I signori degli abissi

I giacimenti sulla terraferma si riducono. Così governi e imprese puntano sulle miniere “a mare aperto”. Affari e rischi della nuova frontiera dei minerali strategici

Per produrre le batterie al litio è fondamentale il cobalto, il nichel è presente in nove smartphone su dieci e l’intera infrastruttura elettrica mondiale si basa sul rame. Il settore tecnologico non può più fare a meno dei cosiddetti metalli critici. E le materie prime di cui si nutre provengono da un sistema estrattivo che mostra il suo lato peggiore nelle miniere a cielo aperto dei paesi in via di sviluppo. Dal Congo alla Cina, dall’Indonesia al Cile, l’impatto sui diritti umani e sull’ambiente dello sfruttamento dei giacimenti di terre rare è ormai sotto gli occhi di tutti. Senza contare che la concentrazione di questi minerali in una manciata di paesi, la Cina su tutti, rischia con il tempo di diventare un nodo geopolitico troppo delicato. Da tempo la domanda martella nella mente dei governi occidentali: cosa succederebbe se il dragone decidesse un giorno di chiudere i rubinetti?

È per questa ragione, più che per la progressiva riduzione delle risorse, che negli ultimi anni ha ripreso quota il sogno di un nuovo Eldorado sepolto nelle profondità marine. I minerali estratti finora provengono dalle terre emerse, che occupano appena un terzo della superficie globale. Ma molte nazioni cominciano a chiedersi se non sia il caso di provare a volgere lo sguardo ai due terzi coperti dagli Oceani.

Iniziate negli anni Settanta, le ricerche per il deep sea mining hanno dato risultati sorprendenti: migliaia di metri sotto il livello del mare, in prossimità delle placche tettoniche attive, abbondano rame, cobalto e manganese, metalli fondamentali per l’industria elettronica. Queste scoperte hanno scatenato l’appetito del settore minerario che però, privo delle tecnologie necessarie, non è mai andato oltre l’esplorazione. Oggi i tempi sono maturi e una nuova corsa all’oro si profila all’orizzonte, mentre mancano ancora regole vincolanti a tutela di un ecosistema praticamente sconosciuto.

Cavie papuane

La prima licenza al mondo per una miniera “a mare aperto” è stata concessa dalla Papua Nuova Guinea alla società canadese Nautilus minerals, che nel 2019 promette di iniziare lo sfruttamento del giacimento di solfuri denominato Solwara 1, profondo 1.600 metri e distante una trentina di km dalle coste papuane. Le prospezioni hanno rilevato un giacimento con una concentrazione di rame del 7%.  La media sulla terra, gioisce il Ceo di Nautilus, Mike Johnston, è dello 0,6%. L’obiettivo ora è prelevare un milione di tonnellate di sedimenti altamente ricchi di minerali nelle acque territoriali del Mare di Bismarck. La scorsa estate, nonostante le grandi incertezze sulla riuscita del progetto Solwara 1 e i rischi finanziari e ambientali dichiarati dall’azienda, i due principali azionisti hanno deciso di garantire i finanziamenti ponte per iniziare i lavori. Parte delle attrezzature sarà fornita da aziende italiane specializzate in cavi, sistemi di movimentazione delle merci, cingoli per le escavatrici.

La Nautilus promette di estrarre “responsabilmente”, giurando che l’impatto delle operazioni sul fondale marino sarà minore di quelli lasciati dalle miniere terrestri. La responsabile della comunicazione, Noreen Dillane, sembra metterci una punta di umorismo quando risponde alla domanda sui pericoli del deep sea mining: «L’unico rischio potrebbe riguardare la rottura di un macchinario, perché ne risentirebbero i tassi di produzione». Il governo del paese ha ottenuto la sua fetta di torta e sostiene la Nautilus: oltre a ricevere delle royalties dalla vendita dei minerali, partecipa al progetto con una quota del 15%.

«Nonostante i recenti finanziamenti, Nautilus sta affrontando diverse incertezze economiche e finaziarie», replica Natalie Lowrey, portavoce della campagna internazionale contro il deep sea mining. L’attivista australiana gira il mondo per denunciare una pratica definita ancora «sperimentale», che rischia di togliere fonti di sostentamento alle comunità costiere e inquinare il mare e gli oceani, alimentando «il colonialismo del XXI secolo nel Pacifico». Nata nel 2011 e finanziata dalla Ocean foundation, la campagna contro il deep sea mining riunisce ong e cittadini delle isole del Pacifico, Australia, Canada e Stati Uniti preoccupati dagli impatti delle miniere sottomarine.

«Sappiamo molto poco del fondale oceanico, alcuni scienziati pensano che abbiamo più informazioni sulla superficie lunare», sostiene Lowrey, che insieme ai cosiddetti Solwara warriors chiede alla comunità internazionale di bloccare questa pratica. Intorno al deep sea mining, tuttavia, non è nato ancora un movimento d’opinione diffuso. E così gli appelli arrivano flebili nel Nord del mondo. Anche per questo le imprese riescono ad agire sottotraccia, nell’intento di ottenere permessi di sfruttamento in aree marine ricche di metalli critici prima che aumentino le preoccupazioni sui rischi ambientali.

Il tesoro del mare

I minerali preziosi che riposano sul fondale marino si trovano sotto diverse forme: noduli polimetallici, solfuri polimetallici e croste di cobalto. I noduli, simili per forma e dimensione alle patate, sono costituiti da un pezzo di roccia centrale, un resto organico o un dente di pesce, intorno al quale si sono concentrate durante milioni di anni le sostanze minerarie fuoriuscite dalle fratture lungo le dorsali oceaniche. Ricchi di manganese, nichel, cobalto, rame, litio, ferro e altri metalli, si trovano a profondità di 4-6.000 metri. La zona più interessante per l’industria è la Clarion clipperton zone (in sigla Ccz), un migliaio di chilometri ad ovest rispetto alle coste messicane. Qui si stima che gli abissi nascondano 34 miliardi di tonnellate di noduli sparsi su una superficie di 9 milioni di kmq. Seguono le Isole Cook, il bacino del Peru e l’Oceano Indiano.

I solfuri polimetallici hanno la forma di grumi o incrostazioni nei pressi delle crepe del sottosuolo, originate dall’incontro fra le acque calde fuoriuscite dal mantello e quelle gelide dell’Oceano profondo. Contengono rame di prima scelta, oro, argento, zinco, piombo e terre rare, e rappresentano la fonte più interessante per il settore minerario. Degli oltre duecento siti che contengono depositi di solfuri tra i 200 e i 4.000 metri di profondità, soltanto una decina sono considerati di interesse commerciale da Banca mondiale e si trovano nelle zone di Papua Nuova Guinea, Vanuatu, Palau, Niue, Fiji, Micronesia, Isole Salomone, Tonga e Nuova Zelanda.

Anche le croste di cobalto solleticano il palato delle imprese. Si tratta di strati spessi fino a 25 centimetri che ricoprono i fianchi di montagne sottomarine tra i 400 e i 4.000 metri sotto il pelo dell’acqua. Il loro tasso di crescita è di pochi millimetri ogni milione di anni. Le croste di interesse economico si trovano a una profondità di circa 800-2.500 metri, nei mari di Johnston Island, Hawaii, Isole Marshall, Micronesia e nelle acque internazionali del Pacifico centrale. Tecnologicamente, l’estrazione delle croste di cobalto è più complessa rispetto ai noduli polimetallici, con rischi ambientali superiori. Raschiare via queste coperture dalle montagne sottomarine, infatti, potrebbe avere un impatto significativo su coralli, spugne e altri organismi bentonici che si formano sui loro versanti. I sedimenti sollevati durante le operazioni potrebbero diffondersi “a valle”, impattando su altri microrganismi.

L’esplorazione avviene tramite veicoli senza pilota calati da una nave, che prendono campioni di fondale. Una sessione di esplorazione può costare dai 50 ai 200 milioni di dollari. Per l’estrazione di noduli, solfuri e croste di cobalto esistono immense escavatrici, capaci di raschiare il terreno, trivellare e macinare, per poi inviare i frammenti in superficie. Ci sono due modi per recuperare i metalli dalle profondità marine: il primo, testato nel 1970 da un consorzio di cui faceva parte anche la Samin, del gruppo Eni, prevede l’impiego di un nastro trasportatore su cui sono innestati contenitori a distanze regolari che issano meccanicamente il materiale. Il secondo utilizza un tubo flessibile che risucchia la fanghiglia carica di minerali fino a bordo della nave, dove avviene il filtraggio e la reiniezione delle acque reflue nuovamente giù lungo il condotto.

Scarsa trasparenza

Gli effetti del deep sea mining sull’ambiente marino non sono ancora stati stimati con precisione. Tuttavia, diversi esperti europei prevedono impatti da rumore, inquinamento luminoso, vibrazioni, alterazione irreversibile di ecosistemi dalla resilienza quasi nulla e nubi di sedimenti sparse per centinaia di chilometri. Senza contare che alcuni metalli pesanti sollevati durante le operazioni potrebbero arrivare in superficie grazie ai fenomeni di upwelling, una risalita delle acque oceaniche profonde causata dalle correnti. Insieme allo scarico in mare degli inerti, la dispersione di materia in vaste aree oceaniche rappresenta uno dei maggiori rischi per la vita di microrganismi filtratori, spugne, coralli, pesci e grandi mammiferi come squali e balene.

Le associazioni ambientaliste coinvolte nella campagna contro il deep sea mining chiedono una moratoria internazionale fondata sul principio di precauzione. Altre organizzazioni sono più possibiliste. Secondo la ong statunitense Pew charitable trusts, potrebbe essere sufficiente regolamentare a dovere il settore ed estendere le aree protette al 30% degli oceani, creando una “zona cuscinetto” di biodiversità. Inoltre, gli ambientalisti sollecitano una pubblicazione dei dati delle esplorazioni effettuate dalle imprese autorizzate dall’International seabed authority (Isa). Questo ente intergovernativo, costola delle Nazioni Unite, è nato nel 1994 sulla scorta della Convenzione sui diritti del mare (Unclos) del 1982. Ha sede a Kingston, in Jamaica, e il suo ruolo è garantire una gestione sostenibile del sottosuolo nelle acque internazionali. È compito dell’Isa tracciare le linee guida per le attività minerarie in mare aperto. Lo scorso autunno è stata presentata una bozza che rinvia a un secondo momento la stesura delle regole ambientali. Nessuno oltre alla sua commissione tecnico-legale (Ltc), trincerata dietro il segreto industriale, ha mai visto i dati raccolti dalle imprese che hanno fatto le esplorazioni. Eppure, sostengono gli ambientalisti, si tratta di informazioni chiave sulla biologia e geologia dei fondali marini, che andrebbero rese pubbliche.

Nel frattempo, alcuni paesi come Belgio, Francia, Germania, Regno Unito e Russia hanno già registrato diritti presso l’Isa per l’esplorazione delle risorse minerarie. L’Unione Europea sta finanziando grandi progetti per lo sviluppo delle tecnologie estrattive, nell’ambito della strategia “Blue growth” del programma Horizon 2020. Tra le iniziative previste figura anche un’indagine sugli impatti ambientali del deep sea mining, coordinata da Bruxelles e finanziata da alcuni Stati membri, tra cui l’Italia. Emilio Campana, direttore dell’Istituto nazionale del Cnr per studi ed esperienze di architettura navale (Insean), è uno degli esperti italiani che collaborano alla ricerca.

«Il deep sea mining causerà un serio danno agli ecosistemi profondi – dichiara Campana – perché i depositi più ambiti sono molto estesi e il loro sfruttamento necessariamente provocherebbe danni su zone ampie di fondo oceanico. È assolutamente necessario, indispensabile e urgente che vengano posti dei limiti e delle regole molto stringenti per lo sfruttamento di queste risorse. I danni potrebbero essere irreversibili. Siamo già in possesso di navi e mezzi di esplorazione dei fondali ma le tecniche di scavo richiedono attrezzature specifiche. Quella che ho visto io è “sofisticata” quanto un aratro». Piuttosto inquientante per una “frontiera” che dovrebbe alimentare la fame di materiali dell’industria hi-tech.

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