A Roma per fermare il Ttip

Campact TTIP-Flashmob bei dem SPD Europawahlkampf am 2.5.2014 in Dortmund mit Spitzenkandidat Martin Schulz

In migliaia convergeranno nella Capitale, arrivando da tutto il paese, il prossimo sabato 7 maggio (con partenza alle 14.00 da piazza della Repubblica). Porteranno bandiere e striscioni che rappresentano tante battaglie e altrettante istanze, ma il messaggio sarà uno soltanto: stop Ttip. Il controverso accordo sul commercio e gli investimenti, negoziato in segreto da delegati della Commissione europea e del governo statunitense, non piace a nessuno. Ambientalisti, animalisti, agricoltori, sindacati, organizzazioni in difesa della società civile, tutti convinti che la creazione di uno spazio transatlantico di libero scambio non sia una buona idea. Specialmente per gli 800 milioni di consumatori che, sulle due sponde dell’Oceano, producono il 46% del Pil globale e rischiano di veder crollare diritti e tutele figli di faticose conquiste civili. Insieme a centinaia di associazioni e gruppi locali, anche Legambiente promuove la manifestazione contro il Ttip, perché «metterebbe a rischio la sicurezza del cibo che mangiamo e la tutela dell’ambiente», avverte l’associazione del cigno verde. 

Il Ttip è il tentativo più ambizioso che le grandi potenze mondiali abbiano fatto, dai tempi della Wto (Organizzazione mondiale del commercio), per realizzare il sogno dei pensatori neoliberisti: la nascita di un mercato di proporzioni bibliche, con standard universali e ridotti ai minimi termini, in cui lo scambio di prodotti e investimenti possa avvenire nella più completa assenza di barriere. E tuttavia queste barriere hanno spesso nomi concreti: contratto nazionale del lavoro, principio di precauzione, direttiva sulla qualità dei carburanti, divieto di sperimentazione animale per fini cosmetici, requisiti di contenuto locale. Sono questi gli ostacoli al commercio che le grandi aziende esportatrici di Europa e Stati Uniti non vogliono più rispettare. È per questo che negli ultimi anni hanno deciso di aumentare la pressione sulle istituzioni dei due ricchi Paesi occidentali, in modo da convincerli a intavolare la trattativa per il Ttip, per un patto commerciale forte e ambizioso, che avesse come obiettivo principale – se non unico – l’abbattimento di queste “barriere non tariffarie”. Tutti i regolamenti che limitano l’esposizione ai pesticidi, il divieto di importare Ogm per il consumo umano, le normative sul clima e l’energia, sui diritti dei lavoratori e i servizi pubblici, devono cadere per liberare gli investitori privati da costi che ritengono inutili.

Ma gli impatti di questa deregolamentazione, che investono la salute della democrazia, la qualità dell’ambiente e i beni comuni, non sono stati presi in considerazione. È per questo che si è sollevato un movimento composto da centinaia di organizzazioni di tutta Europa e degli Stati Uniti, che dal 2013 ha iniziato una vasta opera di controinformazione e pressione istituzionale per fermare i negoziati. Il primo grande momento di piazza, la Campagna Stop Ttip lo ha vissuto a Berlino, quando, nell’ottobre scorso, 250mila persone hanno manifestato contro l’accordo transatlantico. Nonostante l’imbarazzo, la Commissione europea ha proseguito le trattative con gli Usa, fino a quando, lunedì scorso, non è stata messa in difficoltà da un’imponente fuga di notizie orchestrata da Greenpeace Olanda. L’associazione ha pubblicato 248 pagine di testi consolidati del Ttip, che i negoziatori avevano tenuto segreti fino al giorno prima. I “Ttip leaks” hanno avuto il merito di confermare tutte le paure della società civile. Se l’accordo dovesse andare a buon fine, si prospetta un abbandono del principio di precauzione nel vecchio continente, il che significa: meno controlli sui prodotti, meno tutele per i consumatori, più sostanze chimiche tossiche nella catena alimentare e produttiva, compromissione dell’agricoltura sostenibile e biologica, concorrenza spietata delle multinazionali nei confronti delle piccole e medie imprese, impossibilità di favorire la nascita di economie locali ed ecocompatibili. In pratica, un colossale travaso di potere dal pubblico al privato. Un travaso irreversibile, dal momento che qualsiasi tentativo di regolamentare nell’interesse pubblico potrebbe essere impugnato davanti a corti private dalle imprese straniere che vedono potenzialmente lesi i propri diritti al profitto.

«Come più volte denunciato dalla campagna Stop Ttip, i riferimenti agli standard internazionali, i meccanismi previsti di armonizzazione delle normative, i tribunali speciali come l’Isds metteranno sempre più a rischio non solo i diritti delle persone e dell’ambiente, ma anche i processi decisionali di istituzioni democraticamente elette – afferma Alberto Zoratti, tra i coordinatori della Campagna – In questo scenario la mobilitazione del 7 maggio a Roma acquisisce un’importanza sostanziale: le cittadine e i cittadini riprendono parola non solo per sostenere un modello di società più giusto e sostenibile, ma per difendere le prerogative della democrazia dalle rischiose scorciatoie dei mercanti». La giornata di mobilitazione nazionale si pone l’obiettivo di portare agli onori delle cronache i rischi del Ttip, per lo più ignorati da grandi media e televisioni. L’allargamento dell’opposizione pubblica, unito agli scarsi progressi del negoziato nell’ultimo anno, può allontanare la minaccia ed evitare un cambiamento epocale nella storia geopolitica del pianeta.

 

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