Era il Quit India Day (giornata per celebrare il movimento di disobbedienza civile lanciato da Gandhi per chiedere la fine del governo britannico sull’India, ndt) del 9 agosto 1998 quando lanciammo la campagna Monsanto Quit India: la multinazionale aveva appena introdotto i suoi semi di cotone Bt nel paese senza nessuna approvazione del Comitato di valutazione dell’ingegneria genetica (Geac), violando così le nostre leggi sulla biosicurezza.
L’ingresso della Monsanto in India è stato sistematicamente ignorato dai media per nascondere le evidenti illegalità della stessa esistenza della società in territorio indiano. Un ogm per essere legale deve avere ricevuto l’approvazione Geac, che ne consente importazione e semina nel territorio. Cosa che non è accaduta nel ‘95 con i semi della Monsanto. Dopo l’approvazione la Geac chiede, come da protocollo, prove in campo aperto per poter dare una seconda approvazione. Ma nemmeno questo passaggio è stato rispettato dalla multinazionale, che non ha ricevuto l’approvazione per le prove effettuate nel ‘98. Tutto ciò che riguarda la Monsanto in India è illegale, quindi abbiamo citato in giudizio la Monsanto mahyco biotech (joint venture che l’azienda ha creato per entrare nel mercato indiano, ndt) per le sue sperimentazioni illegali davanti alla Corte suprema dell’India. Grazie a questo intervento la società non ha potuto introdurre in commercio i semi di cotone Bt fino al 2002.
Ma col tempo la multinazionale ha ricevuto l’approvazione commerciale, bloccando così 28 aziende sementiere indiane, limitandone le vendite ai semi di cotone Bt, soffocando innovazione e concorrenza, parole che il colosso dei semi Bt ama mettere in giro come fossero concetti da loro rispettati. Invece le aziende indiane non hanno avuto scelta su cosa vendere e a quale prezzo, e i nostri coltivatori hanno dovuto pagare un prezzo alto per i semi del cotone Bt. All’inizio per convincerli venivano proiettati filmati sull’importanza del cotone geneticamente modificato, senza mai menzionare le alternative e puntando sulla sua resistenza ai nuovi parassiti e sulla facilità di crescita delle piante.
Negli Stati Uniti la Monsanto ha un brevetto sul Bt firmato direttamente con gli agricoltori. In India questo non è stato possibile, così per aggirare l’ostacolo l’azienda ha firmato contratti con le imprese che avevano costruito un rapporto di fiducia con gli agricoltori nel corso di decenni. E ha usato queste aziende per raccogliere royalty dai piccoli agricoltori. Questa ingiusta e illegale raccolta è stata contestata ai governi statali più volte e ad oggi al governo centrale dell’India. È dal 2002 che la Monsanto raccoglie royalty dai contadini indiani: il prezzo di un pacchetto di semi ha un costo dell’80% superiore a un sacco di semi non ogm ma i contadini sono costretti a pagare questa “tecnologia” per piantare semi che porteranno più raccolto, cosa che poi non accade. Nel 2006 la Commissione per i monopoli e le pratiche commerciali restrittive, a seguito di una denuncia presentata dal governo dell’Andhra Pradesh per il sovrapprezzo dei semi cotone Bt modificati, ha imposto di ridurre il valore riscosso. Ovviamente la Monsanto ha contestato sia il governo dell’Andhra Pradesh che la decisione della Commissione, ma nel frattempo altri Stati come Karnataka, Tamil Nadu, Gujarat, Bengala Occidentale e Madhya Pradesh hanno seguito l’esempio e chiesto di ridurre il prezzo dei semi. La multinazionale ha sempre risposto che non può accettare la richiesta perché le royalty sono corrette in quanto corrisponderebbero ai costi per la ricerca scientifica sul brevetto.
Ora però siamo forse ad un punto di svolta. L’8 marzo il governo indiano ha ordinato alla Monsanto di ridurre i prezzi dei semi di cotone Bt del 74%. La risposta immediata dell’azienda è stata: “Allora lasciamo l’India”. Per il nostro ministro dell’Agricoltura, Sanjeev Balyan, “sono liberi di andarsene e lasciare in pace il paese”. L’India non ha bisogno della Monsanto o dei suoi ogm, viceversa la multinazionale ha bisogno del mercato indiano, ma noi non permetteremo che il saccheggio continui. Che la Monsanto lasci l’India!
(Traduzione di Stefania Marchitelli)

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