Il sacco delle Apuane

Dal basso la vista è suggestiva. Con quella che sembra neve, estesa a chiazze, a diverse altitudini, in ogni stagione dell’anno. Cominciando a salire, il panorama cambia: le alte pareti verticali e le enormi bancate dell’escavazione di marmo a cielo aperto sembrano cattedrali che si stagliano su un paesaggio lunare. Ci si ritrova catapultati sul set di un film di fantascienza, anche se non c’è nessun effetto speciale qui, nel cuore delle Alpi Apuane. Magari non tutti sanno indicare su una carta geografica dove si trovano queste montagne, che poi Alpi davvero non sono. Certamente sono più numerosi quelli che ne hanno un pezzo in casa. Da qui arriva, infatti, il marmo di Carrara, conosciuto in tutto il mondo grazie a Michelangelo. Altri tempi e altre esigenze. Negli ultimi decenni lo sfruttamento di questa catena montuosa ha subìto un’accelerazione impressionante, oggetto di troppi appetiti che mettono la sua stessa esistenza in pericolo. Perché le circa trecento cave presenti in questo comprensorio stanno mandando in briciole quello che era conosciuto come il “giardino d’Europa”.

Potrebbe bastare un dato: nel 1920 venivano estratte meno di 100.000 tonnellate di marmo all’anno, oggi per tenere testa alla concorrenza di Russia, Cina e India si superano i cinque milioni. Per ridurre i costi e contenere i prezzi, i lavori procedono a ritmi serrati, utilizzando pale meccaniche e trivelle pneumatiche. Negli ultimi vent’anni, conti alla mano, si è scavato più che nei duemila anni precedenti, con il risultato che il cambiamento morfologico del territorio è paragonabile a quello avvenuto in un’era geologica. Si stima che per ogni tonnellata di marmo ne vengano distrutte dieci di montagna. Ma le montagne non ricrescono. Così le Apuane stanno scomparendo un pezzo alla volta, nonostante le leggi regionali in vigore dovrebbero tutelarne paesaggio, flora e fauna.

Il nuovo “oro bianco”

Se state pensando che questo sia il giusto tributo da pagare all’arte, vi sbagliate. Perché appena il 20% di quelle cinque milioni di tonnellate di marmo è estratto in blocchi, utilizzato insomma per edifici e sculture. Il resto? Detriti da trasformare in carbonato di calcio. È questo il nuovo oro bianco: usato nelle vernici, nell’edilizia, per produrre carta ma anche come correttore di acidità dei terreni agricoli, additivo nell’alimentazione umana e animale, per realizzare cosmetici, vitamine in pasticche e soprattutto dentifrici. Un business, viene da dire, dal sorriso smagliante: un quintale di carbonato di calcio costa 10.800 euro, una tonnellata di marmo bianco 3.300. E al territorio non resta neanche il lavoro: sempre meno e meno sicuro. Negli ultimi dieci anni in provincia di Massa-Carrara, a leggere i dati della Camera di commercio, il numero degli occupati in questo comparto è diminuito di quasi il 30%. Nelle cave lavoravano in 14mila un secolo fa, oggi poco più di mille. Nello stesso tempo, con le nuove tecnologie è esplosa la produttività: dalle 50 tonnellate annue pro capite di sessant’anni fa alle oltre 1.000 attuali. Anche nella città di Carrara, un tempo rinomata per i suoi laboratori di scultura, è rimasto ben poco: le concessionarie preferiscono imbarcare i blocchi ancora grezzi verso altri paesi, dove i salari sono più bassi. Fra queste la famiglia Bin Laden, che nel 2014 con 45 milioni di euro, tramite la Cpc marble & granite ltd, ha rilevato il 50% della Marmi Carrara, che ha la concessione di circa un terzo delle cave.

Per evitare che le Apuane vengano sbriciolate, il Piano regionale delle attività estrattive (Praer) consente solo cave che producano almeno il 25% di blocchi. E per monitorare la situazione prescrive ai Comuni l’invio annuale alla Regione, entro fine marzo, dei quantitativi estratti in ogni bacino. Legambiente Carrara, grazie all’impegno di Pino Sansoni, biologo naturalista oggi in pensione dopo aver lavorato all’Agenzia regionale di protezione ambientale (Arpat), ha fatto le pulci ai dati dal 2005 al 2014. «Sebbene il monitoraggio mostri una violazione generalizzata e crescente del Praer, Comuni e Regione non hanno preso contromisure – spiega Sansoni – Il dato complessivo di detriti, pari al 79%, mostra una violazione in apparenza modesta, ma è come il mezzo pollo a testa: nasconde una doppia violazione. Solo 24 cave, sulle 93 del carrarese, rispettano forse il Praer. In 55 lo violano per troppi detriti: 19 con oltre il 90%, di cui sei senza produrre un solo blocco. Ci sono poi 14 cave miracolose: sei con blocchi superiori al 90%, quattro con solo blocchi…È evidente che abbandonano i detriti a monte».

Violazioni impunite

Più si scende nel dettaglio, più emergono i segnali di queste violazioni. Le terre di cava, un costo per le aziende perché vanno portate a valle, solo per fare un altro esempio, diminuiscono anno dopo anno. Di conseguenza aumentano quelle scaricate sui versanti: la stima è di 3,6 milioni di tonnellate per i dieci anni analizzati. «Questo dovrebbe comportare una denuncia per violazione della legge sui rifiuti e sanzioni comunali fino al ritiro dell’autorizzazione – riprende Sansoni – Ma tutto è apertamente tollerato, con il risultato che se nel 2006 veniva abbandonato il 25% delle terre di cava, oggi siamo all’80%».

In tanti sul territorio si battono affinché questo patrimonio, naturale e culturale, possa ottenere la tutela che merita. Nella provincia di Massa-Carrara come in Versilia, Garfagnana e Lunigiana. Singoli cittadini, amanti della montagna, associazioni ambientaliste e comitati, non da oggi, gridano al disastro ambientale. «Parlare di Apuane, dei sintomi evidenti della loro incipiente distruzione, è a nostro avviso parlare tout court del paese: dotato di bellezze naturali e culturali uniche al mondo, eppure disattento nel porre in essere misure di tutela adeguate – afferma Fausto Ferruzza, presidente di Legambiente Toscana – Per questo è nato il Coordinamento apuano, che raccoglie tutte le associazioni ambientaliste italiane – noi, Italia nostra, Wwf, Fai, Cai – ma anche la Rete dei comitati a difesa del territorio, la Società dei territorialisti e i nodi social di “Salviamo le Alpi Apuane”. Dalla vertenza che ha portato all’approvazione del piano paesaggistico regionale nel 2015, abbiamo imparato che “uniti si vince”. E che possiamo continuare a farlo anche per via giudiziaria, con gli esposti che abbiamo presentato alle procure di Massa e Lucca. In questa fase – continua Ferruzza – due cose ci sembrano evidenti. Bisogna ripartire dal piano paesaggistico e dalle sue prescrizioni. E il Manifesto per le Alpi Apuane, di cui ho avuto l’onere e l’onore di coordinare la redazione, può essere la “bussola” per una navigazione serena e condivisa, a quasi un anno di distanza dagli “Stati generali” del maggio 2016. Quello è stato lo spartiacque per la nostra battaglia contro la distruzione e l’umiliazione».

Esposti in procura

Negli esposti, presentati a novembre e gennaio, gli ambientalisti denunciano l’inquinamento delle acque e il rischio di alluvioni. Non è affatto un’esagerazione secondo Giovanni Seminara, professore di Meccanica dei fluidi all’università di Genova, incaricato dalla Regione Toscana del progetto di messa in sicurezza del Carrione, uno dei principali fiumi apuani insieme al Frigido e al Versilia: «La situazione del bacino configura un rischio rilevante per Carrara. Rimuovere i fattori che hanno determinato questa situazione senza stravolgere l’economia della città è impossibile. Ma il nostro studio dimostra che alcuni interventi possono e debbono essere urgentemente realizzati». Un primo problema è quello causato dalla viabilità utilizzata per le cave, che si è sviluppata sottraendo spazi agli alvei dei corsi d’acqua. «Durante gli eventi di piena, parte della portata liquida e di quella solida esonda – afferma Seminara – e si riprende gli spazi sottratti per defluire lungo le strade e raggiungere, negli eventi più intensi, il centro abitato con effetti dirompenti». Come nel novembre 2014, quando a Carrara un nubifragio causò un morto, trecento sfollati, cinquemila abitazioni colpite e 13 milioni di euro di danni. «Bisogna rivedere l’intero reticolo e ridisegnare la rete di trasporto. Una questione tecnicamente semplice ma politicamente complicata. Finanziariamente è affrontabile, magari con l’aiuto delle stesse società che gestiscono le cave».

Un’altra emergenza è quella dei cosiddetti “ravaneti”: le discariche a cielo aperto degli scarti delle escavazioni, che modificano la natura dei versanti. I materiali sono in grado di restare in equilibrio se sollecitati dalle piogge? «La situazione è cambiata col mutare dei ravaneti – risponde Seminara – Prima erano costituiti da materiali grossolani: molto porosi, in grado di assorbire parte delle precipitazioni, con vantaggi per la riduzione delle portate di piena. E l’ammasso risultava più stabile. Oggi i materiali sono molto fini, meno permeabili, facilmente erodibili e con maggiore propensione alle frane. Il materiale fine pone anche problemi ambientali legati alle polveri aeree e all’infiltrazione nelle falde acquifere, fragili per il carattere carsico delle Apuane».

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: dopo ogni pioggia, anche non particolarmente forte, i corsi d’acqua nelle Apuane diventano bianchi e torbidi, contagiati da un virus che si chiama “marmettola”: la polvere di taglio dei marmi. «Chiediamo ai piani attuativi di bacino estrattivo di ripulire tutto – incalza Pino Sansoni – Dal singolo angolo all’intera cava, con le sue pertinenze, come rampe e vie d’arroccamento. Sulla base di un progetto pubblico ma a spese delle aziende».

Parco cercasi

Un contributo, in positivo, potrebbe arrivare dal Parco regionale delle Alpi Apuane. Ma invece di migliori e più efficaci norme di tutela, si assiste a un moltiplicarsi di deroghe ai divieti esistenti. Proprio nel momento di scrivere questo articolo, arriva anche la notizia della mancata nomina, nei termini, del nuovo presidente del Parco, con la conseguente scelta del presidente della Regione, Enrico Rossi, di confermare, come commissario, lo stesso presidente uscente, Alberto Putamorsi. «Un segnale inquietante – afferma Matteo Tollini, responsabile aree protette di Legambiente Toscana – perché questo Parco ha la forte necessità di una guida che segni una discontinuità rispetto alle passate gestioni. Servono figure capaci di riportare equilibrio e garanzia di tutela di un sistema ambientale d’importanza internazionale».

Quello delle Apuane è il più affascinante e vasto complesso carsico europeo, che da solo contiene oltre il 50% della biodiversità regionale, e dal 2011 fa parte della rete mondiale dei Geoparchi dell’Unesco. «Il paradosso – continua Tollini – è che in questi anni chi ha guidato il Parco non è riuscito né a conservare né a valorizzare. Credo sia l’unico in Europa a non aver presentato neanche un progetto Life. In compenso s’è distinto per la progettazione pilota di frantoi industriali (macchinari per consentire la frantumazione degli scarti di lavorazione dei marmi, ndr) a 1.300 metri, nel cuore della montagna».

Il grimaldello è rappresentato dalle cosiddette “aree contigue di cava”, un unicum giuridico che permette alle aziende di estrarre marmo in aree intercluse nel Parco. «Bisogna assolutamente cancellare questa incongruenza statutaria e chiudere le settanta cave che si trovano all’interno dell’area protetta. L’ostacolo principale è l’errata convinzione di un conflitto fra gli obiettivi ambientali e quelli economici. La vera sfida del Parco – chiosa Tollini – dovrebbe invece essere quella di migliorare l’occupazione proprio grazie alla chiusura delle cave e alla parallela attivazione di una nuova economia».

Beni pubblici

Una strada, verrebbe da dire, “in salita”. A fine ottobre quaranta imprese di Carrara hanno costituito Marble way, un consorzio per valorizzare la gestione dei “residui dei marmi, derivati dai tagli, il cui contenuto di carbonato di calcio è del 90%”. Con la produzione in blocchi ferma a un milione di tonnellate all’anno, meno dell’1% di quanto è estratto nel mondo, quella lanciata da Marble way è una sorta di sfida per sopravvivere. Su cui incombe anche un’altra, complessa, vicenda, legata all’effettiva proprietà delle aree estrattive. Nel 2015 la Regione aveva deciso, per legge, che una serie di cave nei territori di Massa e Carrara, classificate come “beni estimati” da un editto del 1751, sarebbero dovute tornare al patrimonio indisponibile comunale. Una norma contro cui hanno fatto ricorso diverse società, come la multinazionale svizzera Omya, che rivendicavano la proprietà privata di quei “beni estimati”. E che è arrivata fino alla Corte costituzionale, sollecitata persino dal governo.

La Consulta non è entrata nel merito, rimandando allo Stato la responsabilità di decidere se porre fine o meno alla “privatizzazione” delle Apuane. A “schierarsi”, nel novembre scorso, è stata però l’Antitrust, chiamata in causa dalla consigliera comunale Claudia Bienaimé: nella comunicazione inviata al Comune di Carrara si chiarisce che l’amministrazione deve assegnare le concessioni con gara a evidenza pubblica e che la loro durata deve essere definita “in modo rigoroso e ragionevolmente breve”. Senza rinviare “per tempi eccessivamente lunghi il confronto concorrenziale”. La pronuncia dell’Authority, pubblica da poche settimane, ha fatto scattare l’intervento di Legambiente, che si è rivolta ai presidenti delle commissioni Ambiente di Camera e Senato per chiedere una legge in cui i beni estimati vengano ricondotti, finalmente, al patrimonio indisponibile dei Comuni interessati. Potrebbe essere il primo passo per voltare pagina e scongiurare il rischio che sui resti ancora affascinanti dell’antico “giardino d’Europa” scorrano davvero i titoli di coda.

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