’associazione Help e della sua presidente Tamara Abramchuk, nostro referente in Bielorussia. Ma soprattutto grazie alla sensibilità e alla grande disponibilità di medici, psicologi,­ volontari, attivisti e comitati locali di Legambiente. Nello stesso tempo abbiamo pianificato ­nel corso degli anni una serie di interventi mirati: dagli aiuti umanitari di cibo pulito distribuito nei villaggi più colpiti ai rapporti con i centri sanitari e gli ospedali per rifornirli di medicinali, attrezzature e macchinari specifici, fino ai percorsi di formazione per il personale sanitario effettuati in Italia e al significativo e­strategico progetto dell’ambulatorio mobile, che continua ancora oggi a operare nelle aree contaminate. Abbiamo anche realizzato percorsi scientifici e monitoraggi di alcune aree per rilevare la presenza di contaminazione radioattiva in una logica di partenariato con le istituzioni locali. Seguendo lo stesso principio abbiamo verificato attraverso l’Arpa Emilia Romagna la mancanza di contaminazione radioattiva in un sito e proprio lì è nato un progetto grazie alla cooperazione fra bielorussi, tedeschi, giapponesi, italiani e numerosi altri paesi, per ospitare in Bielorussia i bambini provenienti dalle zone più contaminate.

Questo è il Progetto Rugiada, che dal 2007 a oggi ha sostituito il Progetto Cernobyl con un cambio di passo dall’ospitalità dei bambini in Italia alla cooperazione in loco realizzata nel Centro Speranza,­una struttura­all’avanguardia dal punto di vista ambientale ed energetico. Un altro progetto di rilievo che stiamo seguendo attualmente è quello delle serre per la coltivazione di cibo pulito per le mense di alcune scuole. La nostra presenza nelle aree interessate dall’incidente è stata caratterizzata anche da momenti di denuncia, come le manifestazioni effettuate davanti alla centrale di Cernobyl (nel 1996 e nel 2006) per chiedere con forza la messa in sicurezza del reattore esploso. In queste occasioni abbiamo srotolato striscioni e ci siamo messi le tute gialle di Legambiente con orgoglio e rabbia davanti a quella che rappresenta una vera e propria bomba a orologeria innescata. Ancora oggi continuiamo a denunciare che il sito nucleare presente in Ucraina costituisce una grave minaccia. La stessa che le istituzioni bielorusse continuano a perpetrare attraverso la nuova centrale nucleare che stanno realizzando, grazie ai finanziamenti della Russia, ai confini con la Lituania. Sembra davvero che l’amara lezione della storia­impressa drammaticamente in questo paese non sia servita affatto.  *Responsabile Legambiente Solidarietà

Angelo Gentili è presidente di Festambiente
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