Appia, sogno all’antica

La “Regina Viarum” è assediata da auto e cemento, anche abusivo. Ferite che potrebbero essere risanate con il Grab. Coronando le idee di Antonio Cederna
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Il sogno di un grande spazio naturale e archeologico sopravvive ai “Gangster dell’Appia”, per citare il titolo di uno storico articolo di Antonio Cederna, pubblicato sul settimanale Il Mondo nel 1953. Quelli che soprattutto nel Novecento hanno deturpato un museo a cielo aperto unico al mondo. «Oggi l’Appia Antica e le sue campagne sono difese da decine di migliaia di persone come si difende lo spazio vitale e l’aria che si respira», scriveva sempre Cederna 23 anni dopo, nel 1976. Archeologo e straordinario giornalista, dopo aver denunciato per primo il “sacco” compiuto nelle aree di pregio della Capitale, era risuscito a convincere cittadini, politici e amministratori a perseguire un sogno: istituire un grande parco, senza auto né cemento, che dal Campidoglio, passando per i Fori, il Colosseo, il Circo Massimo e la Regina Viarum, arrivasse fino ai Castelli romani. Un sogno ripreso nel 2016, quarant’anni dopo, dagli organizzatori dell’Appia day, la grande festa dell’Appia Antica finalmente ciclopedonalizzata. Ma solo per un giorno: domenica 14 maggio, per questa seconda edizione. Perché il sogno, nonostante siano passati ben 52 anni da quando il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat firmò il decreto per rendere inedificabili le aree contigue all’Appia, è ancora lontano dall’essere realizzato.

Ricordare lo scorrere del tempo aiuta a comprendere come sia possibile l’incubo di oggi, fatto di inesorabili abusi edilizi, monumenti occultati a turisti e cittadini perché rinchiusi in aree private, attività commerciali e, ça va sans dire, le immancabili auto che sfrecciano incontrollate. E sfiorano turisti impauriti mentre percorrono qualche chilometro nella storia, per provare un brivido molto diverso: quello di passeggiare, o “accarezzare” sulle ruote di una bici, il basolato voluto dal console Appio Claudio nel lontanissimo 312 a.C. «Roma non sarà mai davvero una città moderna finché non porterà a compimento la vicenda dei Fori – dice oggi Walter Tocci, senatore che da vicesindaco di Roma aveva puntato sulla cura del ferro per liberare spazi e far respirare la Capitale – e non sarà davvero una città internazionale finché non avrà l’ambizione di proporre al mondo un senso nuovo della Città Eterna. Non sarà autenticamente città storica se non riuscirà a creare una tensione creativa tra passato e futuro. L’incertezza tra il fare e il non fare rivela che la decisione politica non riesce a misurarsi con la grandezza dell’idea e ne rimane schiacciata». A oggi però l’area non è ancora vietata ad auto, pullman e moto. E si attende che il sindaco di Roma, Virginia Raggi, mantenga l’impegno assunto in campagna elettorale, quando dichiarò che la pedonalizzazione dell’Appia Antica sarebbe stata all’attenzione della sua squadra. Liberare la Regina Viarum dalle auto darebbe slancio anche al Grab, il Grande raccordo anulare delle bici. Il tratto urbano dell’Appia Antica, percorribile in 40 minuti a piedi o 15 in bicicletta, sarebbe la parte più pregiata della ciclovia urbana più lunga e affascinante del mondo. Una passeggiata archeologica consegnata alla modernità nell’Ottocento dalle lungimiranti visioni e dal lavoro di Antonio Canova, Luigi Canina, architetto e archeologo incaricato da Pio IX al recupero dell’area, Guido Baccelli e Ruggero Bondi, per poi essere violentata dall’asfalto nel 1934 e dal piano particolareggiato del 1949, che ha scatenato un’alluvione di cemento tra l’Appia Nuova, la via dell’Almone e la via Appia Pignatelli.

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Il cemento resiste oggi grazie ai primi due condoni edilizi del 1985 e del 1994. Per il terzo condono, quello del 2003, il Parco può stare tranquillo visto che una legge regionale del 2012, successiva alla sua nascita, sancisce l’incondonabilità assoluta per le opere eseguite abusivamente nelle aree protette. Il conto fatto dall’Ente parco regionale dell’Appia Antica è di ben 494 abusi, mentre le richieste di concessioni in sanatoria sono 41. Si tratta di oltre 22.000 metri quadrati, ovvero quasi 70.000 metri cubi. «Il cemento illegale è una ferita che si fa tanto più profonda quando i territori martoriati sono parchi naturali o archeologici – commenta Roberto Scacchi, presidente di Legambiente Lazio – Nell’Appia Antica per combattere l’abusivismo è fondamentale l’approvazione del piano di assetto del Parco. L’Ente ha approvato la proposta nel lontano 2002, aprendo a osservazioni e controdeduzioni, per poi spedirlo in Regione per l’approvazione definitiva. Da allora sono trascorsi 15 anni – aggiunge Scacchi – e il Parco è ancora senza piano, con in vigore le sole norme di salvaguardia. Un ulteriore e grave ritardo è quello del Comune di Roma sulle domande per il primo e secondo condono edilizio, sulle quali naturalmente ci aspettiamo, per gli abusi più gravi, una raffica di respingimenti». L’amministrazione capitolina deve intervenire anche per portare a compimento l’esproprio delle aree sulle quali ricadono attività incompatibili con il Parco. Per alcune i proprietari hanno già incassato i soldi dal Comune, senza lasciare gli spazi, di nuovo per le inerzie della pubblica amministrazione. Una storia decennale, partita da una raccolta di firme di cittadini che nel 1990 spinse il Parlamento a destinare 26 miliardi di lire al Comune per acquisire 110 ettari. Circa 70 sono stati espropriati nel 1998 sotto la giunta Rutelli, mentre altri 40 ettari sono entrati nel patrimonio comunale nel 2005, con Veltroni sindaco. Sono 11 gli ettari ancora interdetti ai cittadini perché agli ex proprietari venne concesso l’utilizzo temporaneo delle aree. Che è diventato quasi permanente. E così un concessionario, una sala ricevimenti e B&B, un vivaio, un’immobiliare e un grossista di carni a distanza di dodici anni continuano a svolgere le loro attività nella parco della Caffarella, la porzione di maggior pregio naturalistico dell’area protetta regionale. Ironia della sorte, a pochi passi dalla sede dell’Ente parco. Ancora più estesa (ben 73 ettari) è la superficie occupata da altre attività commerciali incompatibili con le finalità di tutela dell’area protetta. Il Servizio guardiaparco dell’Ente ha censito 134 attività da riconvertire in loco e altre da delocalizzare fuori dal perimetro dell’Appia. Di queste, 28 aziende sono aderenti al Consorzio per la delocalizzazione: si tratta di marmisti, società edili, smorzi, società di servizi, magazzini e rimessaggi. Una volta liberate, le aree passeranno al Parco, come stabilisce una delibera votata dal Consiglio comunale nel 2012. Le zone di “atterraggio” individuate per ospitare le attività sono l’area del programma integrato per attività Cecchignola/ Tor Pagnotta e l’area di Fioranello/ Castel di Leva per la quale c’è bisogno di una variante da area agricola a programma integrato. «La Conferenza dei servizi convocata dal Comune, durante la giunta Marino, ha di fatto “sospeso”, e giustamente, i lavori – spiega il presidente regionale di Legambiente – per la difficoltà di avviare la necessaria variante urbanistica». La principale area di “atterraggio” delle aziende da delocalizzare è infatti a destinazione agricola: «Nel piano di Roma sono individuati 80 ambiti a destinazione di programmi integrati per attività produttive, aree edificabili e coerenti con le destinazioni – aggiunge Scacchi – Devono finire i tempi nei quali per “salvare” un’area protetta si compromettono aree agricole». Peraltro già minacciate da scarichi inquinanti nei corsi d’acqua che attraversano il Parco, come il fiume Almone, l’asse idrico principale dell’area. «Nell’Almone si riversano i liquami di Rocca di Papa, Ciampino, Marino e Roma – spiega Roberto Federici del comitato Parco della Caffarella – I quartieri della Capitale Quarto Miglio e Statuario, con ben 27mila abitanti, scaricavano direttamente nel fiume. Abbiamo chiesto ad Acea di intervenire, ma non poteva farlo senza l’autorizzazione del Comune, arrivata soltanto dopo la nostra denuncia al prefetto. In questi giorni stanno finalmente terminando i lavori cominciati nel 2013. Una vittoria che ci fa guardare al futuro: stiamo infatti lavorando con il Parco dell’Appia Antica e quello dei Castelli romani per fare il primo contratto di fiume nel Lazio, uno strumento che obbligherà tutti a rispettare regole ben precise». L’ennesima storia di un’Italia in cui i cittadini smuovono i torpori e l’inerzia delle istituzioni. Chi sogna un futuro per il più bel museo a cielo aperto del mondo, insomma, c’è sempre. E si dà da fare.

Giornalista ambientale, per La Nuova Ecologia cura le sezioni inchiesta e storie. Per il canale video LanuovaecologiaTV realizza dirette streaming, video interviste e il montaggio di video servizi. Contatti: loiacono@lanuovaecologia.it @francloia
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