Prevenire è possibile

di Serena Carpentieri*

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Serena Carpentieri

Molti ricorderanno il naufragio nell’Oceano Pacifico della nave cargo che nel 1992 trasportava un ingente carico di paperelle di plastica galleggianti. In acqua finirono 30.000 paperelle gialle. Sono passati oltre trent’anni, eppure, secondo diversi oceanografi, due terzi di quelle paperelle continuano a vagare intorno al globo.
Non serve ricordare questo insolito naufragio per testimoniare quanto i rifiuti marini siano per definizione mobili, non “appartengono” cioè a nessuno Stato e possono arrivare potenzialmente ovunque, con scarse probabilità di essere rimossi, specie se affondati. Il problema del marine litter è complesso, non solo per le sue conseguenze – danni irreversibili per l’ecosistema, la fauna, l’economia e lo squilibrio della catena alimentare – ma anche perché necessita di un approccio di sistema. Questo è l’assunto di base della direttiva Marine strategy che impone a ogni Stato membro il raggiungimento del buono stato ecologico per le acque marine entro il 2020, secondo un set di descrittori, compreso quello dei rifiuti marini. Davvero una grande occasione: peccato che l’Italia sembra averla colta poco, visto che il 2015 è indicato dall’Europa come l’anno in cui politiche e interventi per la riduzione dei rifiuti marini dovrebbero già essere in atto. Ma come si fa a prevenire il problema?
Le rotte dei rifiuti marini sono quasi imprevedibili, ma una cosa è certa: questi scarti derivano dalle attività umane che si svolgono a terra. Parliamo dell’abbandono dei rifiuti lungo coste, fiumi e mari, ma parliamo anche dello scorretto smaltimento degli scarti di lavorazione delle attività produttive. Dai corsi d’acqua tutto viene trasportato a mare, anche ciò che i sistemi di depurazione non trattengono per la loro inefficienza. Non è un caso se cotton fioc e blister vengono ritrovati sulle spiagge vicine alle foci. Sono necessari, dunque, il miglioramento dei sistemi depurativi, un controllo più efficace sullo smaltimento dei rifiuti ma anche un costante programma di rimozione di quelli spiaggiati e una politica che oltre alla prevenzione punti a incentivare il riuso dei materiali. Fondamentale, infine, il coinvolgimento della cittadinanza e anche di chi del mare vive. Ad esempio, nel Nord Europa il fishing for litter è ormai un’espressione di uso comune per definire l’attività di recupero dei rifiuti sui fondali durante le battute di pesca. E se esiste una “taglia” per chi ritrova le paperelle gialle naufragate perché non potrebbe esisterne una per chi rimuove grandi quantità di rifiuti dai nostri fondali?

* portavoce di “Goletta Verde”

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