Sbarcano in Italia i “Restart party”

Feste informali, dove i “riavviatori” insegnano a riparare lo smartphone e la tv. Per dire basta al consumismo sfrenato e all’obsolescenza programmata

L’anziano con lo smartphone che non funziona. Lo studente con il laptop lento. La casalinga con l’aspirapolvere guasto. Tutti in fila all’entrata di un’associazione, di un locale, di una biblioteca o nel padiglione di una fiera, sorseggiando vino o birra, mentre si conversa ascoltando musica. Ci troviamo in un Restart party (Festa del riavvio), eventi gratuiti di riparazione condivisa, organizzati da ecovolontari in tante città del mondo. Connettono persone con elettrodomestici e dispositivi elettronici rotti e volontari con le competenze per aggiustarli. La parola d’ordine è “Don’t despair, just repair” (Riparalo, non disperare). Una strategia anti-crisi, per dire basta alla logica dell’usa e getta, dando una mano al portafogli e soprattutto all’ambiente. Perché chi riaggiusta non solo risparmia. Riduce la produzione di rifiuti elettronici (Raee) e scoraggia la produzione di nuovi beni, limitando l’estrazione di materie prime, il dispendio energetico e lo spreco di risorse. Nella “triage” dell’elettronica i restarter (i riavviatori) diagnosticano il danno e affidano gli oggetti rotti a dei tutor (gli host). Questi, durante l’incontro condividono saperi e know how, insegnando ai proprietari la nobile arte della riparazione. «Invitiamo la gente ad un uso più responsabile degli strumenti elettronici­» spiega Ugo Vallauri, che ha inventato i Restart party nel Regno Unito, con l’angloamericana Janet Gunter. Due amici con in comune l’esperienza nel campo della cooperazione in Africa e in America Latina, dove hanno appreso il valore del riuso e sperimentato l’impatto devastante dei Raee. «Ho lavorato anni con l’ong inglese Computer aid in Kenya – racconta Vallauri – dove si ripara tutto. Ho cominciato a chiedermi perché aziende e università occidentali dessero via migliaia di pc funzionanti donandoli ad associazioni per acquistarne di nuovi. Abbiamo cominciato, quindi, a pensare a come evitare di disperdere queste risorse».

È nata così l’organizzazione Restart project, che nel giugno del 2012 ha organizzato il primo evento in un pub a Londra, ispirandosi ai Repair café creati in Olanda da Martine Postma. In cinque anni, nella sola area metropolitana di Londra, sono stati 250 i Restart party svolti (in realtà sono il doppio, dice Vallauri, considerando quelli non documentati). Mentre sono stati circa 4.400 i partecipanti che hanno riparato 1.700 dispositivi, sottraendo dalla discarica 4,3 tonnellate di Raee e risparmiando all’atmosfera 92 tonnellate di CO2. «Piccoli numeri, comparati ai rifiuti annui prodotti in Uk – ammette – che dimostrano però come l’azione volontaria di cittadini consapevoli possa ribadire l’importanza di “ripartire” da un’economia virtuosa». Oggi il movimento si è diffuso a livello globale.

«Dopo il Regno Unito è l’Italia il Paese più attivo – assicura il cofondatore di Restart project – con eventi regolari a Milano, Torino, Langhe-Roero, Firenze, Como, Aosta». A organizzare i primi è stato il team di Pc Officina di Milano. «Grazie ad alcuni giornalisti – racconta Savino Curci, dipendente all’Agenzia regionale di protezione ambientale – quando la notizia del fenomeno ha cominciato a circolare in Italia, in tanti ci hanno contattato perché già ci occupavamo di riparazione condivisa. Nel 2014 siamo entrati nel network». A frequentare gli incontri di Restarters Milano, durante i quali vengono riparati anche bici e vestiti, soprattutto adulti e anziani. Fedeli alla linea i torinesi, concentrati solo sull’elettronica. «Siamo un collettivo informale di dieci persone e lanciamo eventi all’interno di grandi manifestazioni – spiega l’architetto Simona Vlaic – Con le persone individuiamo il problema e cerchiamo i pezzi di ricambio sul web. Se occorre, durante l’appuntamento successivo spieghiamo come rimediare al guasto». Due finora i manuali pubblicati da Restarters Torino: Come fare… La riparazione degli elettrodomestici e Come fare… La riparazione del Pc di Simona Editore. I proventi sostengono le spese delle iniziative. Il prossimo evento è previsto il 9 luglio nel quartiere torinese Campidoglio, durante la kermesse Libere differenze. In Toscana, invece, dal 2014 sono stati oltre 30 i Restart party indetti da 25 membri riuniti nell’associazione Restarters Firenze, in sale parrocchiali, case del popolo, scuole, fiere patronali e sedi private. Il prossimo si terrà a Pisa, a settembre.

Gli appuntamenti in Italia passano per i profili Facebook delle rispettive realtà e sul sito principale della Restart project (therestartproject.org). Una piattaforma online che promuove il riuso a tutti i livelli e la condivisione di informazioni, nello spirito della sharing economy.

«Il sito offre anche un progetto pilota su Londra per censire i riparatori professionali affidabili, che offrono garanzia sul loro lavoro», spiega Vallauri. Disponibile sul sito anche un database, con le informazioni raccolte durante gli incontri sui dispositivi che si rompono più di frequente, su quelli difficilmente riparabili, sui guasti ricorrenti. L’obiettivo è metterli a disposizione di governi e della Comunità europea, per fornire spunti a chi segue il dibattito e si occupa di normative sull’ecodesign. Fra le misure da adottare, secondo il movimento, l’obbligo per le aziende a estendere il supporto di software ai prodotti in commercio, a fornire manuali di riparazione e ricambi a costi accessibili.

È stata la Francia, con la legge di transizione energetica del 2015, uno dei primi Paesi a pronunciarsi contro l’obsolescenza programmata. Un articolo specifico punisce con due anni di reclusione e 300.000 euro di multa chi progetta beni costruiti per rompersi subito dopo la garanzia. “Ma è limitante, perché si applica solo ai prodotti fabbricati Oltralpe”, osserva il Ugo Vallauri. All’avanguardia, invece, la normativa svedese, che assicura sgravi fiscali e incentivi sul costo della riparazione. Scelta che, dando impulso al mercato del riuso, crea nuovi posti di lavoro. «Un modello a cui l’Italia dovrebbe guardare – sottolinea l’attivista – L’esperienza dei Restart party e dei Repair cafè nel mondo dimostra che la popolazione ha voglia di cambiamento. Spingere le iniziative politiche in questo senso è il prossimo passo cruciale da compiere».

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