Pulire i porti si può: arriva il dragaggio ecologico

A vederli sono pieni di fascino. Il fascino dei luoghi di partenza, d’arrivo e i confine. Parliamo dei porti che sotto alle acque, di solito quiete, celano una serie di bombe ecologiche dormienti. Già perché dopo oltre un secolo di trasporto marino a propulsione fossile, sul fondo dei porti si sono accumulati strati e strati di idrocarburi e metalli pesanti, di solito quieti, ma in grado di “esplodere” come un vero e proprio esplosivo ambientale rilasciando grandi quantità di sostanze inquinanti. Come nel caso dei dragaggi dei porti. Normalmente queste operazioni si svolgono in maniera meccanica, utilizzando una benna che rimuove i fanghi dai fondali assieme all’acqua disperdendo una buona dose d’inquinanti nel mare, cosa che li rimette in circolo contaminando spesso vaste aree marine. E soprattutto crea una grande quantità di rifiuti speciali che è necessario conferire in discarica, con spese aggiuntive onerose. Per ovviare a ciò è stata creata una nuova tecnologia che applica, in parte, un approccio più sostenibile, declinandolo all’economia circolare. Si tratta del sistema LIMPIDH2O della toscana Decomar che consente una gestione decisamente più sostenibile del problema, realizzando un prelievo selettivo dei sedimenti inquinati, un riuso dell’85% degli stessi dopo la “pulizia” dei materiali estratti, un circuito chiuso che non disperde inquinanti e una maggiore flessibilità, dovuta anche all’eliminazione della necessità di vasche di colmata o discariche. Tutte caratteristiche che i sistemi normali, utilizzati fino a oggi non possiedono.

«Con il nostro sistema non si perturba l’ambiente, nel senso che non si diffondono gli inquinanti. – ci ha detto Davide Benedetti, presidente di Decomar – Noi lo chiamiamo eco-dragaggio ed è un sistema che avviene tramite il prelievo dei sedimenti all’interno di un circuito chiuso, cosa che consente d’operare anche in situazioni come quelle dei Sin dove l’inquinamento è massimo». Il prelievo avviene in depressione senza prelevare l’acqua e il processo viene gestito in maniera chiusa. Il fatto di non prelevare l’acqua consente, infatti, di non perturbare l’ambiente dei fondali, di ridurre il volume del prelievo e di separare gli inquinanti dal resto del materiale che può essere riutilizzato per altri scopi.

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«L’accordo che abbiamo fatto con Decomar è strategico e si basa su due tecnologie che sono complementari tra i loro e si possono integrare. – ci dice Ennio Rao, direttore generale della 6V (società nata da una joint venture tra Trevi e 3V Green Eagle) – Le potenzialità di mercato delle due tecnologie sono grandi, tutti i porti lungo le nostre coste sono da bonificare e poter utilizzare il sistema di recupero della Decomar, con il nostro sistema di lavaggio dei sedimenti significa fare delle economie di scala, evitando il movimento e lo stoccaggio a terra e quindi i relativi rischi ambientali». E l’evidenza che l’utilizzo di questa tecnologia possa evitare disastri si è avuta di recente a La Spezia, dove si è proceduto al dragaggio con il sistema classico, “sollevando” l’inquinamento presente nel fondale, rimettendolo nelle acque marine. Risultato: un’enorme moria di mitili, che sono andati distrutti. «Se ci avessero ascoltato e avessero preso in considerazione il sistema di Decomar, tutto ciò non sarebbe successo. – ci dice Fabio Roggiolani, vicepresidente di Giga – Si tratta di una resistenza quasi di carattere culturale che non riesce a vedere il nuovo, in questo dei dragaggi come in altri campi, quali la geotermia binaria».

Sono nato a Vercelli, vivo e lavoro a Roma e faccio il giornalista scientifico occupandomi principalmente d’ambiente, energia, scienza e tematiche sociali correlate. Sono direttore della rivista edita da Legambiente e Kyoto Club, QualEnergia, dedicata al mondo dell’energia, che ha come direttore scientifico Gianni Silvestrini. Sono stato premiato come “Reporter per la Terra 2015” da Earth Day Italia e dal Ministero dell’Ambiente.
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