“Sarà il Davos della nuova economia”

 diego Isabel La Moneda

“Il Davos della nuova economia”. Questa l’aspirazione del Nesi Forum che si terrà dal 19 al 22 aprile a Malaga. Un vero e proprio incubatore sociale in cui imprese, associazioni, singoli produrranno progetti per cambiare il mondo. «Nesi sta per “nuova economia e innovazione sociale”. Vogliamo co-creare, dall’innovazione sociale, un’economia più sostenibile, giusta, collaborativa e orientata al bene comune. Le diverse reti delle nuove economie, da quella collaborativa a quella circolare fino a quella delle transition town, hanno i loro forum. Non ne è mai esistito uno in cui tutte fossero riunite per collaborare ad obiettivi comuni. Sarà il Davos della nuova economia». A parlare così è Diego Isabel La Moneda, co-fondatore del Global hub for the common good, direttore e ideatore del Forum Nesi.

Ha scritto il libro “Yo soy tu: propuesta para una nueva sociedad”. È da qui che comincia tutto?

Non avevo intenzione di scrivere un libro, semplicemente per anni prendevo appunti in momenti speciali dei miei viaggi e, un giorno, mi resi conto che tutto quello che appuntavo aveva un significato univoco: era una proposta per una nuova società che dovevo raccontare. “Yo soy tu” comincia con la trasformazione della persona per arrivare al cambiamento delle organizzazioni e delle istituzioni.

Ci sono moltissimi modelli economici apparsi nel passato. Dalla decrescita fino all’economia blu. Dall’economia civile di Stefano Zamagni fino alle transition town. Ora c’è l’economia del Bene comune, quali sono le differenze?

L’ecosistema della nuova economia che cerchiamo di costruire è a partire dalla somma del meglio di ognuno di questi modelli. Nel caso dell’economia del Bene comune, il suo migliore apporto è cambiare la finalità dell’economia. Nel modello capitalista, l’obiettivo dell’economia è, come il suo nome indica, massimizzare il capitale. Se sei una impresa, massimizzare benefici, se sei un governo fare in modo che il Pil cresca. L’economia del Bene comune stabilisce come obiettivo il bene comune. A partire dal cambiamento della finalità, la trasformazione viene a cascata. Bisogna anche cambiare gli indicatori di misura del successo. Per misurarli se raggiungiamo l’obiettivo, l’economia del Bene comune propone la bilancia del Bene comune per le imprese e l’indice del Bene comune per i governi.

Perché pensa che questo tipo di economia possa avere successo?

Già sta avendo successo! Esistono migliaia di organizzazioni, decine di governi locali, università che seguono nuove economie. La nuova economia è reale, lo vediamo in imprese come Fairphone che intreccia i principi del commercio equo e combatte la obsolescenza programmata con uno smartphone di ultima generazione o Ecoalf e Patagonia che dimostrano che  è possibile fare moda etica. Oppure come i moltissimi piccoli produttori di prodotti agro-alimentari ecologici, o le più di 40 banche, dagli Usa fino al Nepal, dell’ “Alleanza globale delle banche con valori”. Quello di cui c’è bisogno è moltiplicare gli esempi reali e soprattutto far sì che questa sia l’unica economia possibile e chiudere con tutte le cattive pratiche esistenti e consentite tanto dalle istituzioni come dai consumatori.

Come si può lavorare nel piccolo per una società più giusta e sostenibile?

La persona è la chiave. Il cambiamento personale è quello che permette di passare al cambiamento nelle imprese e anche nei governi. Viviamo in una società dualistica in cui ci sentiamo comodi criticando gli altri. Dobbiamo riflettere e chiederci: “Che cosa posso fare io per cambiare l’economia”? A partire da qui, possiamo porre attenzione ad ogni acquisto e anche al modo in cui ci relazioniamo con le altre persone nel lavoro. Dobbiamo permetterci di essere felici nella nostra attività professionale. Perché limitare la felicità al solo spazio dell’ozio?

Alcuni principi sono: riflettere sui propri consumi, mangiare biologico, riparare e non buttare, condividere. Questi principi sono gli stessi ad esempio del Forum sociale mondiale di Porto Alegre  nel 2001. Perché quella esperienza non ha avuto successo?

Tutte le esperienze hanno portato il loro contributo. Bisogna però lavorare su tre livelli: se si sbaglia in uno di essi non si avanzerà. Trasformazione personale, cambiamento delle organizzazioni ed infine delle istituzioni, ovvero delle regole che reggono il sistema. In Nesi concentreremo gli sforzi nello stilare proposte specifiche da portare ai governi locali, nazionali e alle istituzioni internazionali. Crediamo che in questo campo ci sia ancora molto da fare

Qualcuno potrebbe rispondere che “collaborare invece che competere è un’utopia” e che “il destino naturale degli esseri umani è competere”.

Senza collaborazione non esisteremmo. Una persona isolata difficilmente può coprire le sue necessità materiali di base ma anche il bisogno di relazioni umane. La scienza ha già dimostrato che la collaborazione è più forte della competizione: solo gli economisti tradizionali, che non vedono il collasso del modello attuale, continuano a ripetere che “competere è meglio” senza fornire nessuna prova. Il modello competitivo funziona da 200 anni e non ha sradicato la povertà, ha aumentato le diseguaglianze e ha generato il cambiamento climatico. Questa è la dimostrazione empirica e scientifica del fatto che la competizione non funziona per la specie umana.

L’Italia è il secondo paese al mondo che ha una legge sulle b-corporation dopo gli Usa. Come commenta questa notizia?

È una grande notizia: il principale apporto delle B-corp è anteporre il fine sociale delle compagnie al mero interesse privato e rifletterlo nei loro propri statuti. Un esempio da seguire.

Che cosa consiglia agli imprenditori che vogliono convertirsi in B- corp?

Il mio consiglio è che guardino a tutti i modelli di nuova economia, inclusa le B-corp e incorporino nel loro piano di business il meglio di ognuna. Il proposito sociale delle B-corp è fondamentale ma possono apprendere e innovare i loro processi con l’economia circolare, stabilire migliori relazioni con i clienti o condividere la proprietà secondo l’economia collaborativa e così migliorare passo a passo il proprio contributo alla società, rendendo le imprese anche più redditizie.

Giornalista professionista, da sempre si occupa di questioni ambientali, sociali e di genere. Dal 2003 a La Nuova Ecologia, il mensile di Legambiente, di cui è stata anche coordinatrice, oggi segue la cultura e non solo. Da sempre realizza servizi video (dalle riprese alla post-produzione) per la televisione e per il web. Tra le sue collaborazioni quella con il "Nuovo Paese Sera" e "Left- Avvenimenti". È presidente dell'associazione culturale Marmorata169 che si occupa di "racconto di città". Contatti: galgani@lanuovaecologia.it @eligalgani
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