Rinnovabili e libere

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La parola d’ordine è “autoproduzione energetica”. Ossia la possibilità, data dalle rinnovabili, di prodursi l’energia che si consuma. Risparmiando per sé e per l’ambiente. E la figura che si aggira in questo scenario in movimento, dove s’intrecciano altri ingredienti come generazione distribuita, smart grid e smart cities, è quella del “prosumer”, termine inglese che unisce produttore e consumatore. Che però viene sempre considerato come un singolo, un individuo e quindi che possiede capacità economiche e tecniche limitate. E proprio partendo da questo limite che in tutta Europa si stanno organizzando, partendo dal basso, delle comunità energetiche. Non è un fenomeno marginale. Sono oltre 2.400 le cooperative energetiche, fondate sulle rinnovabili, già attive in tutta Europa e che coinvolgono quasi un milione di cittadini. Tutte persone profondamente motivate, visto che partecipare a una cooperativa è sicuramente più impegnativo che non pagare semplicemente una bolletta. Insomma, è un segnale chiaro di cambiamento che vede protagonisti i cittadini. E che non ha timore di misurarsi con resistenze politiche, ancora forti, alla transizione energetica e interessi della lobby delle fonti fossili.

Il futuro nel passato

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In Italia in fenomeno è appena agli inizi. O meglio è iniziato molto tempo fa in alcune zone delle Alpi. Già perché il presupposto della realizzazione di una comunità energetica è il fatto di poter disporre della rete, o possedendola, oppure potendola usare con una certa flessibilità. Ecco quindi che chi riesce a guardare al futuro oggi, lo può fare grazie al passato. Sull’arco alpino gli enti locali sono rimasti proprietari delle reti elettriche e degli impianti e hanno così potuto buttare le basi per l’autonomia energetica, coinvolgendo i cittadini. A Prato allo Stelvio, in provincia di Bolzano, la cooperativa “E-Werk Prad”, nata nel 1926, è proprietaria sia della rete termica sia di quella elettrica e gestisce 17 impianti, a fonti rinnovabili ovviamente, che sono in grado di coprire tutto il fabbisogno energetico dell’intero comune. Le utenze servite sono 2.200 (il 25% termiche), alle quali se ne aggiungono 250 per i servizi di telecomunicazione, mentre i soci sono 1.150 circa, che consumando l’85% dell’energia prodotta risparmiano ogni anno un milione di euro. Un sistema che è anche sicuro. Durante il black out del 2003 gli unici a non rimanere al buio, Sardegna a parte, furono proprio gli abitanti di Prato allo Stelvio.
Nei pressi del Cervino invece, in Valle d’Aosta, troviamo la cooperativa elettrica Gignod, nata nel 1927 per fornire una comunità montana “dimenticata” all’epoca dalla rete elettrica con un impianto idroelettrico da 110 kWe che sono diventati 4,4 MWe nel 1980 e 6,7 nel 2012, servendo 5.800 utenze con 3.250 soci nei diversi comuni coinvolti. La cooperativa è proprietaria, anche, di ben 317 km di linea elettrica, dei quali 87 in media tensione e il resto in bassa.

Cooperazione termica
Ma l’energia condivisa non è solo quella elettrica. E la dimostrazione che si può cooperare anche con il calore arriva da Dobbiaco, dove la cooperativa Fti, che ha 500 soci, fornisce dal 1995, grazie a un impianto a biomasse da 18 MWth e uno a biogas da 132 kWth, oltre 1.300 utenze anche nel vicino paese di San Candido con il 30% di risparmio sulla bolletta tradizionale. Il tutto in montagna, a 1.256 d’altezza. Non finisce qui. Se arrivano dal passato i 1.279 kWe di mini-idroelettrico, sono recenti gli 1,6 MWe di fotovoltaico e i 1.350 mq di solare termico presenti nel paese. Insomma, sembra che a Dobbiaco tra cittadini e rinnovabili sia scoppiata una grande passione. Alpi a parte, altri segnali interessanti arrivano anche dal resto della penisola. In provincia d’Ancona l’impresa Loccioni ha fondato la “Leaf community”, dove la tecnologia gestisce l’energia dell’intera comunità aziendale attraverso il dosaggio intelligente tra illuminazione naturale e artificiale, alimentato da rinnovabili con accumulo al litio. Più a sud, a Melpignano in provincia di Lecce troviamo la cooperativa di comunità composta da 210 soci, che ha realizzato 200 kWe di fotovoltaico su 34 impianti solari, che soddisfano il fabbisogno elettrico di altrettante famiglie, creando lavoro e azzerando la bolletta dell’elettricità dei cittadini che ospitano gli impianti.

Distribuzione condivisa
Porte aperte alla creazione di comunità anche nella distribuzione d’energia. La cooperativa di produzione Retenergie, la società attiva nella sostenibilità Avanzi e l’onlus Energoclub hanno dato vita, all’interno del progetto europeo Rescoop 20-20-20, al primo fornitore elettrico cooperativo non lucrativo, che fornisce ai propri soci solo elettricità rinnovabile: “ènostra”.
«La vera sfida, per noi, è quella d’operare su scala nazionale – dice Gianluca Ruggieri, consigliere del Cda di “ènostra” – La maggior parte delle comunità energetiche italiane si sviluppano intorno al progetto di un solo impianto, per il quale si crea una società di scopo. La nostra scommessa è quella di tenere assieme il concetto di comunità pur non essendo vicini territorialmente ma puntando sui valori». La comunità energetica, al passo con i tempi, diventa così “virtuale”, anche se valori e metodologie possono non essere sufficienti. «È necessario cambiare logica, anche da parte delle persone e non dire che “questo è il futuro”. Non è corretto, perché questo è il presente. È qui ed è possibile – afferma Davide Sabbadin, advocacy consultant su clima ed energia per Legambiente – ma purtroppo soffriamo, in Italia, di un certo livello di conservatorismo e abbiamo difficoltà ad abbracciare nuovi modelli come questi. Specialmente in ambito energetico. Cerchiamo spesso soluzioni dall’alto, dalle istituzioni, mentre ora c’è l’occasione di partire dal basso». E c’è da dire che l’aspetto sociologico legato all’energia in Italia è molto sottovalutato. Prova ne è il fatto che quasi nessuno si occupa, nel Belpaese, della fuel poverty.
«È vero che in Italia abbiamo meno coesione sociale rispetto ad altri paesi – spiega Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club – Ma mancano anche le proposte sulle comunità energetiche. Serve un soggetto attivo che abbia la capacità di creare un modello che funzioni. Penso che la disponibilità in Italia ci sia, ciò che manca sono dei punti d’aggregazione con competenze, anche tecniche, finanziarie e contrattuali, per raccogliere questa domanda dal basso». I prossimi dieci anni saranno cruciali per le rinnovabili anche perché la scelta, per l’Italia, sarà obbligata: generazione distribuita oppure nessuna speranza di raggiungere gli obiettivi al 2030, che prevedono il 60% della produzione elettrica da rinnovabili. Uno sforzo che dovrà essere per forza di cose collettivo. Anzi, cooperativo.n

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