Profitto ingiusto

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Sono le 16.23 del 23 ottobre 2014. I carabinieri del Noe di Potenza intercettano un colloquio fra il dirigente della Total, Giuseppe Cobianchi, e l’imprenditore Gianluca Gemelli. Questi, compagno dell’ex ministro Federica Guidi, riferisce al manager un colloquio avuto tre giorni prima per tentare di rassicurare un niente affatto tranquillo presidente della Regione Basilicata, Marcello Pittella. “Dico, ‘guarda, non ti preoccupare perché tanto non inquina…’ (ride)”. Una frase che evoca, facendo venire i brividi, la famigerata risata a due voci scatenata dall’imprenditore Francesco Maria Piscicelli in un colloquio col cognato intercettato il 6 aprile 2009, poco dopo la terribile scossa che aveva devastato l’Aquila. Piscicelli rideva per gli affari che sperava di fare su quel terremoto, Gemelli ride per gli affari sul petrolio in Basilicata, per i quali proprio i carabinieri del Noe, per conto della procura di Potenza, stanno ora censendo i morti per tumore nella zona degli impianti. È il frutto di quello che il comandante dei carabinieri per la tutela dell’ambiente, il generale Sergio Pascali, ha definito “un pactum sceleris” per coprire gravissime irregolarità. “Un illecito stratagemma”, lo definiscono i magistrati lucani, per modificare le analisi dei reflui e far rientrare nella norma i valori della presenza di idrocarburi.

Così nel sottosuolo della Basilicata sono finite in due anni 854.000 tonnellate di acque di lavorazione del petrolio contenenti sostanze che non dovevano esserci, “rifiuti speciali pericolosi” fatti passare per “non pericolosi”. Attività “illecite e arbitrarie” le definisce il gip nell’ordinanza che ha portato all’arresto di sei persone fra dirigenti locali dell’Eni e funzionari regionali. Lo sapevano in tanti, ma solo il funzionario regionale Paolo Baffari provò a bloccare l’evidente illegalità. Invano. Anche se poi la sua testimonianza è stata cruciale per l’inchiesta.

Ma l’inquinamento ha anche viaggiato per centinaia di chilometri. È quella parte di rifiuti speciali pericolosi, circa 600.000 tonnellate, finiti fuori regione in impianti non autorizzati al loro smaltimento. Un disastro provocato solo per “il profitto ingiusto”, come si intitola uno dei capitoli dell’ordinanza di custodia cautelare, in cui si fanno anche i calcoli dei “risparmi” conseguiti smaltendo illegalmente: fra 44 e 113 milioni. “Questa declassificazione – ha affermato il generale Pascali in commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti – consentiva di smaltire in maniera meno onerosa. Il guadagno e il vantaggio era esclusivamente per l’Eni, titolare di tutta l’attività. I dirigenti attraverso questo comportamenti omissivi concorrevano ad avere maggiori introiti grazie al funzionamento dell’impianto, che per gli interventi necessari probabilmente doveva essere bloccato”.
C’è davvero poco da ridere. Come per “l’illecito stratagemma”. È una delle accuse più gravi nei confronti di alcuni dirigenti locali dell’Eni e dei responsabili di un laboratorio di Viggiano. I magistrati, nel capitolo intitolato “Il ‘filtraggio dei campioni’”, descrivono una vicenda iniziata negli ultimi mesi del 2013, quando “Eni ha trasmesso agli Enti competenti certificati d’analisi le cui risultanze erano fuori limite”. Superamenti, denunciano gli inquirenti, “passati in sordina con la compiacenza degli organi preposti al controllo – Regione, Provincia e Arpab”. Ma il problema resta e si deve trovare una soluzione “poiché il reiterare la trasmissione di certificati attestanti i superamenti avrebbe prima o poi destato clamore”. Così, a febbraio 2014, “si fa strada tra alcuni degli indagati l’idea della elaborazione di un illecito stratagemma consistente nel procedere alla filtrazione dei campioni di acque reflue, onde consentire l’analisi su di un refluo che presenterà dei valori di idrocarburi già notevolmente abbattuti. L’idea concepita – chiosano gli inquirenti – riceverà pratica attuazione”. Così, “tecnici e funzionari Eni, per il tramite del laboratorio C.o.r.i., hanno posto in essere una vera e propria opera di alterazione di campioni onde ottenere, in sede di successive analisi (eseguite dal laboratorio Chelab di Resana), dei valori di idrocraburi notevolmente e artificiosamente inferiori alla realtà”. Il trucco è nella “realizzazione di una serie di filtri a carboni attivi idonei ad abbattere il tenore degli idrocarburi nelle acque reflue”, proprio gli elementi che avevano fatto andare le analisi fuori limite. E infatti nelle tabelle sequestrate dal Noe si legge che i valori passano da 173 (ottobre 2013), 231 (novembre) e 247 (dicembre) a 46,3 di febbraio, quando sarebbero stati usati illegalmente i filtri.

Non solo rifiuti, ma anche emissioni irregolari in atmosfera. Dalle intercettazioni, ha riferito il generale Pascali, sono emerse “una serie innumerevole di omissioni dei dirigenti, che non segnalavano all’organo competente, la Regione Basilicata, la Provincia, i Comuni, il cosiddetto sforamento, che veniva rilevato dai sensori posti sui camini, la cui collocazione era prevista e inserita nell’autorizzazione di impatto ambientale”. E qui arriva la pesante accusa. “A seguito di questi sforamenti – spiega ancora – attraverso un pactum sceleris tra tutti i dirigenti che si sono alternati, queste serie di segnalazioni non venivano riferite tempestivamente, come era previsto dalle prescrizioni, entro un lasso di tempo molto breve di otto ore”. Invece, denuncia il generale, “venivano riferite in maniera frammentaria, assolutamente non rispondente al vero, cercando di omettere il mal funzionamento di tutta l’impalcatura impiantistica, perchè al malfunzionamento dovevano seguire degli interventi mirati con il blocco dell’attività estrattiva e quindi con il blocco di tutto l’impianto, con ripercussioni sui profitti dell’azienda”. Ancora quegli “ingiusti profitti”.

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