ROTTAMIAMOLE!

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Davide contro Golia. Mai come in questo caso la celebre immagine biblica descrive la situazione. Perché da una parte c’è il comitato referendario composto da nove Regioni (erano dieci, poi l’Abruzzo si è chiamato fuori) più le organizzazioni della società civile, vale a dire associazioni e comitati. E dall’altra le imprese petrolifere che puntano al greggio sepolto nei nostri fondali, in barba all’equilibrio degli habitat e all’economia del mare, con il sostegno neanche troppo velato del governo, che ha concesso appena cinquanta giorni agli italiani per misurarsi con questo delicato argomento. È la battaglia di primavera, quella che conduce verso il referendum del 17 aprile contro le trivellazioni nelle acque entro le 12 miglia. «Vincerla è possibile – spiega Piero Lacorazza, presidente del Consiglio regionale della Basilicata, capofila degli enti che promuovono la consultazione – Il tempo è poco ma gli argomenti a nostro favore molti. E molte le parti sociali che guardano in una direzione diversa da quella delle multinazionali degli idrocarburi». Comincia da lui la nostra marcia di avvicinamento verso il quorum che v’invitiamo a seguire e sostenere tramite www.lanuovaecologia.it e gli altri canali di comunicazione che Legambiente e il comitato formato dalle associazioni (www.fermaletrivelle,it) mettono al servizio di questo obiettivo.

Come valuta il fatto che il referendum sia stato fissato al 17 aprile, in pratica il minimo dei tempi tecnici previsti dalla legge, ignorando la richiesta di accorparlo alle amministrative di giugno avanzata da associazioni, Regioni e anche da diversi parlamentari?
Secondo me il presidente Renzi non ha avuto il coraggio di mettere in condizione gli italiani d’informarsi in maniera adeguata sui temi del referendum e di partecipare consapevolmente, votando sì o no al quesito. E poi bisogna aggiungere che ha perso un’occasione importante per investire nella spesa sociale visto che per questa sola consultazione si spenderanno almeno 350 milioni. Una cifra che si poteva utilizzare per aprire degli asili, tanto per fare un esempio.

C’è il rischio che il referendum sia sentito con più forza nelle regioni che l’hanno convocato e meno in quelle che non sono toccate dal problema?
Certamente le nove regioni referendarie partono con una marcia in più rispetto alle altre, ma il tema è così forte che di giorno in giorno anche le altre si allineano sullo stesso livello d’attenzione. Credo che la partita si giocherà soprattutto nelle grandi città perché il mare è percepito da chi vive nei centri urbani come una via di fuga dallo stress quotidiano, come un luogo di riposo e di tranquillità da difendere.

Il fronte referendario è composto da soggetti istituzionali, associazioni e comitati. Crede che questo rappresenti un elemento che arricchisce o complica un percorso che si annuncia comunque in salita?
Diciamo innanzitutto che la strada è in salita ma la pendenza quanto più si procede, tanto più diminuisce e questo lo percepiamo dalle richieste che arrivano dalle organizzazioni che nascono spontaneamente sui territori, dai messaggi che circolano nei social network. La diversità del fronte referendario è indubbiamente una ricchezza, ci sono più soggetti che operano in maniera autonoma ma coordinata. Le nove regioni referendarie, tanto per cominciare, daranno il massimo. Ma anche nelle altre nascono coordinamenti istituzionali: basti pensare alla Sicilia, dove l’adesione alla richiesta referendaria non è passata nonostante la maggioranza dei consiglieri abbia votato a favore. Molti sindaci, consiglieri, parlamentari e amministratori si batteranno per questa causa nei propri territori, dal Sud al Nord della penisola. Poi ci sono le associazioni e le organizzazioni della società civile, è una notizia molto positiva il fatto che sia stato costituito un unico cartello e che queste realtà possano mobilitare i propri referenti locali. Infine le forze economiche, con l’attivo coinvolgimento del coordinamento “Free”, che da solo raccoglie tremila aziende e 140mila soci che hanno investito nella green economy e che certo non guardano con favore al potenziamento della ricerca petrolifera. E poi attenzione, l’economia del mare non è soltanto quella della fascia costiera, rappresentata dalle stazioni balneari e dalle strutture di ricettività, esiste un importante indotto nell’entroterra che pure può mobilitarsi.

A dicembre Greenpeace ha diffuso un sondaggio secondo il quale il 47% degli italiani sarebbe contro le trivellazioni. È un valore credibile anche alla prova delle urne?
Secondo me è addirittura sottostimato, come dimostrano alcuni dati emersi durante gli ultimi giorni. C’è sempre maggiore consapevolezza fra gli italiani intorno al fatto che questo referendum tiene insieme almeno tre punti: il primo riguarda, ovviamente, la possibilità di fermare le estrazioni petrolifere in mare. Ma c’è anche la strategia energetica nazionale che si può mettere in discussione e che può diventare argomento di dibattito pubblico durante la campagna. Infine, l’idea che su argomenti di questo genere, comprese le trivellazioni a terra, non si possa decidere soltanto a livello centrale, occorre il pieno coinvolgimento degli enti locali e dei cittadini. Più si parla di questi temi, lo ripeto, più la salita diventa facile da affrontare.

Intanto però lei ha scritto alla commissione di vigilanza della Rai e all’Agcom perché sia rispettata la par condicio durante la campagna referendaria. Teme il silenzio del servizio pubblico?
Il decreto è stato firmato dal presidente Mattarella e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 15 febbraio, ci sono tutti gli strumenti perché si applichi a partire dal 3 marzo la legge numero 28 del Duemila, che prevede ci siano almeno 45 giorni di campagna prima di andare alle urne. Il problema va oltre gli spazi autogestiti, ho scritto per sollecitare che l’argomento sia portato nei palinsesti in maniera adeguata, nei telegiornali e nei talk show, limitarsi ai soli spazi previsti dalla normativa sarebbe come ignorarlo.

Lei è un dirigente del Pd, il governo guidato dal suo partito ha varato lo Sblocca Italia e negato l’Election day. Questo significa che c’è uno spazio di trasversalità nelle diverse forze politiche su questo argomento?
C’è molto spazio di trasversalità anche perché non appena si mette l’orecchio a terra si avverte con chiarezza quale tendenza c’è nel paese, l’opinione pubblica guarda criticamente allo “Sblocca Italia”, all’idea che si possa trivellare in mare. E anche al fatto che le decisioni si possano prendere dall’alto, senza tener conto di quanto pensano i cittadini.

Marco Fratoddi ha diretto La Nuova Ecologia dall'aprile 2005 all'ottobre 2016. Contatti: marco.fratoddi@tiscali.it, 3357417705
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