Colpisce la notizia che il nuovo Piano nazionale per la conservazione del lupo preveda, per la prima volta, di applicare la deroga al divieto di abbattimento del lupo e che quindi in sostanza ne autorizzi l’uccisione. Certo, non in modo indiscriminato, ma seguendo regole precise presenti nelle leggi di recepimento della Direttiva Habitat. Una specifica azione del nuovo Piano prevede che il ministero dell’Ambiente autorizzi le Regioni a poter abbattere legalmente fino al 5% della popolazione stimata.

È inconfutabile che l’espansione del lupo in questi decenni abbia determinato un incremento di predazioni e di danni agli allevamenti zootecnici, ma siamo certi che il contenimento delle popolazioni possa essere regolato degli abbattimenti?

Singolare, ma poi nemmeno tanto, è il caso dei cinghiali in Veneto sui Colli Euganei. “Uccisi 899 cinghiali, mai così tanti”,  affermava il presidente del Parco dei Colli Euganei. Era  il 15 Febbraio 2015.  Ci si sarebbe aspettato un calo del numero di cinghiali, visto che gli abbattimenti sono iniziati nel 2001 (con una impennata dal 2008), invece la popolazione non è scesa, questo a causa della strategia di riproduzione dei cinghiale. Il risultato ottenuto? Sperpero di 300 mila euro annui di denaro pubblico, rapida diffusione di appositi corsi organizzati dalle province (Padova, Vicenza, etc.) per autorizzare centinaia di cacciatori e operatori alla caccia al cinghiale anche nelle aree di divieto di caccia, danni crescenti all’imprenditoria agricola ed esasperazione degli agricoltori.

_AAB1635Alla base di questo insuccesso ci sono decisioni che non hanno tenuto conto delle elementari regole della biologia, dell’ecologia e della dinamica delle popolazioni.
E fallimentare potrebbe essere il risultato che rischiamo di avere con gli abbattimenti del lupo, se non si tiene conto dell’etologia e del buon senso comune. «Da studi recenti su abbattimenti di lupo autorizzati su alcuni individui per fini di “pace sociale”, emerge che, come diretta conseguenza, le predazioni sui domestici aumentano – afferma Renato Semenzato, biologo del comitato scientifico di Legambiente – La causa sembra essere la destrutturazione del branco, con più femmine in calore, maggior numero di giovani in dispersione, mancanza di regolazione del branco e in definitiva maggior predazione sui domestici piuttosto che sui selvatici».
In aggiunta va detto che una norma che renda legali gli abbattimenti non farà deporre le armi ai bracconieri, anzi li legittimerà e li motiverà nell’opera di “bonifica”.

_AAB0972Un’opera che già oggi uccide il 10-20% della popolazione dei lupi, ogni anno infatti, come è riportato nelle bozza del nuovo Piano di azione, vengono uccisi circa 400 lupi, fra atti di bracconaggio e incidenti stradali. Eppure per calcoli di scarsa prospettiva tanti plaudono a questa malaugurata ipotesi, che ha il sapore dell’identificazione del colpevole di tutti i mali della zootecnia, ma che ha il merito di far dimenticare che l’allevamento paga il conto di una partita impari fra produttori e grande produzione alimentare.

Lactalis e altre imprese agroalimentari stanno inviando agli allevatori italiani lettere di disdetta dei contratti di fornitura del latte, la cui scadenza è fissata convenzionalmente al 31 marzo di ogni anno. È una malignità pensare che questa sia una manovra per accelerare la fase di contrattazione e fissare un nuovo prezzo di riferimento per le consegne di latte crudo alla stalla, possibilmente a un livello più basso di quello attuale? Le aziende agricole italiane non falliscono ad opera del lupo, migliaia invece hanno chiuso dagli anni ’80 a seguito del ricatto delle grandi aziende.

Segreteria Legambiente Verona, fra i responsabili del progetto "Lupi in Lessinia"
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