Silvestrini: Earth Day e Cop21 per salvare il Pianeta

I rappresentanti dei governi alla Cop21
I rappresentanti dei governi alla Cop21

Il 22 aprile di quest’anno, oltre a essere la Giornata Mondiale della Terra, inizia a New York, con una cerimonia alle Nazioni Unite, il processo di ratifica dell’accordo di Parigi. La carta resterà aperta alla ratifica per un anno. Ad oggi, 155 dei 196 i membri della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici che hanno partecipato alla COP 21 si sono impegnati nel processo di ratifica. Il primo paese che ha già ratificato, con un atto parlamentare approvato da governo e opposizione, sono state le Fiji, seguite da Palau, Isole Marshall e Maldive; tutte isole che rischiano di finire sommerse dall’innalzamento dei mari. Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club, spiega a La Nuova Ecologia perché l’Earth Day di quest’anno resterà una data particolarmente importante.

Che cosa comporterà, in termini concreti, la ratifica dell’accordo?
È un passaggio simbolico, perché sarà necessario avere la ratifica di almeno 55 paesi responsabili di almeno il 55% delle emissioni mondiali, e questo passaggio avverrà tra il 2016 e il 2017, entrata in vigore del protocollo. La cosa interessante e anche un po’ preoccupante è che tra i primi paesi che voteranno ci saranno gli Usa, la Cina, il Canada, e invece è probabile che l’accordo entrerà in vigore senza l’Europa, che è lenta.

Come si sta comportando il Vecchio Continente?
L’Europa ha guidato la politica del clima a Kyoto e negli anni successivi, ma adesso si presenta abbastanza debole e divisa, perché abbiamo alcune parti, i paesi dell’Est e in particolare la Polonia, che sono molto reticenti agli impegni climatici. Siccome la ratifica per l’Ue può avvenire solo dopo che tutti i 28 paesi hanno ratificato nei rispettivi parlamenti, questo processo prenderà più tempo del previsto, e quindi è possibile che l’Europa entri a far parte del gruppo di paesi che hanno impegni nell’accordo nel 2017. Dovremmo aspettare l’unanimità, cioè i paesi dell’Est. Ma in realtà anche l’Italia.

Il nostro Paese in effetti non ha presentato gli strumenti di ratifica.
No. Probabilmente, credo, lo farà entro il 2016. Tuttavia la rapidità con cui questa cosa sta prendendo forma è molto maggiore di quanto si pensasse a Parigi quando si è firmato. Si pensava al 2020, invece a New York ci saranno oltre 150 paesi; un record assoluto. In secondo luogo, le misure che alcuni paesi hanno già adottato, (Cina, Stati Uniti, ma anche Germania e altri), dopo la conferenza di Parigi, indicano che è in atto un’accelerazione notevolissima nelle politiche climatiche. Non in tutto il mondo, per esempio in Italia ancora non si vede alcuna accelerazione, ma in molti paesi sì.

Perché l’Italia è così in ritardo?
Negli ultimi anni, non solo con questo governo, ma anche con quelli precedenti, l’Italia ha avuto una posizione molto negativa nei confronti di fonti rinnovabili, efficienza energetica, mobilità sostenibile. Di fatto sono settori che sono stati fortemente danneggiati dalle misure che sono state e continuano a essere prese. Ancora adesso, in questi giorni, continuano a esserci delle misure negative. Io spero che, dopo la mobilitazione che c’è stata per il referendum contro le trivellazioni, da parte del governo ci sia un cambio di marcia. Del resto Renzi aveva dichiarato di voler portare, entro questa legislatura, le rinnovabili al 50% della produzione: non è possibile in due anni raggiungere quest’obiettivo, ma è possibile farlo entro il 2025.

Proprio la vicenda del referendum, alla luce degli accordi di Parigi e della ratifica di New York, sembra un paradosso. Il nostro paese si ostina a restare attaccato alle fonti fossili.
Sì, in effetti sembra che in Italia la conferenza sul clima non sia nemmeno avvenuta. Non abbiamo visto nessun segnale da parte del governo, cosa che è invece avvenuta in molti altri paesi, dall’Asia agli Stati Uniti e all’Europa. Speriamo che nelle prossime settimane ci sia qualche segnale positivo.

Quindi non dobbiamo essere pessimisti dopo l’esito del referendum?
No, assolutamente. Il quorum era molto difficile da raggiungere. Il mese in cui si sono fatte discussioni, incontri, in tutto il paese, è servito a riparlare di energia (di solito se ne parla pochissimo), è servito a fare una riflessione sulla necessità di un cambio di direzione, per passare rapidamente a una decarbonizzazione dell’economia.

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