Rebuild è innovazione edilizia

casaA Barcellona ci sono case che arrivano volando: si appoggiano, già pronte, ai tetti dei palazzi in  città. Non è fantascienza, come spiega Joan Artés, architetto e fondatore del progetto “La casa por el Tejado”, durante REbuild, convegno che si tiene a Riva del Garda il 22 e 23 giugno, sull’innovazione nell’edilizia. Quello di Barcellona è uno degli esempi di come stia già cambiando il settore delle costruzioni, anche in Italia, grazie all’incontro tra le nuove tecnologie digitali e i sistemi di produzione industriale. Nella città catalana, sono già diversi gli esempi di attici prefabbricati e di giardini costruiti su misura per essere inseriti, già pronti, sui tetti degli edifici, con una riduzione a circa un terzo dei tempi di costruzione. In pratica, gran parte del lavoro viene fatto “off-site”, cioè non in cantiere, ma in fabbrica, prefabbricato, con il vantaggio di ridurre gli sprechi, migliorare la sicurezza dei lavoratori e poter contare su tempi ridotti dal 30 al 50% e costi certi di realizzazione.
Questo processo di trasformazione nell’edilizia è in divenire, ma secondo i promotori di REbuild, è l’unico in grado di consentire il recupero dell’attuale deficit di produttività e far rinascere il settore. Afferma Thomas Miorin, ideatore della piattaforma REbuild Italia: «La rigenerazione di cui tutti parlano, e che tuttavia pochi sanno praticare, richiede un nuovo paradigma tecnologico. Noi crediamo che l’industrializzazione dell’edilizia possa rappresentare uno dei passaggi essenziali in questo senso». Se, infatti, l’utilizzo dei prefabbricati, in passato, è stato negativo per l’inserimento anonimo e ghettizzante di prodotti seriali nelle periferie, oggi la tecnologia permette di unire l’efficienza della fabbrica alla diversità di ogni singolo progetto.
Occorre saper essere visionari. «Viviamo nella società delle “regole”», afferma l’architetto Alfonso Femia durante il suo intervento all’interno di REbuild, «ma io preferisco usare la parola “vincolo”, perché questa obbliga a dialogare, produce pensiero, va oltre la mera applicazione di quanto codificato. Il progetto architettonico è l’incontro con una geografia, un territorio, è l’inizio di un dialogo». Femia racconta l’esperienza di rigenerazione urbana dei Docks di Marsiglia, la più grande in Europa, iniziata all’inizio degli anni Novanta, come esempio di quanto il settore edilizio possa essere innovativo e non succube dell’industrializzazione e dell’automazione, quando riesce a unire una visione artistica all’uso del prefabbricato. Si può fare a qualsiasi scala, dai Docks di Marsiglia alla singola abitazione. A questa  gli italiani tengono ancora molto, come dimostrano i dati dell’ultima ricerca sulle tendenze globali nella ristrutturazione, realizzata dalla piattaforma online Houzz.
Houzz permette di incrociare domanda e offerta e raccogliere dati negli ambiti dell’arredamento, progettazione e ristrutturazione di interni ed esterni, a livello mondiale. In Italia sono iscritti 32mila professionisti. L’indagine di Houzz ha raccolto i dati di 187mila utenti nel mondo e di cinquemila persone che hanno ristrutturato in Italia. Nel nostro paese, la spesa totale media nel 2016 è stata di circa 40mila euro, più bassa che nel 2015, ma maggiore che in Francia, dove si spendono 37mila euro all’anno.
«Sono due i dati interessanti della ricerca: il primo è quello della motivazione per cui si decide di ristrutturare», afferma Mattia Perroni, di Houzz Italia, e svela: «Da noi il 63% lo fa perché considera molto importante la personalizzazione della propria casa e mette al primo posto il design, l’aspetto, l’atmosfera. I motivi ambientali sono in secondo piano. L’altro elemento di interesse è che sono i proprietari di casa più giovani, i “Millennial” a essere più sensibili alla ristrutturazione abitativa. Per gli italiani, dunque, la casa rappresenta ancora un bene di primaria importanza».

Laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste, con una tesi sull’Islam nell’isola di Mauritius. Scrive di immigrazione e ambiente dal 2006, collaborando con Vita non profit, La Nuova Ecologia, Repubblica.it. Nel 2010 ha curato "G2 e giovani stranieri in Italia. Politiche di inclusione e racconti", edito da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Vita non profit. Come fotografa, nel 2009 ha partecipato alla mostra intitolata “They won’t budge” (“Non si muoveranno”, da una canzone del cantante maliano albino Salif Keita), sugli immigrati africani in Europa, presso la New York University.
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