Semi di resistenza

La vita di Berta Cáceres, uccisa il 2 marzo 2016 nella sua casa, in Honduras. Raccontata dalla figlia, Berta Isabel Zúñiga, che chiede con forza all’Europa di pretendere giustizia

Ha dedicato la sua vita a proteggere la Madre Tierra e i fiumi sacri della comunità Lenca, etnia indigena fra le più antiche del continente americano. E per tutelare il diritto all’autoderminazione dei popoli dell’Honduras, che resistono in uno dei paesi più violenti e corrotti al mondo. A 14 mesi dal suo assassinio, per il suo impegno contro la costruzione della diga Agua Zarca, neanche la morte è riuscita a fermare Berta Cáceres.

La coordinatrice del Copinh, da lei cofondato nel ‘93 per fermare la speculazione dell’industria mineraria, idroelettrica e del legno, è stata uccisa la notte del 2 marzo 2016 nella sua casa di La Esperanza, nel nordovest del Paese. «Ma le lotte per la difesa dei beni comuni si sono moltiplicate» assicura sua figlia Berta Isabel Zúñiga Cáceres, 26 anni, raggiunta da Nuova Ecologia telefonicamente in Honduras, di ritorno da una serie d’incontri a Bruxelles per chiedere al Parlamento europeo di far pressione affinché venga fatta giustizia sulla morte di sua madre. «Berta è ancora viva, le sue idee sono germogliate come un seme e hanno dato nuova vita al movimento indigeno, deciso a portare avanti le sue battaglie».

Prima fra tutte quella contro la diga Agua Zarca sul fiume Gualquarque, che scorre in un’area protetta fra le montagne dei dipartimenti di Santa Barbara e Intibucà, 300 km a nordovest dalla capitale Tegucigalpa. Un fiume vitale per le 600 famiglie indigene di Rio Blanco, da anni in prima linea per bloccare l’impianto, una minaccia per l’accesso all’acqua e alle terre ancestrali. Dopo anni di mobilitazioni, arresti e intimidazioni, Berta era riuscita a bloccare il cantiere, estromettendo il colosso Sinohydro e il braccio privato di Banca mondiale (Ifc) dal progetto. Un risultato che le valse il Goldman 2015, il Nobel per l’ambiente, per il contributo dato alla salvaguardia del proprio territorio. E che le è costato la vita, brutalmente interrotta dopo un’escalation di minacce proprio durante la tre giorni del Forum energia alternativa, organizzato dal Copinh per informare le comunità sui rischi della riapertura del progetto.

Bloccare la diga Agua Zarca è diventata la principale sfida per l’organizzazione indigena. «Un atto di giustizia per i crimini commessi nei confronti di mia madre e della comunità Lenca – riprende Berta Zúñiga – A marzo, durante le celebrazioni per l’anniversario della sua morte, abbiamo depositato un ricorso sull’incostituzionalità dei decreti che hanno approvato l’impianto, contravvenendo alla convenzione 169 Ilo sul consenso previo e informato delle comunità indigene». L’iniziativa, avviata da Berta Càceres e attuata postuma dal Copinh, necessita però di un sostegno internazionale. «Abbiamo lanciato un appello per chiedere che vengano inviate alla Corte costituzionale richieste scritte, affinché sia accolto il nostro ricorso. E abbiamo chiesto al ministero degli Affari esteri dell’Ue di appoggiare il procedimento e ritirare il sostegno alla proposta di legge avanzata dal governo honduregno, che vuole svilire l’essenza della “consultazione previa e informata” e il rispetto delle decisioni delle comunità».

Altro obiettivo cruciale del Copinh è trovare i mandanti dell’omicidio della leader indigena, al momento a piede libero. Per farlo è stato istituito il Gaipe, un gruppo d’indagine indipendente sostenuto dalla Commissione interamericana dei diritti umani. Formato da un pool di cinque legali internazionali, il Gaipe non è stato ancora riconosciuto dal governo, che ha secretato l’inchiesta, impedendo l’accesso agli atti anche ai legali della vittima. In concomitanza con l’udienza preliminare sul caso Berta Cáceres, tenutasi lo scorso 19 aprile, la Commissione ha comunque reso pubblica una relazione per far luce sul caso. «Fra le questioni affrontate – ribadisce la giovane – le responsabilità dei funzionari statali per l’omissione della protezione che doveva essere garantita a mia madre, in cima alla black list degli squadroni della morte. Fino al coinvolgimento di imprese, banche, fondi internazionali d’investimento e forze militari».

Al momento sono otto le persone arrestate per l’omicidio, la maggior parte membri dell’esercito addestrati dagli Usa, stando alle rivelazioni pubblicate dal quotidiano britannico The Guardian. Fra questi l’ufficiale Maj Mariano Diaz, veterano delle forze speciali, e Douglas Giovanny Bustillo, militare in pensione e capo della sicurezza dell’azienda Desa fino al 2015. Entrambi formati nella Scuola delle Americhe, specializzata nell’addestramento delle milizia latino americane nella zona del Canale di Panama. L’ultimo degli arrestati è il sergente Henry Javier Hernández, ex cecchino delle forze speciali, l’unico ad aver ammesso di aver agito sotto costrizione. Il presunto esecutore materiale sarebbe invece Edilson Antonio Duarte, sicario ingaggiato da Sergio Rodríguez, dipendente dell’azienda Desarrollos energéticos, che vede nel suo consiglio direttivo Roberto David Castillo Mejia, ex ufficiale formatosi nell’accademia militare di West Point.

«È evidente che siamo di fronte a un crimine di Stato – denuncia Berta Isabel Zúñiga Cáceres – Mia madre non era solo un ostacolo alla diga ma anche al modello estrattivista portato avanti dall’oligarchia honduregna, che ha grande influenza su governo e forze armate. Soprattutto sui Los Tigres, corpi speciali finanziati dagli States impiegati per garantire gli investimenti delle imprese private. Soltanto trovando i responsabili e fermando l’impunità si potrà evitare altro spargimento di sangue».

La morte dell’attivista indigena non ha infatti arrestato la spirale di violenza. Sono almeno cinque le persone uccise dallo scorso anno, portando il bilancio delle vittime, secondo Global Witness, a 120 dal 2010. “Abbiamo documentato innumerevoli attacchi, fra cui il pestaggio da parte dei soldati di donne incinte, bambini tenuti sotto tiro da parte della polizia, incendi nei villaggi”, riporta l’ong nel suo ultimo rapporto. «Tante le vittime che stanno pagando il prezzo dell’energia “pulita” – ribadisce Berta Zúñiga  – da noi ribattezzata “sporca” visto che tali impianti vengono installati con la forza». Dopo il colpo di Stato del 2009 sono centinaia le concessioni rilasciate per lo sfruttamento idroelettrico, eolico e per la generazione di energia solare, destinate ad alimentare il comparto minerario: 49 nel solo territorio Lenca. «Noi indigeni siamo i migliori guardiani delle risorse naturali, eppure gli accordi sul clima non hanno tutelato in alcun modo i nostri diritti. Ciò che minaccia l’ambiente è la logica della produzione e del consumo illimitato. Stati e multinazionali non possono pretendere di insegnarci come preservare l’ambiente, imponendoci progetti senza il nostro consenso – conclude – Al mondo chiediamo di non lasciarci soli, è in gioco il futuro dei popoli indigeni ma anche quello del Pianeta».

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