Protocollo di Kyoto, un accordo storico

Copertina della Nuova Ecologia del febbraio 2005
Copertina della Nuova Ecologia del febbraio 2005

Era il 16 febbraio di 11 anni fa quando entrò in vigore il Protocollo di Kyoto, lo storico trattato internazionale redatto da 180 paesi per combattere gli sconvolgimenti del clima. L’accordo prevedeva misure volte a ridurre le emissioni dei gas responsabili del surriscaldamento globale, primo fra tutti il biossido di carbonio. Il primo passo per giungere all’accordo venne mosso nel 1988, quando l’Assemblea generale delle Nazioni Unite emise la risoluzione 43/53, con la quale il riconosceva il cambiamento climatico come una minaccia per l’umanità e per le future generazioni. Successivamente, in sede Onu venne formato un comitato intergovernativo destinato a redigere una Convenzione Quadro sui cambiamenti climatici. Fu la Conferenza sull’Ambiente e sullo Sviluppo, tenuta a Rio de Janeiro nel giugno 1992, a darle una forma definitiva per aprirla alle firme degli Stati. La convenzione, entrata in vigore due anni dopo, mirava a stabilizzare la concentrazione di gas a effetto serra nell’atmosfera terrestre, per prevenirne gli effetti dannosi per la salute e le attività umane. Il trattato, però, non poneva limiti obbligatori di emissione, e non conteneva alcuna misura legalmente vincolante.

Gli Stati parte della convenzione si riuniscono da allora in conferenze annuali per discutere le strategie globali con cui contrastare il cambiamento climatico, ed è durante la terza di queste, la Cop 3 (Conferenza delle parti), che venne redatto il protocollo di Kyoto, completato l’11 dicembre 1997. Le sue disposizioni più importanti prevedevano che i paesi occidentali industrializzati (i maggiori responsabili dell’inquinamento atmosferico), insieme con le economie dell’Europa Orientale ancora in transizione, riducessero le emissioni di gas climalteranti di almeno il 5% rispetto ai livelli di emissione del 1990 entro il periodo 2008-2012. L’articolo 25 del protocollo prevedeva che esso sarebbe entrato in vigore solo quando ratificato da non meno di 55 stati, responsabili di almeno il 55% delle emissioni globali. Questa regola consentiva di fatto ai maggiori inquinatori del mondo di dettare legge sui tempi di applicazione del trattato, che infatti si sono allungati di parecchi anni. Gli Stati Uniti, ad esempio, pur avendo preso parte alla firma non hanno mai ratificato il trattato. Fino a tempi recenti, la posizione tenuta dalla prima economia mondiale è stata di ferma contrarietà a ogni accordo vincolante sulle emissioni, preferendo che le imprese venissero lasciate libere di “autoregolarsi”.

Il Protocollo ha potuto finalmente entrare in vigore nel 2005 dopo la ratifica da parte della Russia, avvenuta l’anno precedente. Quando però, in occasione del vertice di Doha del 2012, è stato deciso di prolungare la sua applicazione fino al 2020, anche la Russia ha dichiarato che non vi avrebbe preso parte, insieme al Giappone e al Canada. Con i suoi limiti e ritardi, il Protocollo di Kyoto continuerà a regolare la governance internazionale delle emissioni atmosferiche fino al 2020, quando verrà sostituito dall’accordo di Parigi. Il documento prodotto dalla COP 21 individua un limite da imporre al riscaldamento globale per evitarne le conseguenze più gravi, fissato a due gradi rispetto al periodo preindustriale. Tuttavia l’articolo 4 del trattato spiega che i singoli Stati potranno sceglieranno volontariamente i modi in cui contribuire al raggiungimento di questo obiettivo, e non è prevista alcuna misura che possa obbligarli a mantenere le loro promesse.

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