Quarto potere da scuola

Alla Columbia University s’insegna giornalismo ambientale. E quattro ragazzi fanno uno scoop che svela gli investimenti per le fonti fossili fatti anche da Obama

FILE - In this Sept. 1, 2015 file photo, President Barack Obama speaks to members of the media while on a hike to the Exit Glacier in Seward, Alaska. After an emotionally trying week, the president is heading West to celebrate the raw beauty of America's national parks as the system nears its 100th birthday, and highlight challenges threatening it over the next 100 years, including climate change and chronic underfunding by Congress. Obama was taking his wife and daughters on a Father's Day weekend getaway to Carlsbad Caverns National Park in New Mexico and Yosemite National Park in California. (AP Photo/Andrew Harnik, File)

Una banca di investimenti interna all’amministrazione statunitense. Decine di finanziamenti per progetti legati ai combustibili fossili. Miliardi di dollari di fondi pubblici intascati da imprese private per la costruzione di infrastrutture inquinanti e talvolta lesive dei diritti umani nei paesi in via di sviluppo. All’ombra della retorica pubblica, l’eredità che l’ex presidente Obama lascia ai posteri è anche questa. Nessuno lo avrebbe saputo se non fosse stato per lo scoop del team di quattro neolaureati, coinvolti nel progetto di informazione ambientale della scuola di giornalismo della Columbia university.
Si chiamano Sonali Prasad, Hannah Furfaro, Eduardo Garcia e Gilda Di Carli i ragazzi che lo scorso 30 novembre hanno reso noto, con un articolo uscito sul Guardian, che la Export-import bank of the United States – un’agenzia interna all’amministrazione fondata da Roosevelt nel 1934 per sostenere gli investimenti esteri delle imprese americane – dal 2009 ha speso almeno 34 miliardi di dollari pubblici per finanziare, attraverso garanzie e prestiti a basso tasso di interesse, una settantina di progetti di infrastrutture per lo sfruttamento di combustibili fossili fuori dai confini nazionali. La cifra potrebbe essere molto sottostimata, perché non include circa 600 altre operazioni etichettate come “not available”, non disponibile. Anche così, tuttavia, supera di tre volte quella impiegata dalla Export-import bank durante i due mandati Bush. A uscirne con le ossa rotte è la diffusa narrazione che ha disegnato Obama come paladino della lotta ai cambiamenti climatici e difensore dell’ambiente.
«Partendo dalle informazioni contenute nei report della Ex-Im Bank, abbiamo notato che erano stati autorizzati molti finanziamenti a progetti legati ai combustibili fossili – spiega Sonali Prasad, che ha partecipato al progetto di giornalismo ambientale della Columbia – Inoltre, molti dati mancavano o non erano disponibili, e questo ci ha incuriosito». Lo scoop è frutto di una indagine di sei mesi curata dal team di giovani reporter, coordinati dalla giornalista ambientale e premio Pulitzer nel 2009 Susanne Rust. «Susanne è un grande esempio – racconta Sonali, piena di ammirazione – È estremamente accurata nel tentativo di mettere a fuoco ogni singolo fatto nel modo giusto. Non esita a porre due volte la stessa domanda, se questo le consente di avere una risposta più chiara. Ha controllato più volte tutti i numeri associati ai finanziamenti della Ex-im Bank che avevamo raccolto». Un lavoro non da poco, se è vero che l’inchiesta dei quattro neolaureati si basa sull’analisi di decine di migliaia di transazioni bancarie, numerose richieste di accesso agli atti, dozzine di interviste, report accademici, governativi e di organizzazioni specializzate. «Abbiamo dovuto familiarizzare con il linguaggio finanziario per leggere i loro rapporti annuali, i verbali delle riunioni, i comunicati stampa e le linee guida per garanzie, prestiti, patrimonio circolante e assicurazioni», ricorda Sonali.
I giovani neolaureati in giornalismo hanno avviato l’inchiesta quando la direttrice del progetto si è imbattuta in una storia di violazioni dei diritti umani e ambientali, legata a un impianto per l’estrazione di gas naturale liquefatto in Papua Nuova Guinea. In quel caso, l’Export-import bank aveva finanziato parte del progetto con 3 miliardi di dollari. A beneficiarne, un consorzio di imprese guidato da Exxon Mobil, il cui amministratore delegato Rex Tillerson è oggi segretario di Stato del governo Trump. «La nostra indagine – spiegano i giornalisti dalle colonne del Guardian – mostra come le politiche climatiche interne del presidente sono state in gran parte cancellate dalle emissioni estere della banca». Il Clean power plan (Cpp) di Obama prevede il risparmio di 2,5 miliardi di tonnellate di carbonio in 15 anni tramite investimenti nelle rinnovabili. Ma quando gli impianti e le miniere finanziate dalla Ex-Im bank lavoreranno a pieno regime, ne emetteranno circa 2,46 miliardi.
La Ex-Im Bank ha ridotto drasticamente i finanziamenti alle fossili dal 2014, anno in cui il presidente Obama ha lanciato il suo piano climatico. A quel punto, però, aveva già sovvenzionato due tra le più grandi miniere di carbone del mondo, alcuni impianti petrolchimici, termoelettrici e una dozzina di raffinerie nei paesi in via di sviluppo di America Latina, Oceania, Medio ed Estremo oriente. Sebbene in Italia abbia avuto poca eco, la notizia ha rimbalzato per i principali media internazionali, portando prestigio al mulino della Columbia university, ateneo capace di inventarsi un programma di inchiesta ambientale che impiega a tempo pieno per un anno quattro studenti appena usciti dalla scuola di giornalismo, creata su impulso di Joseph Pulitzer nel 1912. I fondi per tenere in piedi il corso e garantire le borse di studio vengono da grandi fondazioni come Energy foundation, Open society, Rockefeller, Lorana Sullivan e Tellus mater. Per un anno, un team di ricerca ha la possibilità di scavare in materie complesse e produrre articoli che vengono poi pubblicati sulle principali testate e agenzie di stampa.
Nell’ottobre 2015, un altro gruppo di ragazzi ha lavorato su una delle più grandi compagnie petrolifere mondiali, la Exxon, scoprendo che un suo analista aveva sottoposto al consiglio di amministrazione, restando inascoltato, i rischi di una crescita delle emissioni per l’Artico già negli anni ‘90. Il mese successivo, il procuratore generale di New York apriva un’inchiesta sulla Exxon, rea di aver fuorviato l’opinione pubblica e gli azionisti in merito ai rischi climatici. Tutte indagini di alto profilo, che consentono ai giovani reporter di cimentarsi con il giornalismo di approfondimento per avviarli a un mestiere delegato sempre più alle poche testate che dispongono delle risorse necessarie. «Al giorno d’oggi – ribatte Sonali Prasad – il giornalismo di inchiesta dovrebbe essere prerogativa di ogni redazione. So che vi sono problemi di denaro, tempi e spazio. Ma si tratta di un servizio pubblico, e i giornalisti devono saper trattare gli argomenti in modo approfondito per rendere responsabili persone e organizzazioni. Se si vuole veramente investire il proprio tempo in questa direzione, un modo c’è sempre».
Nelle opinioni della giovane studentessa risuona il pensiero di Joseph Pulitzer, fermamente convinto che un’opinione pubblica bene informata potesse svolgere il ruolo della “corte suprema della società”. Ma i buoni giornalisti non crescono sugli alberi, ed è per questo che Pulitzer lavorò per istituzionalizzarne la professione, creando la prima scuola di giornalismo. Il successo di questa idea si può ritrovare nelle parole della giovane Sonali oltre un secolo dopo: «Ho avuto grandi maestri e professori durante i miei master alla Columbia university. Mi hanno aiutato a capire il motivo per cui il giornalismo non è solo cronaca. Ho imparato a leggere voracemente, di ogni argomento. Ho imparato le basi di un buon lavoro sul campo, di impatto e soprattutto etico. So che posso tornare in qualsiasi momento a queste esperienze e trovare una guida per andare avanti nella vita».n

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