Post referendum in Basilicata, tra passato fossile e futuro rinnovabile

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La Basilicata è stata l’unica regione d’Italia ad aver superato il quorum. Al referendum sulle trivelle del 17 aprile ha votato il 50,16% degli elettori, raggiungendo il 52,33% la provincia di Matera e il 49,02% quella di Potenza. Anche i due capoluoghi hanno rispettato il trend, con il 58,06% Potenza e il 57,44% Matera. La maggioranza (ovvero il 96,04% del totale) ha inoltre votato “si” all’abrogazione della norma che estende la durata delle concessioni per estrarre idrocarburi in zone di mare entro le 12 miglia sino all’esaurimento della vita utile dei giacimenti. Un segnale importante dal momento che si tratta del territorio con il più grande giacimento d’Europa, che contribuisce con il 69% alla produzione del petrolio in Italia. Si pensi che nel solo gennaio 2016, secondo i dati dell’ultimo dossier di Legambiente, l’attività petrolifera ha prodotto in questa regione quasi 300mila tonnellate di petrolio estratte dalle due concessioni petrolifere attive: Serra Pizzuta e soprattutto Val d’Agri.  «La schiacciante vittoria del “sì” – commenta Alessandro Ferri, presidente di Legambiente Basilicata – è la dimostrazione che questo referendum ha avuto per la nostra regione una valenza ben oltre il quesito: è stata una presa di posizione sul futuro e il presente che costruiamo per le persone e i territori. E lo dimostrano le percentuali di voto nei comuni a rischio di nuove trivellazioni (Brindisi di Montagna, Potenza, Pignola, Tito, Policoro, costa ionica in generale)».

Sono tuttavia proprio i comuni della Val d’Agri – travolta anche da un’inchiesta della Dda di Potenza, che ha portato a sei arresti per traffico illecito di rifiuti e la sospensione della produzione Eni al Centro Oli di Viggiano per presunte irregolarità nell’iter realizzativo degli impianti Total a Tempa Rossa – che registrano nella regione i dati più bassi di affluenza alle urne (Calvello, Viggiano, Corleto Perticara, Marsicovetere). Questo – aggiunge Alessandro Ferri – dà la misura di come in Basilicata la questione petrolio, rispetto al rapporto tra lavoro e sicurezza ambientale, sia ancora aperta. Sono trascorse due settimane dall’esplosione degli eventi giudiziari e dalla conseguente sospensione dell’attività del Centro Oli. Giorni in cui la Val d’Agri ha potuto riappacificarsi con il suo silenzio, i suoi odori e, soprattutto, la sua aria. Ma evidentemente non è abbastanza. La Val d’Agri ha dato molto ed ha ricevuto poco, anche in termini di ascolto e il risultato referendario ne è l’ennesima dimostrazione così come la recentissima notizia della cassa integrazione dei lavoratori del Cova di Viggiano. Una ragione in più a sostegno della nostra tesi: dobbiamo liberare tutti i territori dalla schiavitù delle fossili con un nuovo sistema energetico distribuito e democratico fondato su efficienza e rinnovabili.  La classe politica regionale – conclude Ferri – deve prendere atto della volontà dei cittadini lucani e intraprendere un percorso trasparente e condiviso di transizione energetica e culturale».

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