L’agricoltura non è solo vittima ma è anche uno dei principali responsabili dei cambiamenti climatici. Secondo l’Ipcc, la rete mondiale di scienziati del clima, l’agricoltura sarebbe causa diretta per il 14% dell’aumento dei gas serra in atmosfera. Poi ci sono le attività forestali, o meglio di “deforestazione”, che pesano ancor di più (17%) e sono contabilizzate a parte: uno studio finanziato dai governi di Norvegia e Regno Unito conclude che per l’80% la responsabile della distruzione delle foreste a livello mondiale è l’agricoltura. Sommando gli effetti, l’agricoltura contemporanea è responsabile di quasi un terzo di tutte le emissioni di gas serra in atmosfera. Per non parlare dell’acqua, il cui consumo mondiale notoriamente si fa risalire per il 70% alle coltivazioni, o delle principali cause di accumulo di azoto e fosforo negli oceani, con conseguente distruzione di specie acquatiche, o della progressiva perdita di sostanza organica nei suoli, con conseguente desertificazione.

Ma se un certo tipo di agricoltura, tuttora dominante, contribuisce alla nostra spensierata marcia verso la catastrofe, un altro tipo può offrirci un aiuto fondamentale a rallentare quantomeno i processi alla base dei mutamenti del clima. Esistono almeno due modi di coltivare, che hanno approcci ed effetti divergenti sugli ecosistemi. Uno tratta il suolo come substrato inerte da plasmare con interventi esterni ai processi naturali: chimica di sintesi, irrigazioni, lavorazioni meccaniche. L’altra cerca di favorire quei processi spontanei che avvengono nel brulichio di vita del suolo, per ottenere aumento di fertilità e della resistenza delle piante ai patogeni.

Questo secondo approccio è tipico della vera agricoltura biologica (in particolare della biodinamica). Copertura permanente dei terreni, rotazione delle colture, consociazione di specie diverse sono tutte attività che favoriscono l’aumento di sostanza organica e la capacità di trattenere umidità nei suoli. La sostanza organica, base della fertilità, è fatta essenzialmente di carbonio. Il suolo di fatto è un gigantesco serbatoio di carbonio. Ne contiene circa il doppio di quello presente in atmosfera e il triplo di quello trattenuto nella vegetazione. Si calcola che i suoli europei contengano circa 75 miliardi di tonnellate di carbonio, 50 volte tutte le emissioni dell’Ue. Anche se quasi metà di questo giacimento si concentra in tre soli paesi del Nord Europa ricchi di torbiere (Regno Unito, Svezia e Finlandia), mentre la media scende progressivamente fino alle zone semiaride della Sicilia e dell’Europa mediterranea. Alcune semplici pratiche agricole consentono di sequestrare notevoli quantità di carbonio: quando ad esempio interro i residui di una pianta (“sovescio”), non solo si restituisce sostanza organica al suolo, ma al tempo stesso si “ingabbia” quel carbonio che la pianta contiene, impedendogli di ritornare in atmosfera sotto forma di CO2.

Secondo Paul Smith, uno dei massimi esperti di suolo, il sequestro di carbonio nei suoli rappresenta l’89% del potenziale di mitigazione dell’agricoltura rispetto alle emissioni di gas serra. Per potenziare questo effetto, basterebbe estendere le pratiche di un’agricoltura biologica ben fatta e innovativa, intercalando buone colture da sovescio nelle rotazioni e riducendo al minimo le lavorazioni del suolo con le nuove tecniche conservative, che non necessariamente devono accoppiarsi a più erbicidi.

Beppe Croce è Responsabile nazionale agricoltura di Legambiente
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