Nelle nostre aziende agricole rendono fertile il terreno fornendo azoto. Si tratta dei legumi, un elemento prezioso con cui le antiche popolazioni arricchivano i loro terreni. Nell’agricoltura tradizionale, che sia quella indiana, nordamericana o messicana, fagioli e legumi erano vitali per i sistemi agroecologici degli indigeni. Sir Albert Howard, conosciuto come il padre della moderna agricoltura, nel Testamento agricolo, mettendo a confronto l’agricoltura occidentale con quella indiana, scrive: “Le colture miste sono la regola. A questo proposito i coltivatori orientali hanno seguito il metodo insegnato dalla natura: la coltivazione mista, che diventa una regola soprattutto quando il raccolto di cereali è il costituente principale. Colture come miglio, grano, orzo e mais sono sempre mescolati con un tipo di legume, di solito una specie che matura molto più tardi rispetto al cereale”.

Puntare sulle monocolture ha avuto un impatto diretto sul declino della produzione dei legumi e di conseguenza sull’impoverimento della fertilità del suolo. Il punto è che la coltivazione mista è impossibile da conciliare con la Rivoluzione verde, basata sulla chimica intensiva. Con il passaggio dalle colture miste alle monocolture i legumi sono stati piantati sempre meno, con la conseguente riduzione della produzione di azoto nel terreno. Abbiamo prodotto più riso e grano e i nostri legumi sono scomparsi dai campi. Fra 1960 e il 2011 la superficie coltivata a frumento è salita dal 29,58 al 44,5%, quella coltivata a riso dal 4,79 al 25%. Nel frattempo le aree destinate ai legumi sono passate dal 19 allo 0,21%, i semi oleosi dal 3,9 allo 0,71%, il miglio dal 11,26 allo 0,21%. In termini di nutrizione per ettari di terreno, stiamo producendo meno cibo. È questo il risultato della Rivoluzione verde che sposa l’uso della chimica.

Come evidenzio nel mio libro Soil not oil, l’agricoltura industriale è un sistema basato sui combustibili fossili e rappresenta oltre il 40% del totale dei gas serra emessi in atmosfera. L’ossido di azoto rilasciato dai fertilizzanti sintetici è un gas che ha un impatto trecento volte maggiore rispetto all’anidride carbonica nel destabilizzare il clima. Gli ossidi di azoto reagiscono inoltre con l’acqua presente in atmosfera, andando a formare così le piogge acide. I fertilizzanti azotati sintetici nascono dopo la Seconda guerra mondiale, quando le grandi scorte avanzate di munizioni di nitrato di ammonio vengono commercializzate per uso agricolo. Il processo intensivo Haber Bosch (metodo che permette la sintesi industriale dell’ammoniaca su larga scala utilizzando come reagenti azoto e idrogeno, ndt) utilizza infatti gas naturale per fissare artificialmente l’azoto dell’aria ad alta temperatura e produrre ammoniaca, materia prima non solo per tutti i fertilizzanti ma anche per gli esplosivi. Un kg di fertilizzanti azotati richiede l’equivalente energetico di due litri di gasolio. Nel 2000 l’energia utilizzata durante la produzione di fertilizzanti è stata pari a 191 miliardi di litri di gasolio, la stima per il 2030 è di 277 miliardi. Un pesante contributo al cambiamento climatico insomma, che continua però a essere ignorato.
I processi ecologici, il potenziale della biodiversità, la dinamica dell’agricoltura biologica sono state totalmente ignorate dal modello militarizzato dell’agricoltura industriale. I legumi sono importanti non solo per il loro contributo al suolo, ma anche per l’apporto proteico che danno all’alimentazione. In India, dove ormai non si trovano più fagioli, importiamo i piselli gialli. Ma il loro apporto proteico è del 7,5 contro il 30% dei nostri legumi, che dovrebbero essere al centro di una dieta bilanciata e nutriente per gli esseri umani. Nella dieta mediterranea, ad esempio, i fagioli sono fondamentali.

Il 2016 è l’Anno internazionale dei legumi. Abbiamo il dovere di ricordare quanto siano importanti per la nostra salute, abbiamo bisogno di rinnovare le tecniche agricole per tornare alla coltivazione tradizionale e mista delle piante leguminose nelle nostre terre. Per tornare a riempire i nostri piatti. (Traduzione di Stefania Marchitelli)

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