Popoli in transito

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Adattarsi al cambiamento richiede tempo. Ma questo particolare momento storico, cui fa da sfondo uno stravolgimento del clima senza precedenti in quanto a velocità e cause, non pare darne a sufficienza alla specie umana. Alcune popolazioni, ormai in ritardo e ridotte a condizioni di vita insostenibili, cercano la sopravvivenza con la più antica delle strategie: lo spostamento. Se la radice antropogenica del cambiamento climatico in atto è inequivocabile, la stima di quanto questo condizioni il volume dei flussi migratori non è ancora esatta. Un legame diretto, difficilmente quantificabile, che in un mondo globalizzato comporta pericoli globalizzati. Il Global risks report 2016, stilato da esperti e leader del World economic forum, pone proprio l’insufficiente risposta al surriscaldamento globale, la crisi delle risorse idriche e la migrazione involontaria di massa in cima alla lista dei rischi nei prossimi dieci anni per la specie umana e l’intero ecosistema.

Alimentata dallo sfruttamento dei combustibili fossili, la crescita economica e quella demografica hanno causato dall’era preindustriale un continuo aumento delle emissioni climalteranti. Il V rapporto dell’Interngovernmental panel on climate change (Ipcc) ha registrato nel 2015 picchi di concentrazione per la CO2 di quasi 400 ppm in volume: livelli senza precedenti negli ultimi 800mila anni. Fra i rischi progressivi: l’avanzamento della desertificazione, con un conseguente declino di produttività dei terreni e di disponibilità della risorsa idrica, l’innalzamento del livello dei mari dovuto allo scioglimento dei ghiacci e l’incremento degli eventi meteorologici estremi in numero e intensità. «Ci sono regioni del pianeta in cui sarà impossibile continuare a vivere» spiega Carlo Carraro, vicepresidente del gruppo III dell’Ipcc. Alcune aree del mondo, concentrate nella fascia tropicale e subtropicale, saranno notevolmente più vulnerabili agli effetti del surriscaldamento globale e subiranno un’alterazione dei sistemi climatici regionali, con conseguenze drammatiche in termini di inondazioni e siccità. «Situazioni di stress biofisico, legate in particolare alla ridotta disponibilità di risorse idriche – continua Carraro – inducono tensioni sociali e politiche che non possono che sfociare in conflitti». Africa subsahariana, Medioriente e bacino del Mediterraneo assistono già ora a un processo di intensificazione della competizione fra le popolazioni per le terre coltivabili. Ad amplificarne la gravità, la quasi totale dipendenza delle famiglie dalle risorse naturali per il soddisfacimento dei bisogni più elementari e i tassi di crescita demografica elevati. Secondo Francois Gemenne, coautore di State of the world 2015, «il dato critico al momento è che il numero di persone che abita nelle aree vulnerabili continua ad aumentare invece di ridursi».

Mappa migrazioni
Elaborazione di Elisa Murgese

Una sinergia di fattori di instabilità geopolitica e socioeconomica che agisce da detonatore per nuovi conflitti, entro o al di fuori dei confini nazionali. Il report indipendente A new climate for peace, commissionato dai membri del G7, analizza il complesso dei fattori di rischio che sorgono quando l’alterazione del clima interagisce con pressioni sociali, economiche e ambientali. Il rapporto, invitando a riconoscere che “il cambiamento climatico sarà una delle principali minacce alla stabilità degli Stati e della società nei decenni a venire”, si traduce in una mappa globale interattiva, consultabile sulla piattaforma Factbook del Comitato Ecc (Environment, conflict and cooperation): https://factbook.ecc-platform.org. Considerando 7 parametri di vulnerabilità, su un totale di 117 conflitti censiti consente di individuarne 22 attivi scatenati dalle conseguenze dello stravolgimento del clima. Fra questi, 20, tutti localizzati in zone dedite ad agricoltura e pastorizia, hanno come causa la scarsità di acqua.

Emblematico il caso della Siria, dove nell’inverno fra il 2006 e il 2007 ha avuto inizio il triennio di peggiore siccità mai registrato. Un dimezzamento delle riserve d’acqua, che unito a politiche ambientali inefficaci ha condotto a un collasso “da manuale”: sistemi di irrigazione inadeguati e falde acquifere a secco, terreni agricoli ormai quasi deserti e centinaia di villaggi abbandonati in favore di tendopoli a ridosso delle grandi città. Il prezzo del petrolio triplicato in una notte e quello del pane raddoppiato nell’arco del 2010, hanno innescato inoltre spostamenti di massa delle popolazioni di etnia sunnita dell’interno verso la costa, abitata per lo più dalla minoranza alauita. «Non stiamo dicendo che la siccità ha causato la guerra – afferma Richard Seager, scienziato del clima e coautore di uno studio condotto da University of California e Columbia University – Stiamo solo dicendo che la siccità provocata dal cambiamento climatico, unita a tutti gli altri fattori di stress, ha contribuito al generarsi del conflitto aperto». Un effetto catalizzatore per la guerra civile, che dal suo scoppio nel 2011 ha ucciso più di 220mila persone. Così un’area della Mezzaluna Fertile, culla delle prime civiltà agricole e allevatrici, è diventata teatro di una migrazione incontrollata: sono circa 8 milioni gli sfollati secondo le stime a cui con difficoltà è giunto l’International organization of migration (Iom).

Dinamiche simili alimentano gli altri focolai bellici ad alta intensità sottoposti a screening sulla piattaforma Factbook. Risalgono per esempio al 1970 le origini dei contrasti fra i migranti musulmani del Bangladesh, costretti a spostarsi in seguito ad eventi climatici disastrosi, e gli indigeni indiani ad Assam. I dati, scarsi e poco affidabili, parlano di un numero compreso fra i 4 e i 10 milioni di rifugiati. In Darfur, nella zona del Sahel, le compromesse condizioni di vita e la riduzione progressiva della risorsa idrica causano, dal 1960, competizione per i terreni e carestie. Sudan, Somalia, Yemen, e l’elenco potrebbe continuare. Africa e Asia centrali sono costellate di hotspot, luoghi in cui gli equilibri ambientali e sociali, anche a causa della progressiva desertificazione, sono ormai irrimediabilmente compromessi. Sono paradossalmente le stesse aree che negli ultimi decenni hanno beneficiato meno della crescita economica spinta dal consumo di combustibili fossili.

Una prima manifestazione di intenti sono i 100 miliardi di dollari stanziati durante la Cop21 di Parigi in favore degli abitanti delle zone più vulnerabili. Ma laddove non si sia più in tempo per attuare strategie risolutive in loco, lo spostamento appare l’unica alternativa percorribile. A mancare sono politiche internazionali che incentivino e regolino la migrazione come strategia di adattamento efficace al cambiamento climatico. «Migrare richiede risorse, contatti e informazioni – sottolinea Francois Gemenne – e quelli che possono spostarsi all’estero generalmente appartengono alle classi sociali più elevate della popolazione». Al momento attuale solo una minima porzione dell’enorme popolo degli sfollati può “permettersi”, per quanto incredibile suoni, di sperare di abbandonare per sempre la sua terra. La restante parte, con mezzi di sostentamento insufficienti, è destinata a restare e lottare per le briciole.

Col duplice obiettivo di regolamentare a livello burocratico e favorire l’integrazione a livello sociale, l’impegno deve essere collettivo. Dai paesi di partenza a quelli di destinazione, è necessario ripensare una cooperazione internazionale che all’urgenza di lasciare la propria casa sappia rispondere con l’accoglienza. Adeguarsi è la naturale risposta al cambiamento e su un pianeta in così rapida transizione verso uno scenario climatico sconosciuto non può che vivere un’umanità in transito.

Online l’intervista in video di Agnese Metitieri con Carlo Carraro, vicepresidente del gruppo III dell’Ipcc

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