Scelte di vita

Sfidano le mafie. Si misurano con una burocrazia ottusa. E con leggi che li penalizzano sul mercato. Storie e sogni dei “campioni” italiani dell’economia circolare

Giuseppe Carrozza è il direttore del consorzio Macramè. E attende con ansia l’arrivo di un’invasione, a Rosarno, tra gli agrumeti affacciati sul fiume Metramo: quella dei lombrichi, che verranno usati per trasformare l’organico della differenziata in ottimo compost. Sui terreni confiscati al clan Bellocco sono già al lavoro i migranti assunti dal consorzio. Piantano aranci e limoni in quello che diventerà anche un parco fluviale. Quei 7 ettari a Rosarno erano usati dalla ‘ndrangheta come cava di terra e discarica abusiva: gomme, inerti, amianto. E continuano le intimidazioni: 200 piante segate e cartelli divelti in una notte. «Non bisogna avere paura e presidiare il territorio», continua Carrozza. Anche quello della legalità è un cerchio che va chiuso. E blindato.

Sono spesso simili le storie di questi “eroi” di una rivoluzione lenta e preziosa verso l’economia circolare, che in Italia è già realtà grazie ad almeno 200mila nuovi posti di lavoro creati. Con coraggio e passione. «L’economia è una leva per il benessere delle persone», aggiunge Carrozza. Ridare dignità e lavoro ai migranti delle tendopoli è uno dei suoi obiettivi. Magari da condividere con altri imprenditori come lui, visionari e testardi. Come Domenico Cristofaro, che sta costruendo le vasche per la lombricoltura di Rosarno con la sua Ecoplan.

Nello stabilimento di Polistena si producono i pannelli Ecomat, unendo una miscela di sansa esausta riciclata e polipropilene. Durante le annate di carico, la piana di Gioia Tauro produce 250.000 tonnellate di olive, da cui Ecoplan ricava lignina e cellulosa. Fibre vegetali che prima non avevano un utilizzo specifico e diventavano rifiuti. Oggi sono un nuovo materiale, che con il progetto “Teniamo banco” arriva persino nelle scuole. «Far studiare i ragazzi su un banco rigenerato è una lezione nella lezione – commenta Cristofaro – E si introduce il concetto di “vuoto a rendere” nella pubblica amministrazione: i banchi diventano capitale circolante, sono materie prime seconde e noi li possiamo riciclare in filiera corta».

Scommettere sull’economia circolare è una scelta che ripaga anche di tanti sacrifici. Ne sanno qualcosa i lavoratori della cooperativa Calcestruzzi Ericina libera. Nata per gestire un’impresa confiscata a Cosa nostra, in provincia di Trapani, oggi intercetta anche 20.000 tonnellate l’anno di inerti, prima che finiscano in discarica. Li ricicla e li destina in parte a riempimenti stradali, in parte per produrre nuovo calcestruzzo. Con tecnologia all’avanguardia: «Il nostro impianto è unico nel suo genere da Roma in giù», afferma il presidente Giacomo Messina. E dopo una fase di rodaggio ricicla quasi tutto il volume di inerti conferiti dalle aziende della zona. «Pian piano cambiamo la mentalità degli imprenditori – spiega Messina, che si ostina a restare a galla pur se in un mercato distorto – Chi dice che c’è un costo della legalità sbaglia: è vero invece che c’è un costo in meno nelle altre imprese, quelle più o meno illegali».

Se c’è una lezione da apprendere dai “campioni” dell’economia circolare, raccolti e raccontanti da Legambiente durante il “Treno verde” di quest’anno, è proprio questa: l’importante è insistere, con caparbietà. «Fare una scelta controcorrente non è mai facile. Mi ricordo chiacchiere con dei dirigenti di banca che si chiedevano se stavo bene con la testa». Antonio Diana torna indietro di decenni per raccontare la sua Erreplast. Il padre, Pietro, era pioniere del recupero di materia in una terra dove la camorra controlla tanta parte della gestione dei rifiuti. E la camorra l’ha ucciso nell’85, perché non si voleva piegare. La sua eredità vive a Gricignano di Aversa con la Erreplast, che dal ’97 trasforma le bottiglie di plastica recuperate con la differenziata – 20.000 tonnellate solo l’anno scorso – in scaglie da reimmettere nel circuito industriale. «Quello dell’economia crcolare è un percorso ambizioso, in parte realizzato e in parte no – afferma Diana – Nei prossimi cinque anni avrà una spinta importante, anche se i cittadini non ne hanno ancora contezza. Per un Paese come il nostro, che è povero di risorse, sarà un plus importante».

Giovanni Milazzo cammina tra gli stand del Salone del mobile di Milano. Molti dei prodotti di design in esposizione sono fatti del materiale ecologico della sua Kanèsis, fondata appena un anno fa insieme ad Antonio Caruso e attiva fra Ragusa, Siracusa e Catania. Le biomasse da cui parte, come amido di mais o canna da zucchero, hanno grandi potenzialità. «Da un lato conferiscono proprietà meccaniche migliori al prodotto finale, dall’altro hanno una valenza estetica», spiega Milazzo. Il vantaggio tocca sia il settore primario che quello secondario. Kanèsis li mette in comunicazione: «Prendiamo biomasse da agricoltori in zone dove sono presenti anche industrie che trattano materiali termoplastici – continua – Il risultato è un prodotto migliore, più leggero, equo, resistente, economico». La chiave è tutta qui, nella capacità di innovazione. E non vale solo per le aziende. «Siamo partiti in dieci e oggi siamo circa 450 lavoratori in tutto», fa i conti Michele Pasinetti, direttore generale della rete di cooperative sociali Cauto. Agli inizi, nel 1991, era un’associazione di volontari il cui impegno era recuperare cibo invenduto dall’ortomercato di Brescia per distribuirlo ai minori accolti nella comunità di padre Pippo Ferrari. Quattro anni dopo diventa una cooperativa sociale che punta all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate attraverso la fornitura di servizi legati all’ambiente. Da allora è un crescendo. Tra le centinaia di persone che lavorano nella rete figurano dipendenti da alcol, droga e gioco, carcerati che scontano pene alternative, disabili fisici e psichici. È attiva in tutto il bresciano. E arriva a recuperare l’invenduto della grande distribuzione – oltre 3.000 tonnellate di cibo ogni anno – ridistribuito a un centinaio di associazioni.

Col tempo si è aggiunta la gestione dell’intero ciclo dei rifiuti in molti comuni limitrofi. Con qualche problema. «Le gare al massimo ribasso assottigliano i nostri margini di vantaggio economico – spiega Pasinetti – Il punto è che mancano politiche lungimiranti. I Comuni spesso ragionano per compartimenti stagni: il budget per i rifiuti è separato da quello dei servizi sociali. Al contrario di altri, noi chiediamo di più per la prima voce, ma produciamo anche un risparmio sulla seconda». Un travaso che i sindaci magari faticano a giustificare agli elettori. E la strada per gli “eroi del riciclo” si fa tutta in salita.

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