Soccorso civico

protezione-civile-465x300Oltre seimila donne e uomini della protezione civile si sono messi all’opera da subito, dopo il sisma del 24 agosto, per portare aiuto alle popolazioni terremotate. Molti di più, in tutta Italia, hanno dato la loro disponibilità a partire. Sono soccorritori, infermieri, medici, psicologi, educatori, cuochi, logisti, elettricisti, geologi, persone formate per intervenire in modo professionale nei casi di calamità naturale. Attivarsi come singoli cittadini, autonomi e disorganizzati, invece, in questi casi oggi è escluso. Quella degli aiuti nella fase dell’emergenza è una macchina collaudata, che dipende direttamente dallo Stato. Chi partecipa alle operazioni di soccorso è iscritto alle organizzazioni di volontariato di protezione civile, fra cui Legambiente, ha copertura assicurativa, usa i dispositivi di protezione individuale, sa operare anche per la salvaguardia dei beni culturali. ltre seimila donne e uomini della protezione civile si sono messi all’opera da subito, dopo il sisma del 24 agosto, per portare aiuto alle popolazioni terremotate. Molti di più, in tutta Italia, hanno dato la loro disponibilità a partire. Sono soccorritori, infermieri, medici, psicologi, educatori, cuochi, logisti, elettricisti, geologi, persone formate per intervenire in modo professionale nei casi di calamità naturale. Attivarsi come singoli cittadini, autonomi e disorganizzati, invece, in questi casi oggi è escluso. Quella degli aiuti nella fase dell’emergenza è una macchina collaudata, che dipende direttamente dallo Stato. Chi partecipa alle operazioni di soccorso è iscritto alle organizzazioni di volontariato di protezione civile, fra cui Legambiente, ha copertura assicurativa, usa i dispositivi di protezione individuale, sa operare anche per la salvaguardia dei beni culturali.
Cinquant’anni fa, quando ci fu l’alluvione di Firenze, il mondo del volontariato era un altro. «Anche chi non ha vissuto quell’evento, come me – dice Lorenzo Cecchi, trentasei anni, presidente di Legambiente Firenze – si porta addosso il ricordo: l’alluvione è presente nei racconti di famiglia, negli occhi ancora pieni di terrore dei nonni e dei genitori quando pensano alla loro casa distrutta dal fango. Da un giorno all’altro si sono ritrovati senza niente. Ma a noi fiorentini piace anche scherzare e a casa mia si ride ancora di un piatto di formaggio che galleggiava nella cucina allagata». Per Cecchi quella tragica calamità fu anche in grado di generare solidarietà e senso di appartenenza, il desiderio di impegnarsi per i beni comuni, che si riflette in un tessuto associativo sempre molto vitale.
«L’alluvione è un evento simbolico importante – afferma Andrea Salvini, sociologo dell’università di Pisa – perché riflette l’immagine di cittadini, di giovani, che hanno a cuore il bene comune, i libri, le opere d’arte, le strade, le persone naturalmente. E spendono le proprie energie per la loro salvezza. La salute, la pace, il benessere e tutto ciò che consideriamo bene pubblico sono strettamente collegati allo spirito del volontariato». Ma se volessimo risalire all’origine delle attività altruistiche, dovremmo andare indietro al Trecento in Toscana, con la nascita della prima Misericordia. «Più recentemente fu il Concilio Vaticano II – sottolinea il professor Salvini – a segnare un punto di svolta importante nell’evoluzione del volontariato: dal concetto di beneficienza si passò all’idea di lavorare per gli altri nell’ottica della giustizia sociale».
In base al primo rapporto completo sul mondo del volontariato in Italia, pubblicato nel 2015 dal Coordinamento nazionale dei Centro servizi per il volontariato (Csvnet), oggi il 55% delle 44.182 associazioni registrate nelle banche dati dei Csv opera nell’assistenza sociale e nella sanità, si rivolgono per lo più ad anziani e minori (25,4%), il 18% a malati e disabili, il 5,7% a nomadi, immigrati o profughi. Protezione civile e ambiente, insieme, occupano un’altra fetta rilevante. I dati sulla partecipazione giovanile dimostrano che non c’è un calo in assoluto, lo è relativamente all’aumento generale dalla popolazione più anziana. Ma i giovani oggi continuano a impegnarsi per gli altri, come fecero cinquant’anni fa gli “angeli del fango” a Firenze. «Quelle del lavoro con gli ultimi, gli emarginati, le prostitute, all’inizio sono esperienze innovative, di nicchia, attività a cui lo Stato non pensava nemmeno a fine anni Sessanta – prosegue Salvini – Dalla metà degli anni Settanta, poi, alcune norme, come la legge quadro 833 del 1978 sul Servizio sanitario nazionale, aprono alla territorializzazione dei servizi e al dialogo fra volontariato e istituzioni. Parallelamente, la disillusione politica porta a un’incredibile mobilitazione sul fronte del volontariato, al di fuori dai partiti. C’è un boom di persone che iniziano a darsi da fare per gli altri, in ambiti in cui è possibile vedere i risultati positivi del proprio impegno. Non è mai un fenomeno di massa, comunque».
Questa esplosione è confermata dai numeri: solo il 2% delle organizzazioni di volontariato in Italia sono nate prima della Seconda guerra mondiale, prima del 1980 il 15%. La crescita è avvenuta fra il 1980 e il 2007, con alcuni picchi, fra cui quello del 1991, in seguito all’approvazione della legge quadro 266 sul volontariato. Si stringe il rapporto fra associazioni e istituzioni, Comuni e Regioni, che iniziano anche ad avere bisogno di chi dona i propri servizi, figure sempre più formate e inquadrate. «In questo percorso, si è persa in parte la componente di tensione politica verso il cambiamento – spiega ancora Salvini – Negli anni Settanta fare volontariato significava anche dimostrare che un’altra società era possibile, il livello di critica era più elevato. Oggi invece prevale lo spirito collaborativo nell’affrontare i problemi sociali e ambientali. Il volontariato di protezione civile è l’emblema di questo tipo di approccio, visto che c’è un rapporto organico e coordinato con gli organi dello Stato».
Dopo il 2007, assistiamo a un calo nella nascita di nuove associazioni, ma nel contempo aumentano anche le persone che dichiarano di dedicarsi ad attività altruistiche in forma individuale: quando si può, quando si vuole, sui social. «È un fenomeno recentissimo, che rispecchia lo spirito del nostro tempo. Si manifesta proprio mentre il volontariato assomiglia sempre più a un lavoro – conclude il sociologo – La professionalizzazione e istituzionalizzazione crescenti, in effetti, pongono un problema per l’idea stessa di volontariato, legato alla spontaneità, alla gratuità, al mettersi a disposizione in modo incondizionato. Senza dare giudizi, se questo fenomeno dovesse crescere ancora, si potrebbe porre il problema della partecipazione nelle organizzazioni che svolgono servizi in collaborazione le istituzioni».n

Laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste, con una tesi sull’Islam nell’isola di Mauritius. Scrive di immigrazione e ambiente dal 2006, collaborando con Vita non profit, La Nuova Ecologia, Repubblica.it. Nel 2010 ha curato "G2 e giovani stranieri in Italia. Politiche di inclusione e racconti", edito da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Vita non profit. Come fotografa, nel 2009 ha partecipato alla mostra intitolata “They won’t budge” (“Non si muoveranno”, da una canzone del cantante maliano albino Salif Keita), sugli immigrati africani in Europa, presso la New York University.
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