Abusivismo

Il contenuto del Ddl Madia sul silenzio-assenso tra pubbliche amministrazioni ricorda tanto quella storiella dell’ubriaco che, perse le chiavi, si aggira disperato sotto un lampione per ritrovarle e ad un passante premuroso che per aiutarlo gli chiede dove le avesse perdute risponde candidamente: “Le ho perse laggiù, ma le cerco qui perché qui c’è la luce”. Unica differenza è che l’ubriaco è in buona fede!

Se ce ne fosse stato dubbio la risposta su Repubblica del ministro Madia ricalcano pedissequamente la stessa logica. “Il nodo da sciogliere è come si tutelano più efficacemente il paesaggio, i beni culturali e l’ambiente, garantendo il diritto dei cittadini ad avere risposte certe nei tempi previsti”. Non si può che essere d’accordo, ma che c’entra la possibilità di aggirare il rispetto delle regole? Senza aggredire minimamente il problema vero, che evidentemente non interessa al ministro e al governo, che deriva da tutt’altri fattori.

La durata formale dei procedimenti è solo la conseguenza di istruttorie inadeguate, della frammentazione delle competenze ambientali ripartite tra troppi enti diversi, dell’inadeguata formazione del personale pubblico preposto alle istruttorie, delle carenze di organico, della necessità di doversi districare in una legislazione tracimante, spesso contraddittoria e di difficile applicazione, dell’incapacità di coinvolgere il pubblico prima dell’avvio dei procedimenti decisionali , innestando così i presupposti di conflitti territoriali infiniti. Nessuno di questi nodi viene affrontato!

Se “l’obiettivo è costringere le amministrazioni a prendersi la responsabilità delle proprie decisioni”, come candidamente ci ripete il ministro, perché non intervenire potenziando e riorganizzando gli uffici? Oppure perché, se ci sono dirigenti che non si prendono la responsabilità di firmare gli atti, non si fissano i tempi oltre i quali i responsabili sono chiamati a  risponderne?

E, soprattutto, perché mai, in assenza di penalità, la possibilità del silenzio dovrebbe alzare il livello di responsabilità della PA piuttosto che accrescere la deresponsabilizzazione, come succederà in quelle amministrazioni che già oggi non riescono ad intervenire?  Il risultato, caro ministro, sarà che a pagare quel silenzio, che aumenterà, perché nulla è previsto per penalizzarlo, saranno l’ambiente, la salute dei cittadini, il paesaggio e i beni culturali.

Diciamo le cose come stanno: il governo Renzi sta portando a casa la deregulation che fallì a Berlusconi, il quale mirava al depotenziamento del sistema pubblico dei controlli ambientali e della prevenzione sanitaria, e alla contestuale rimozione del ruolo delle Soprintendenze nelle aree soggette ai vincoli del Codice dei Beni Culturali. Altro che riforma! Se poi aggiungiamo l’accorpamento nelle forze di polizia del Corpo forestale dello Stato e delle Capitanerie di porto nella Marina militare si capisce che l’intento vero è eliminare i controlli, anche depotenziando gli effetti della nuova legge sugli ecoreati.

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